NewTuscia – TARQUINIA – Un giro d’affari illecito fondato sullo sfruttamento del lavoro e su una colossale frode fiscale da oltre 14 milioni di euro è stato smantellato dalla Guardia di Finanza di Roma, nell’ambito di un’operazione che ha colpito duramente le province di Viterbo, Roma e Latina.

Al centro dell’indagine condotta dalle Fiamme Gialle c’è il sistema delle cooperative “apri e chiudi” (o “usa e getta”), un collaudato meccanismo criminale ideato per somministrare illecitamente manodopera aggirando il Fisco. L’operazione ha portato all’arresto ai domiciliari del presunto “regista” contabile della truffa e alla denuncia di altre otto persone.

Il blitz e i sequestri milionari

I militari della Guardia di Finanza hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare e a un decreto di sequestro preventivo per oltre 14 milioni di euro a carico degli indagati. Le perquisizioni hanno interessato capillarmente la Tuscia e il resto del Lazio.

L’inchiesta ruota attorno alla figura centrale di Daniele Moretti, tributarista 51enne originario di Tarquinia e residente a Marina Velka. Secondo gli inquirenti, Moretti avrebbe ricoperto una funzione cardine nell’ideazione e nella gestione amministrativa del circuito societario fraudolento.

Oltre a Daniele Moretti, agli arresti domiciliari, ci sono altri 8 indagati tra cui tre viterbesi; Rocco Russo, siciliano di Messina ma residente nella città dei papi, presidente del cda e liquidatore della cooperativa Sviluppo Italia; Salvatore Sanfilippo, siciliano di Palermo ma anche lui residente a Viterbo, membro del cda di due società e legale rappresentante dello studio tributario Moretti & partner. Insieme a loro anche Francesco Moscetti, di Montefiascone, membro del cda di una coop coinvolta e liquidatore della Pmg multiservizi.

Come funzionava il sistema “usa e getta”
Il meccanismo, finalizzato al dumping sociale ed economico, era strutturato in passaggi precisi: Assunzioni di massa: il network di cooperative ha arruolato nel tempo ben 2.478 lavoratori, impiegati principalmente nei settori della somministrazione di manodopera e dei servizi alle imprese.

Accumulo dei debiti: le società accumulavano sistematicamente debiti milionari e inesigibili nei confronti dell’Erario, omettendo il versamento di imposte e contributi previdenziali.

Chiusura e svuotamento: una volta che la posizione finanziaria diventava critica e sotto l’occhio dei controlli, le cooperative venivano repentinamente poste in liquidazione o avviate a procedure fallimentari.

La rinascita: i lavoratori venivano immediatamente trasferiti in una nuova cooperativa di fresca costituzione (da qui il termine “apri e chiudi”), mantenendo intatto il business illecito a danno delle casse dello Stato e della libera concorrenza.

Nessun licenziamento di massa, ma tutele previdenziali azzerate e una pesante situazione di precarietà contributiva: sono queste le principali ripercussioni per i 2.478 lavoratori travolti dal crac del sistema delle cooperative “apri e chiudi” nel viterbese.

Pur avendo mantenuto la continuità dell’impiego attraverso i continui passaggi da una società all’altra, la maxi-frode fiscale ha scaricato sui dipendenti gli effetti di una gestione totalmente illecita.

Il danno previdenziale e i “buchi” contributivi

Il danno principale per i quasi 2.500 lavoratori non riguarda la perdita immediata del posto, ma il loro futuro previdenziale. Il meccanismo ideato dal sodalizio criminale si basava proprio sull’omissione sistematica dei versamenti all’INPS e all’INAIL: contributi mai versati, le cooperative trattenevano le quote previdenziali dalle buste paga dei dipendenti senza però mai versarle agli enti competenti. Finestre temporali scoperte: a causa dei repentini fallimenti e delle repentine liquidazioni delle società, molti lavoratori si ritrovano oggi con pesanti “buchi” nella propria storia contributiva, una situazione che rischia di slittare la data del loro pensionamento o di ridurne l’assegno.

Sfruttamento e dumping contrattuale
I lavoratori – impiegati principalmente nei settori della logistica, dei servizi alle imprese e della somministrazione di manodopera – venivano utilizzati come merce di scambio tra le varie sigle societarie.

Ogni volta che una cooperativa accumulava troppi debiti con il Fisco, l’intera forza lavoro veniva formalmente licenziata e riassunta il giorno dopo dalla nuova cooperativa “pulita”. Questo continuo azzeramento dell’anzianità di servizio ha impedito ai dipendenti di maturare scatti stipendiali, tutele contrattuali crescenti e i pieni diritti previsti dai Contratti Collettivi Nazionali (CCNL), configurando un vero e proprio scenario di dumping sociale.
Cosa succede adesso?
L’inchiesta della Guardia di Finanza punta ora anche a fare luce sulla consapevolezza delle aziende committenti (le imprese che appaltavano i servizi alle cooperative). Con il sequestro preventivo di oltre 14 milioni di euro e il commissariamento di fatto delle realtà coinvolte, i sindacati stanno monitorando la situazione per avviare le procedure di recupero dei crediti di lavoro e chiedere la regolarizzazione delle posizioni previdenziali dei danneggiati, cercando di garantire che i canali di impiego vengano legalizzati senza ripercussioni sui livelli occupazionali.