Massimo Blandini
Parlare di counselling significa parlare innanzitutto di persone. E quando si parla di persone, inevitabilmente si parla di relazioni, di ascolto, di difficoltà, di confronto e anche della necessità, a volte, di fermarsi per capire meglio ciò che sta accadendo. È da questa idea, semplice, ma tutt’altro che scontata, che nasce il percorso biennale di formazione in “Counselling di Comunità ad indirizzo sistemico relazionale”, un progetto rivolto soprattutto a chi lavora nel mondo dell’educazione, del sociale e della comunità. Dell’iniziativa abbiamo parlato con la dott.ssa Amelia Izzo, organizzatrice del percorso, in un confronto con il direttore editoriale dell’Osservatore Meneghino e del CorriereSud, dott. Massimo Blandini. Dalle affermazioni emerge un’idea di formazione che non vuole limitarsi alla teoria. Il corso, peraltro, nasce con l’intenzione di mettere i partecipanti davanti a situazioni, esperienze e dinamiche relazionali nelle quali poter imparare anche attraverso il confronto e il lavoro pratico. Due anni nei quali acquisire strumenti professionali, ma anche dedicare attenzione ad un aspetto che spesso viene trascurato come il modo in cui ciascuno di noi sta nella relazione con l’altro. È un tema particolarmente attuale. Nelle scuole, nelle comunità, nei servizi sociali e nei diversi contesti educativi, le persone si incontrano ogni giorno portando con sé storie, caratteri, problemi e aspettative differenti. Per chi lavora in questi ambienti non sempre è sufficiente sapere cosa fare. Diventa importante capire come ascoltare, come comunicare, come leggere una situazione e soprattutto come riconoscere quelle dinamiche che, all’interno di un gruppo, possono facilitare un cambiamento oppure renderlo più difficile. L’approccio sistemico relazionale parte proprio da qui. La persona non viene osservata come se fosse separata dal mondo che la circonda, ma viene considerata all’interno delle relazioni e dei contesti nei quali vive. Famiglia, scuola, comunità, ambiente di lavoro e rete sociale diventano quindi parte della lettura di una situazione. È un modo di osservare le cose che può aiutare a comprendere meglio anche quei comportamenti che, se considerati singolarmente, rischiano di apparire difficili da spiegare. Il percorso è pensato per insegnanti, educatori, dirigenti di comunità, laureati in Scienze della Formazione, operatori per l’infanzia e professionisti impegnati nel sociale. Ma non soltanto. Nel corso del confronto è emerso anche un altro aspetto come la formazione può essere interessante per chiunque senta il bisogno di migliorare il proprio modo di comunicare e di stare in relazione con gli altri. Non necessariamente per affrontare un problema preciso, ma semplicemente per conoscersi meglio e acquisire una maggiore consapevolezza nel rapporto con le persone che fanno parte della propria vita. Anche le parole scelte per descrivere il progetto raccontano questa impostazione di scoprire, comprendere, sviluppare e ritornare. Non sono soltanto quattro parole, ma possono essere lette come le tappe di un percorso. Prima osservare e scoprire, poi cercare di comprendere, sviluppare nuove capacità ed infine tornare alla propria realtà quotidiana con qualcosa in più. La sede individuata per il corso è San Potito Sannitico, in provincia di Caserta, e il percorso si svilupperà nel biennio 2026-2028. Al termine è previsto il rilascio di un attestato di partecipazione. Ma, al di là dell’aspetto formale, ciò che colpisce maggiormente parlando con Amelia Izzo è l’attenzione riservata alla dimensione umana. Perché lavorare con le persone significa inevitabilmente avere a che fare con emozioni, fragilità, conflitti e cambiamenti. Non esistono soluzioni identiche per tutti e non esistono ricette capaci di risolvere ogni situazione. Esistono però strumenti che possono aiutare a comprendere ciò che succede e a non fermarsi alla superficie. In questo senso, il counselling di comunità può diventare un’occasione per imparare a guardare le relazioni con occhi diversi. Per chi lavora nel sociale può significare acquisire maggiore consapevolezza nel proprio lavoro, mentre per altri può rappresentare semplicemente un momento di crescita personale. In entrambi i casi, il punto di partenza rimane lo stesso: imparare ad ascoltare davvero l’altro, senza dimenticare di ascoltare anche se stessi. Ed è forse proprio da questo equilibrio che può nascere un modo più consapevole e autentico di vivere le relazioni e la comunità.














