NewTuscia – ROMA – “Le occupazioni si stanno allargando nelle scuole di Roma. Dal Cavour al Di Vittorio-Lattanzio e al Tullio Levi Civita, studenti e studentesse stanno prendendo parola sulla scuola e sulle scelte politiche che riguardano il loro futuro. Noi stiamo dalla loro parte.”
Lo dichiara Giovanni Barbera, segretario della Federazione di Roma, Castelli e Litoranea di Rifondazione Comunista e membro della Direzione nazionale del PRC.
“Come sempre, appena gli studenti alzano la testa c’è chi invoca sanzioni, sgomberi e repressione. È una scorciatoia: reprimere è molto più facile che chiedersi perché dei ragazzi decidano di occupare la propria scuola. L’occupazione non è un crimine, è uno strumento di lotta che appartiene alla storia del movimento studentesco.”
“Le rivendicazioni sono concrete: più risorse per scuola ed edilizia scolastica, edifici sicuri, diritto allo studio, libertà di espressione e partecipazione. Al Cavour gli studenti chiedono anche di spostare risorse dagli armamenti all’istruzione e contestano il decreto Valditara e il tetto agli studenti stranieri.”
“Non è casuale che dalle scuole sia arrivato anche il richiamo alle mobilitazioni francesi. I ragazzi e le ragazze guardano a una generazione europea che torna a organizzarsi e a utilizzare il conflitto per far sentire la propria voce. La politica farebbe un grave errore se rispondesse soltanto con divieti e sanzioni.”
“Naturalmente occupare comporta responsabilità e vanno rispettati persone, strutture e beni comuni. Ma questo non può diventare il pretesto per criminalizzare un’intera mobilitazione. Una scuola democratica deve insegnare anche a dissentire e partecipare, non soltanto a obbedire.”
“A chi vorrebbe risolvere tutto con il pugno duro diciamo: meno lezioni di disciplina agli studenti e più risposte sui tetti che cadono, sulle risorse che mancano e sul diritto allo studio. La scuola pubblica non è una caserma.”
“Non vogliamo mettere cappelli sulle occupazioni degli studenti, ma la nostra posizione è chiara: tra chi protesta per cambiare la scuola e chi vorrebbe metterlo a tacere, noi scegliamo gli studenti. Il dissenso non si reprime: si ascolta.”














