Massimo Blandini
Alberto Manzi aveva trascorso gran parte della sua vita a insegnare una cosa semplice, ma tutt’altro che scontata: nessuno dovrebbe essere definito per ciò che non riesce ancora a fare. È anche per questo che nel 1981, quando insegnava alla scuola elementare Fratelli Bandiera di Roma, finì al centro di una vicenda che fece discutere l’intero Paese. Manzi venne sospeso per due mesi perché non aveva compilato i giudizi analitici richiesti nelle schede di valutazione. Per lui, però, non si trattava di una semplice formalità. Aveva paura che poche righe scritte su un documento potessero trasformarsi in un’etichetta difficile da cancellare. Un bambino in difficoltà, secondo Manzi, non era un bambino “incapace”. Era semplicemente una persona che, in quel momento, non aveva ancora trovato il modo o la motivazione per riuscire. Manzi conosceva bene il peso delle parole. Era nato a Roma il 3 novembre 1924 e, dopo la guerra, aveva scelto di dedicarsi all’insegnamento. Nel 1946 cominciò a lavorare nel carcere minorile Aristide Gabelli, dove incontrò ragazzi con storie complicate e livelli di istruzione molto diversi. Mancavano persino gli strumenti più elementari per fare scuola. Così Manzi cercò una strada diversa e cominciò dalle storie. Raccontò ai ragazzi la vicenda di alcuni castori che difendevano la propria libertà. I giovani parteciparono alla scrittura, portarono il racconto in scena e realizzarono anche un giornale. Da quell’esperienza nacque “Grogh, storia di un castoro”, pubblicato nel 1950. Scrivere e insegnare rimasero legati per tutta la sua vita. Poi arrivò la televisione. Il 15 novembre 1960 andò in onda la prima puntata di “Non è mai troppo tardi”, il programma con cui Manzi entrò nelle case di milioni di italiani. Davanti allo schermo c’erano adulti che lavoravano e avevano famiglia, ma che non avevano mai avuto la possibilità di imparare a leggere e scrivere. Manzi spiegava con parole semplici, disegnava con il carboncino e trasformava ogni immagine in una piccola lezione. Il programma andò avanti fino al 1968 e il percorso educativo a cui contribuì permise a quasi un milione e mezzo di persone di conseguire la licenza elementare. Ma l’impegno di Manzi non si fermò all’Italia. Nel 1955 era partito per il Sudamerica per una ricerca sulle formiche amazzoniche. Lì aveva incontrato comunità povere e persone analfabete. Negli anni successivi tornò più volte per insegnare a leggere e scrivere, affrontando anche difficoltà e ostilità politiche. Quando, molti anni dopo, si trovò davanti alle schede di valutazione, portava con sé tutto quel bagaglio di esperienze. Non accettava l’idea che un giudizio potesse fotografare definitivamente un bambino. Per questo utilizzò persino un timbro con una frase destinata a diventare famosa: “Fa quel che può. Quel che non può, non fa”. Il gesto gli procurò una denuncia, ma Manzi non cambiò idea. L’anno successivo scrisse la stessa frase a mano. Il messaggio era chiaro: ciò che un bambino non sa fare oggi non stabilisce necessariamente ciò che sarà capace di fare domani. Nel 1992 tornò in televisione per insegnare l’italiano agli stranieri. Morì a Pitigliano, in provincia di Grosseto, il 4 dicembre 1997. Di Alberto Manzi restano i libri, le trasmissioni e una lezione che va oltre la scuola: prima di giudicare ciò che una persona non sa fare, vale la pena chiedersi che cosa potrebbe riuscire a fare se qualcuno le desse ancora un pò di tempo, fiducia e possibilità.














