Dalla nascita del primo Registro dei donatori di midollo osseo in Inghilterra alla storia di Manuel a Viterbo, dalle prime sezioni ADMO in Italia fino alla crescita della rete regionale: un viaggio lungo trent’anni fatto di volontariato, medicina, istituzioni e soprattutto persone.

NewTuscia – VITERBO – Trent’anni possono essere raccontati attraverso le date, i numeri e i traguardi. Ma la storia di ADMO Lazio è soprattutto una storia di persone: persone che hanno avuto bisogno di trovare un donatore, persone che hanno scelto di diventarlo, medici, volon

tari e istituzioni che hanno costruito, passo dopo passo, una rete capace di trasformare una possibilità in una concreta speranza di vita.
In questa giornata di celebrazione abbiamo rivissuto le emozioni di genitori e medici coraggiosi, visionari, impegnati nel costruire un futuro di speranza per i propri figli e per figli a loro sconosciuti.

Il primo appuntamento è stato presso il parco Melvin Jones, in via Capocci a Viterbo, in cui la fondatrice dell’associazione Paola Massarelli ha accolto la sindaca Chiara Frontini, il Presidente dell’Amministrazione Provinciale Alessandro Romoli, il Vice Prefetto di Viterbo Luca Mecchia, la consigliera comunale Alessandra Croci, l’assessore Patrizia Notaristefano e il Col. Dario Ricci, comandante Aeronautica militare Sarvam Viterbo.

Don Flavio Valeri e Don Claudio Sperapani hanno quindi invitato i presenti ad un momento di raccoglimento e riflessione sulla gioia del dono, prima di procedere alla benedizione dei nuovi labari provinciali; successivamente la banda musicale “Severini Brasilino” ha sottolineato la solennità del momento eseguendo magistralmente l’inno d’Italia.

Le autorità, i volontari, i cittadini e le rappresentanze militari, accompagnati dalla banda e dalle majorette “Twirling Ferentum” di Grotte Santo Stefano si sono poi recati presso la sala “Franco Benedetti” nella sede dell’amministrazione provinciale, dove Laura Leo ha presentato il convegno in cui racconti, testimonianze, ricordi, immagini e musica hanno sollevato nei presenti molte emozioni e ricordi.
Molto toccante è stato il collegamento con il professor Fulvio Porta (Direttore S.C. Oncoematologia Pediatrica ASST Spedali Civili di Brescia) che il 31 gennaio del 1992 si recò personalmente in Inghilterra per ritirare quella “sacca di vita, avvolta in un panno come un bambino”: un dono che ha permesso a Manuel, figlio di Paola, di essere oggi presente alla celebrazione proprio grazie a quel trapianto di midollo osseo.
Il professor Porta ha sottolineato un aspetto che si sta facendo sempre più incisivo in questi ultimi anni: la necessità di aumentare i potenziali donatori anche tra i nuovi concittadini di altre etnie, poiché sta crescendo la richiesta e, purtroppo, le possibilità di trovare il gemello genetico sono inferiori poiché c’è meno informazione, quindi meno potenziali donatori iscritti. Il prossimo obiettivo è quindi aumentare anche la “ricchezza” del patrimonio genetico dell’IBMDR.

Sono quindi intervenuti il presidente provinciale Romoli e la sindaca Frontini, il consigliere regionale Enrico Panunzi,  la consigliera comunale Alessandra Troncarelli, la dirigente Asl Assunta De Luca, Francesco Ciarlanti e Maurizio Palozzi  consiglieri dell’Amministrazione Provinciale, la vicepresidente del Parlamento europeo Antonella Sberna e il consigliere regionale Daniele Sabatini.
In ricordo del traguardo raggiunto, la sindaca Frontini ha consegnato una targa alla presidente Paola Massarelli, ringraziando lei e tutti i volontari per i trent’anni di attività.

Paola Massarelli ha raccontato in prima persona le difficoltà affrontate e come, “a volte dialogando, a volte picchiando i pugni sul tavolo”, abbia lottato, con il sostegno delle altre ADMO in Italia, per ottenere riconoscimenti e contributi che facilitassero l’accesso alle cure e alla donazione.

Un altro momento molto emozionante è stato l’intervento del professor Luca Laurenti (Direttore UOSD Leucemia Linfatica Cronica – Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS), affiancato da Mario, il primo donatore viterbese che nel 1997 donò il midollo osseo, prelevato proprio dal dottor Laurenti.

In questi trent’anni si sono susseguite iniziative di informazione nelle scuole di ogni ordine e grado, negli ambienti medici e infermieristici, nelle caserme e nelle piazze, anche in collaborazioni con Croce Rossa, AVIS e AIDO e Associazione Malati di Reni. Tutti uniti, ogni oltre colore, per salvare vite.

Oggi la presenza di ADMO Lazio è distribuita attraverso una rete regionale di strutture e Poli di Reclutamento. Accanto ai poli storici del San Camillo Forlanini, del Policlinico Umberto I e dell’Ospedale Santa Rosa di Viterbo, nel corso degli ultimi anni sono stati attivati nuovi punti presso diverse strutture sanitarie del Lazio, grazie all’operato dell’attuale presidente Giulio Corradi, anch’esso donatore effettivo e genitore di un ragazzo trapiantato.

I numeri raccontano soltanto una parte della storia: nel 2026 il Registro conta oltre 650.000 donatori iscritti e più di 6.500 persone salvate grazie alla donazione. Dietro ogni numero ci sono persone: chi ha aspettato, chi ha donato, chi ha accompagnato, chi ha informato, chi ha lavorato perché quella possibilità potesse esistere.


Trent’anni dopo
Trent’anni di ADMO Lazio non sono quindi soltanto un anniversario. Sono il risultato di una rete costruita nel tempo, spesso partendo da storie personali e da situazioni di emergenza trasformate in impegno civile. È la storia di genitori che hanno cercato una possibilità per i propri figli e hanno deciso, una volta trovata, di cercare quella stessa possibilità anche per gli altri. È la storia di medici e ricercatori, di volontari e donatori, di istituzioni e associazioni che hanno contribuito a rendere più solida una rete nata da un bisogno.

ADMO è, prima di tutto, connessione: tra chi attende e chi può donare. Tra persone che forse non si incontreranno mai, ma che possono essere unite da una compatibilità genetica e da una scelta volontaria.
Perché dietro la ricerca di un donatore c’è una persona che aspetta. E dietro ogni potenziale donatore c’è una possibilità che, un giorno, quella vita possa continuare.

Trent’anni dopo, il viaggio continua.