Massimo Blandini
C’è una fotografia ideale che potrebbe riassumere tutta la vita di Alfred Nakache: un uomo solo davanti all’acqua, pronto a tuffarsi. Prima di diventare un deportato, prima che il suo nome fosse associato ad Auschwitz e alla Shoah, Nakache era semplicemente un campione. Nuotava per la Francia, stabiliva record, partecipava alle grandi competizioni internazionali. Nel 1936 aveva vent’anni e si trovava a Berlino per i Giochi Olimpici. Era nel pieno della giovinezza e davanti a sé aveva, almeno in apparenza, una lunga carriera. Il mondo che conosceva, però, sarebbe scomparso nel giro di pochi anni. Nakache era ebreo. Durante l’Occupazione, questa condizione trasformò la sua notorietà sportiva in un bersaglio. Nel 1941 un giornale lo indicò pubblicamente come «l’ebreo Nakache» e ne chiese l’esclusione dalle competizioni. Alcuni compagni di squadra reagirono rifiutandosi di gareggiare senza di lui. Fu una presa di posizione significativa, ma non bastò a proteggerlo dalla persecuzione. Nel novembre 1943 Alfred venne arrestato. A essere trascinati via non furono soltanto il campione e l’uomo pubblico: con lui partirono la moglie Paule e la loro figlia Annie, che aveva appena due anni. Il viaggio verso Auschwitz cancellava brutalmente tutto ciò che Nakache era stato fino a quel momento. All’arrivo, la famiglia venne separata. Alfred fu destinato ai lavori forzati. Paule e Annie furono assassinate. Lui, però, non lo sapeva. Quella mancata conoscenza divenne, paradossalmente, una delle poche ragioni che gli permisero di resistere. Continuò a immaginare che sua moglie e sua figlia fossero ancora vive. In mezzo alla fame, alla violenza e alla disumanizzazione del campo, restava aggrappato alla possibilità di rivederle. Era una speranza fondata sul nulla. Ma era pur sempre una speranza. Il corpo che aveva costruito attraverso anni di allenamento cominciò intanto a consumarsi. La fame e il lavoro forzato cancellarono rapidamente l’atleta che aveva conosciuto le piscine francesi. Alla fine della prigionia, dopo essere passato anche da Buchenwald e aver affrontato le marce della morte, Nakache pesava circa quaranta chili. Era sopravvissuto. Ma il prezzo della sopravvivenza era stato immenso. Quando finalmente scoprì che Paule e Annie non c’erano più, dovette fare i conti con una perdita impossibile da colmare. Non aveva più la famiglia con cui era partito, né il corpo dell’atleta di un tempo, né la vita che aveva immaginato prima della guerra. Avrebbe potuto smettere. Invece tornò a nuotare. Nel 1946, appena trascorso poco più di un anno dalla liberazione, Nakache rientrò in piscina. Non era un ritorno alla normalità, perché una normalità non esisteva più. Era qualcosa di diverso: il tentativo di riprendere in mano la propria esistenza. L’acqua non cancellava Auschwitz. Non cancellava la fame, la deportazione, la morte della moglie e della figlia. Ma gli restituiva un gesto che gli apparteneva: respirare, muoversi, avanzare. Tornò ad allenarsi. Tornò alle gare. Tornò persino a stabilire un record mondiale nella staffetta. Poi arrivò Londra. Nel 1948 Alfred Nakache tornò a essere un olimpionico. Otto anni dopo Berlino, era di nuovo ai Giochi. Ma l’uomo che entrava in acqua non era più quello di prima. Dietro quel nuotatore c’erano anni che nessun cronometro avrebbe potuto misurare. Dopo la guerra continuò a dedicarsi al nuoto e, a Tolosa, lavorò anche con i bambini, insegnando loro a nuotare. Per molti di loro fu semplicemente un maestro. Forse era proprio questa la parte più significativa della sua seconda vita: trasmettere ad altri una passione che, nonostante tutto, era riuscita a sopravvivere insieme a lui. La sua storia non finì con un’ultima gara. Nel 1983, durante una delle sue abituali nuotate in mare, Alfred Nakache morì per un arresto cardiaco. Aveva ottant’anni. Il suo nome è rimasto legato ai record e alle Olimpiadi, ma ridurre Nakache ai suoi risultati sportivi significherebbe raccontarne soltanto una parte. La sua vicenda appartiene anche alla storia della persecuzione degli ebrei in Europa, alla memoria della deportazione e alla storia di chi, dopo essere stato privato di tutto, ha dovuto ricominciare da sé. Il suo ritorno in piscina non fu una cancellazione del passato. Il passato era lì, irrimediabilmente presente. Fu, piuttosto, un modo per continuare a vivere. Ed è forse questo che rende la storia di Alfred Nakache così difficile da dimenticare. Non soltanto il fatto che un atleta sopravvissuto ai campi di concentramento sia tornato a gareggiare, ma che, dopo aver perso moglie e figlia e dopo essere stato ridotto a un uomo di quaranta chili, abbia trovato ancora la forza di compiere il gesto più semplice che conosceva. Entrare in acqua. E nuotare.
















