Presentata alla Società del Gotto l’opera dedicata all’ex Centro di Recupero Medico Sociale che tra il 1958 e il 1980 curò ed educò oltre quattrocento giovani colpiti dalla poliomielite. L’appello alle istituzioni: «Recuperare la struttura al servizio della comunità perugina»
NewTuscia – PERUGIA – Riceviamo e pubblichiamo. Una dimora di origine settecentesca, un presidio di assistenza d’avanguardia nell’Italia del dopoguerra e oggi un patrimonio architettonico e sociale ferito dall’abbandono. La complessa e affascinante vicenda storica di Villa Lefèbvre torna al centro del dibattito pubblico e culturale cittadino grazie alla presentazione di un volume storico-documentario, pensata per restituire dignità e memoria a una delle esperienze riabilitative ed educative più significative dell’Umbria. L’evento, promosso al Gotto come momento d’omaggio all’autore del volume e di confronto con le istituzioni locali, intende riaccendere i riflettori su un complesso edilizio di straordinario valore che necessita di un urgente intervento di valorizzazione e recupero funzionale.
La Prefazione di Lorenza Pesaresi è stata accompagnata dalla partecipazione di Pietro Sampaoli (Presidente Associazione Monti del Tezio) Fabio Versiglioni (Editore) . Moderata da Rita Boini (Giornalista e Socia del Gotto) sono state riportate le testimonianze di Edda Patat, Francesca Bondi, Mirco Caini, Carla Bianchi, Simone Bifani
Dalle origini nobilari all’intuizione di Monsignor Cirenei
Edificata a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo come residenza signorile della famiglia Lefèbvre, la Villa ha attraversato nel corso del Novecento profonde trasformazioni. La svolta decisiva arrivò nel 1958, quando la struttura venne convertita in Centro di Recupero Medico Sociale.
L’operazione nacque dalla visione, dalla determinazione e dall’intuito di un sacerdote perugino, Monsignor Giuseppe Cirenei, capace di intercettare uno dei drammi sanitari più acuti dell’epoca: le conseguenze invalidanti della poliomielite sui più giovani.
Fino al 1980, il complesso arrivò ad ospitare stabilmente 464 tra bambini e ragazzi di entrambi i sessi, provenienti da ogni regione d’Italia. Non si trattava di un semplice luogo di degenza, ma di un vero e proprio collegio a tempo pieno in cui la terapia medica si integrava con il percorso scolastico, le attività educative e una costante interazione con il tessuto sociale ed economico del territorio circostante.
Le sfide del ’68 e il valore della formazione
La vita della comunità all’interno della Villa risentì anche dei grandi mutamenti culturali della storia nazionale. Il vento di protesta del 1968 non risparmiò la struttura, portando elementi di dibattito e confronto tra i giovani ospiti e gli educatori.

Nonostante le difficoltà e la complessità di quegli anni, il bilancio dell’esperienza fu straordinario: al termine del ciclo di permanenza, i ragazzi rientravano nelle proprie famiglie con condizioni di salute nettamente migliorate e con un titolo di studio valido, strumento indispensabile per trovare un’occupazione e affrontare la vita con autonomia e dignità.
Lorena Pesaresi commenta il lavoro di Mauro Bifani : “ l’opera è anche motivo per riflettere sul tema dell’ inclusione sociale in anni in cui, quelli della storia dei ragazzi e delle ragazze di Compresso, questo tema non era come è invece oggi al centro dell’ attenzione. Bifani ci ha anche dato uno spaccato di solidarietà importante in anni in cui non c’ era l’ attuale sistema sanitario e le diseguaglianze sociali pesavano in modo forte per chi aveva bisogno di cure. L’ esperienza di Compresso è stata pionieristica, metteva in campo iniziative che andavano al di là della semplice assistenza caritatevole. La disabilità, sostenere e avviare alla vita e al lavoro i disabili in quell’ iniziativa diventava problema di tutti, il libro ci fa vedere anche questo.”
Compresso si deve a due persone tanto diverse tra loro, un sacerdote umbro don Giuseppe Cirenei, che ebbe l’idea della struttura di accoglienza e recupero e una nobildonna cosmopolita, la contessa Lefebvre che fette la villa in dono e su questo argomento Pesaresi sottolinea: “Padre Cirenei Il ruolo di Monsignor Cirenei: L’iniziativa nacque dalla forte tenacia e dall’intuizione del sacerdote perugino, che trasformò la residenza nobiliare in un centro d’eccellenza medico-sociale Una figura davvero lungimirante per aver compreso il clima del periodo storico storico molto difficile per l’Italia che va dalla ricostruzione post post-bellica del secondo conflitto mondiale agli anni di piombo segnati dalla violenza politica e dal terrorismo…. Una figura importante perché il Centro di Compresso nasce grazie a lui che ne è stato il PADRE fondatore. Sono gli Anni (60 e 70)in cui le diseguaglianze e le discriminazioni sociali pesavano ancor più come un macigno su chi viveva condizioni di fragilità e disabilità”.

L’appello alla città: stop al degrado, recuperare un’eredità storica
Oggi quel patrimonio di storia e solidarietà rischia di andare perduto a causa del grave stato di degrado e abbandono in cui versa la struttura. La presentazione del libro è stata dunque l’occasione per lanciare un appello accorato alla cittadinanza e all’amministrazione comunale: impedire che il tempo cancelli la memoria del lavoro svolto da Monsignor Cirenei e promuovere un progetto di rigenerazione capace di restituire la Villa all’uso pubblico e al servizio di Perugia.


















