NewTuscia – VITERBO – La decisione di modificare il percorso della Mini Macchina del Centro Storico rappresenta una scelta legittima ma pone una questione che merita una riflessione più approfondita sul significato stesso della manifestazione.

La Mini Macchina non è nata come una semplice riproduzione in scala del Trasporto della Macchina di Santa Rosa. Fin dagli anni Sessanta ha costruito una propria identità, strettamente legata al quartiere di San Giovanni e ai luoghi più significativi della storia della Santa. Offriva ai bambini del quartiere, nell’ottica del “gioco”, di avvicinarsi alla devozione verso la Santa Patrona. Il tracciato originario non era casuale: attraversava le vie dove la manifestazione è nata, passava davanti alla casa di Santa Rosa, sostava davanti alla chiesa della Crocetta, luogo dove il corpo della Santa fu ritrovato incorrotto e dove la tradizione colloca uno dei suoi miracoli, e percorreva l’attuale via Mazzini, che ricalca il cammino seguito dai cardinali nella prima traslazione del corpo verso il monastero di San Damiano.

Quel percorso costituiva, quindi, molto più di un semplice itinerario cittadino: era un racconto storico e devozionale che accompagnava i bambini e il pubblico attraverso i luoghi più rappresentativi della vicenda umana e spirituale di Santa Rosa. Era, in altre parole, parte integrante dell’identità della Mini Macchina del Centro Storico.

La scelta di abbandonare questo itinerario per seguire un tracciato che si avvicina sempre più a quello della Macchina del 3 settembre apre inevitabilmente un interrogativo: si sta rafforzando la manifestazione o la si sta trasformando in una versione ridotta del Trasporto del 3 settembre? Per quale ragione i piccolo facchini dovrebbero sentirsi orgogliosi di percorrere una parte ancora più significativa del percorso della Macchina grande?

L’arrivo alla Basilica di Santa Rosa possiede senza dubbio un forte valore simbolico, ma ciò non elimina il fatto che vengano esclusi dal percorso luoghi che raccontano la storia della Santa e della stessa manifestazione, come l’arrivo a Piazza Dante, che concludeva perfettamente la manifestazione riportando la Mini Macchina esattamente da dove aveva preso l’avvio: non era un puro fatto logistico, aveva l’alto valore simbolico dell’identità e della riconoscibilità di valori condivisi da un gruppo di appassionati viterbesi che aveva dato origine alla manifestazione. Rappresentava il ritorno a una visione. La concretizzava ogni 1 settembre, come a rafforzarla in una rinascita e dava l’appuntamento all’anno venturo. Il rischio è che si perda quella specificità che, per oltre mezzo secolo, ha distinto la Mini Macchina, sostituendo una tradizione autonoma con una rappresentazione sempre più vicina all’evento principale. Ce n’era davvero bisogno?

La vera domanda, quindi, non è se la tradizione debba o meno evolversi. Le tradizioni, quando sono vive, cambiano ma non devono rinunciare all’essenza. La domanda è un’altra: era davvero necessario rinunciare a un percorso così ricco di significati storici, religiosi e identitari? Le rappresentate esigenze di sicurezza e organizzazione o sono spiegate con chiarezza o appaiono come paravento, scuse. Se, invece, l’obiettivo è semplicemente quello di rendere la Mini Macchina sempre più simile al Trasporto della Macchina di Santa Rosa, allora è legittimo domandarsi se non si stia sacrificando proprio quell’identità che, per decenni, ne ha rappresentato il valore più autentico e che ha fatto sì che la manifestazione non venisse infine risucchiata e cancellata dalla ben più importante Macchina del 3. C’era un tempo in cui ai Mini Facchini non era concesso di portare i pantaloni alla zuawa, come i Facchini adulti… la tenerezza del loro piccolo ma grande gesto era simbolicamente rappresentata dal fatto di indossare il pantaloncino corto… una piccola ma significativa differenza rispetto alla divisa tradizionale. Un traguardo da raggiungere. Iniziando a rinunciare al piccolo ma significativo valore delle cose siamo davvero sicuri che il rinnovamento nell’evoluzione paventata sia davvero la cosa più sensata?

La manifestazione non diventa grande e importante nel tempo perché evolve ma perché resta riconoscibile, specie in questo tempo dove tutto appare e scompare alla velocità di un fiammifero.

Le manifestazioni storiche vivono anche nei gesti che si ripetono, nei luoghi che attraversano. Quando quei luoghi e quei gesti vengono meno, non cambia soltanto un percorso: cambia il racconto che quella manifestazione tramanda ai piccoli Facchini e alle nuove generazioni.

Lucio Laureti