Massimo Blandini
NewTuscia – VITERBO – A Viterbo, quando si avvicina il 3 settembre, non c’è bisogno di ricordare alla gente che sta arrivando la notte della Macchina di Santa Rosa. Lo si sente nell’aria. La città cambia passo, le conversazioni finiscono inevitabilmente per tornare a quel momento e l’attesa cresce giorno dopo giorno. Dal 25 agosto è iniziata la novena, nove giorni che accompagnano Viterbo verso la festa della sua patrona. Il pomeriggio del 3 settembre, a partire dalle ore 14,30 circa, i Facchini di Santa Rosa sfilano in divisa bianca e rossa per le vie di Viterbo. Non si tratta ancora del trasporto della Macchina, ma di un pellegrinaggio di saluto e preghiera: il “Giro delle Sette Chiese” è la parte più intima, mistica ed emozionante che anticipa il trasporto vero e proprio. Ma per capire davvero che cosa rappresenti quella notte bisogna tornare indietro di quasi otto secoli, a una ragazza morta giovanissima e diventata, nel tempo, uno dei simboli più forti della città. Rosa nacque a Viterbo nel 1233. Aveva un fisico fragile, segnato da una grave malformazione congenita, ma una personalità tutt’altro che fragile. La sua non fu la vita appartata di una mistica che sceglie il silenzio e si allontana dal mondo. Rosa, per quanto lo consentivano il suo tempo e la sua giovane età, volle stare in mezzo alla gente. Voleva entrare in monastero e, secondo la tradizione, chiese di essere accolta tra le religiose legate alla spiritualità di Santa Chiara. Non fu accolta. Le fonti storiche riportano motivazioni legate soprattutto alla mancanza di posti disponibili e ad altri ostacoli pratici. Rosa, però, non rinunciò alla propria vocazione. Entrò nell’ambiente del Terzo Ordine francescano e cominciò a vivere la sua fede in modo pubblico, attraverso la preghiera, la penitenza e la predicazione. Ed è proprio qui che la sua vicenda diventa sorprendentemente moderna. Viterbo era una città attraversata dalle tensioni tra il papato e l’Impero. Rosa prese apertamente posizione a favore della Chiesa. La tradizione la racconta mentre percorre le strade con il crocifisso in mano, parlando alla popolazione e invitando alla fedeltà al Papa. Una ragazzina, in una città divisa dalla politica, che decide di esporsi. Non era un gesto privo di conseguenze. Secondo la tradizione, Rosa e la sua famiglia furono costrette a lasciare Viterbo e vissero un periodo di esilio. Dopo la morte di Federico II, Rosa tornò in città. Ma il tempo che le restava era pochissimo. Morì nel 1251, quando aveva appena diciotto anni. La sua storia, però, non finì con la morte. Anzi, fu proprio allora che cominciò a trasformarsi in memoria collettiva. Il corpo venne sepolto nella chiesa di Santa Maria in Poggio e il culto della giovane viterbese si diffuse rapidamente. Pochi anni più tardi arrivò l’episodio destinato a legare per sempre Rosa alla storia della città. Nel 1258 papa Alessandro IV si trovava a Viterbo. La tradizione racconta che il pontefice ebbe più volte in sogno la giovane Santa e decise di trasferirne il corpo. Le spoglie furono portate al monastero delle religiose che, secondo il racconto tramandato nei secoli, in precedenza non l’avevano accolta. Quel trasferimento, avvenuto nel 1258, è considerato il lontano punto di partenza della tradizione che oggi conosciamo come Trasporto della Macchina di Santa Rosa. È difficile non vedere il filo che unisce quei due momenti. Nel XIII secolo si trasporta il corpo di Rosa attraverso la città; oggi una torre gigantesca, illuminata e alta circa trenta metri, viene portata sulle spalle dei Facchini. Sono passati quasi ottocento anni, ma l’idea del trasporto è rimasta. Tutto il resto è cambiato. La Macchina di oggi è una costruzione monumentale, un’opera che mette insieme progettazione, arte, materiali moderni e ingegneria. Il suo aspetto viene rinnovato periodicamente attraverso un concorso e ogni nuova versione prova a dare un volto diverso a una tradizione antichissima. Una cosa, però, non cambia: la Macchina deve essere portata a spalla. Ed è qui che entrano in scena i Facchini di Santa Rosa. Sono loro a prendere sulle spalle una struttura che supera le cinque tonnellate e a condurla per le strade del centro storico. Non ci sono ruote. Non ci sono motori. C’è la forza degli uomini, ma soprattutto c’è il lavoro di squadra. Sotto la Macchina ogni Facchino ha un posto preciso e un compito preciso. I movimenti devono essere sincronizzati, i comandi ascoltati, il ritmo mantenuto. Da fuori si vede una grande torre che avanza. Da dentro, sotto quella struttura, c’è un gruppo di uomini che deve muoversi come se fosse una sola persona. Il 3 settembre, poco dopo le 21, arriva il momento che tutti aspettano. Le luci del centro storico vengono spente. Per qualche istante Viterbo resta al buio. Poi la Macchina si accende e tutto cambia. La luce sale verso il cielo e la folla si stringe intorno al percorso. Da Porta Romana comincia il viaggio attraverso il centro medievale. La Macchina passa tra i palazzi, attraversa le piazze e affronta tratti nei quali lo spazio sembra davvero troppo poco per una struttura tanto grande. A Piazza del Plebiscito arriva uno dei passaggi più spettacolari, con la rotazione della Macchina. Poi si prosegue verso Piazza del Suffragio e Piazza delle Erbe. Ma tutti sanno che il momento più difficile deve ancora arrivare. È la salita finale verso il Santuario di Santa Rosa. Ed è proprio lì che succede qualcosa che, visto per la prima volta, sembra quasi impossibile. I Facchini, dopo aver percorso le strade della città con una torre di oltre trenta metri sulle spalle, affrontano la salita correndo. La Macchina sale correndo, portata in spalla dai Facchini. È un’immagine potentissima: una struttura enorme che prende velocità e si arrampica verso il Santuario mentre la folla urla, incita e accompagna ogni passo. In quei pochi secondi si capisce davvero quanto lavoro ci sia dietro il Trasporto. Non è soltanto forza fisica. È preparazione, coordinazione, coraggio e fiducia reciproca. La corsa finale è il punto in cui tutto sembra concentrarsi: la devozione, la fatica, l’orgoglio di essere viterbesi e una tradizione che nessuno sente come qualcosa di lontano. Quando la Macchina arriva davanti al Santuario e viene sistemata, la tensione si scioglie. Restano la commozione, gli abbracci, le voci e la consapevolezza di aver assistito ancora una volta a qualcosa che appartiene alla città da generazioni. È questo, in fondo, il senso più profondo della festa. La novena iniziata il 25 agosto prepara Viterbo a quell’appuntamento, ma il 3 settembre non è soltanto la conclusione di nove giorni. È il momento in cui una storia antica torna a farsi presente. La ragazza che nel 1251 morì a diciotto anni, dopo una vita breve e tutt’altro che ordinaria, continua a essere al centro della città. La traslazione del 1258 è diventata una tradizione che nel corso dei secoli ha assunto forme sempre nuove, fino alla Macchina che oggi conosciamo. E ogni anno, quando quella torre luminosa sale correndo sulle spalle dei Facchini, Viterbo sembra ricordarlo a modo suo: non attraverso una pagina di storia, ma attraverso un gesto che si ripete, attraverso una città che partecipa e attraverso una luce che, per una notte, prende il posto di tutte le altre. È difficile restare spettatori davanti a una scena del genere. Perché la Macchina non passa semplicemente per le strade di Viterbo. Per qualche minuto, è Viterbo che passa insieme a Santa Rosa.
Macchina di Santa Rosa a Viterbo: la storia di Rosa e la notte del 3 settembre














