NewTuscia – VITERBO – In un clima culturale e politico inquinato da ideologie medievali, sono maturi i tempi per portare all’attenzione dei cittadini temi e questioni che fino a pochi mesi fa sarebbero apparsi nella migliore delle ipotesi, delle costruzioni fantasiose e faziose. A volte, però, le derive contemporanee permettono di stanare costruzioni culturali subdole e latenti che non risparmiano niente e nessuno.
In questi mesi, il mondo della scuola è attraversato da un’ondata di chiacchiere su rinnovo contrattuale, emissione speciale di arretrati e aumenti stipendiali, briciole invisibili che, agli occhi di chi non è a conoscenza della realtà delle cose, fanno apparire l’attuale Ministro come coerente e conseguente dispetto a dichiarazioni secondo cui starebbe attuando un piano di riqualificazione anche economica della scuola e delle retribuzioni dei docenti. Fumo negli occhi! Infatti, a fronte delle dichiarazioni, sono stati tagliati commissari all’esame di Stato, ora di Maturità, senza migliorare di un solo euro i compensi dei commissari stessi, fermi dal 2007.
E’ stato poi firmato il “nuovo” contratto, già scaduto lo scorso anno, con aumenti risibili, soprattutto se si pensa che, dati alla mano, l’Italia è fanalino di coda per la retribuzione del personale scolastico, che percepisce, rispetto ai colleghi dei Paesi del nord Europa, il 50% in meno ed è avanti nella classifica solo ai Paesi dell’Est europeo, che hanno costo del lavoro e della vita notevolmente più basso di quello italiano. Nella mancanza di valorizzazione del lavoro, anche se qualificato, i docenti non sono un caso isolato in Italia, ma, anche nel confronto con altre categorie, i docenti ne escono poggio e le ragioni sono tante, tra cui la mancanza di perdita di valore della scuola nel suo complesso, non più percepita, dal livello istituzionale e politico a quello sociale, come quella istituzione cardine dell’intero progetto sociale e nazionale.
La ragione principale, su cui questa svalutazione della scuola si innesta, va tuttavia ricercata nella composizione del personale scolastico, per oltre l’80% di genere femminile, svalutazione ancora più evidente se si considerano i livelli scolastici di infanzia e primaria, dove i docenti percepiscono ancora meno rispetto ai colleghi della secondaria di primo e secondo grado. Nemmeno il titolo di studi, un tempo diverso tra i vari ordini, giustificherebbe il divario, dal momento che anche per accedere agli ordini “inferiori” servono laurea magistrale e crediti formativi.
L’aver cambiato nome a tali ordini poi, da materna ad infanzia, da elementare a primaria, non ha modificato il comune sentire che vede gli insegnanti di tali ordini di scuola, o sarebbe meglio dire le “maestre” per usare il linguaggio corrente, come un prolungamento dell’accudimento familiare. Non mancano le parodie che raccontano di quante mansioni diverse dall’insegnamento, infatti, caratterizzano la quotidianità scolastica dei docenti di infanzia e primaria. Meglio riderci su che affrontare il problema, del resto! Ma c’è ben poco da ridere. Il mondo scolastico è un mondo femminile, per giunta “dorato”, secondo un luogo comune che vede gli insegnati come dei lavoratori con più privilegi che oneri. Come dire: un lavoro di poco conto e ben pagato, che non dovrebbe nemmeno interrompersi per non dare fastidio alle famiglie che non sanno “dove mettere i figli” quando la scuola è chiusa.
Se poi il personale è “donna”, in una realtà economica e lavorativa caratterizzata da una sperequazione di genere nelle retribuzioni a parità di mansioni, la retribuzione bassa e inadeguata è un elemento che rivela come sia persino lo Stato, il “datore di lavoro”, a reiterare quelle logiche patriarcali che vedono la donna sempre un gradino “al di sotto”, anche se impegnate a garantire il buon funzionamento di un settore così strategico, nevralgico e strutturale come il mondo della scuola. Non riesco ad immaginare, infine, se determinate istanze politiche, oggi in voga, dovessero permeare il tessuto culturale del Paese, cosa potrebbe accadere: probabilmente anche la scuola sarà preclusa alle donne, viste le “quote azzurre” già pensate nel 2023, di senso contrario alle istanze di parità che avevano ispirato le “quote rosa”, in un mondo patriarcale senza parità e rispetto, ormai ritenuti “superati”. Allora, forse, dignità professionale e giusto riconoscimento economico potrebbero vedere un miglioramento!
Valeria Bruccola, Segretaria della Federazione provinciale di Sinistra Italiana-AVS
















