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Valeria Mangani, la donna che sta cambiando il modo di pensare la moda sostenibile

Inserito da Massimo Blandini

Valeria Mangani, la donna che sta cambiando il modo di pensare la moda sostenibile


di Massimo Blandini.
La moda italiana ha sempre avuto un modo molto efficace per raccontare il proprio valore. La qualità si vedeva nelle mani di chi produceva, nella storia di un marchio, nella creatività di uno stilista, nella capacità di trasformare un tessuto in qualcosa che andasse oltre il semplice vestito. Oggi, però, tutto questo non basta più. A un certo punto della storia della moda è arrivata una domanda diversa, molto meno affascinante da raccontare ma decisamente più difficile da evitare: quanto di quello che stiamo dicendo è dimostrabile? È qui che entra in gioco Valeria Mangani. Il suo lavoro parte da una convinzione precisa: la sostenibilità non può essere soltanto una parola da mettere in una campagna pubblicitaria o su un’etichetta. Deve diventare qualcosa che si può controllare, misurare e, soprattutto, dimostrare. Economista, esperta di moda e con una lunga esperienza tra aziende, università, istituzioni e organizzazioni internazionali, Mangani da anni lavora proprio su questo confine. La sua attività più nota è legata alla Sustainable Fashion Innovation Society, nata con l’idea di far dialogare soggetti che normalmente procedono su binari separati: imprese, startup, ricercatori, università e istituzioni. Una rete, prima ancora che un’organizzazione, costruita attorno a un’idea semplice: se la moda deve cambiare davvero, non può farlo intervenendo soltanto sul prodotto finale. Bisogna risalire la catena. E, qualche volta, arrivare fino a un campo coltivato. Non è un’immagine metaforica. Nel percorso di Mangani l’agricoltura ha un peso concreto. Nel 2023 la FAO l’ha indicata come World Food Hero, riconoscendo il suo impegno nel collegare il mondo della moda con quello dell’agricoltura e della sostenibilità. In questa stessa direzione va il progetto per il recupero di circa 100 ettari di cotone biologico in Sicilia. È un progetto interessante proprio perché mette in crisi una vecchia abitudine del sistema moda: pensare alla fibra soltanto quando arriva in fabbrica. Prima di diventare un tessuto, infatti, il cotone è una coltivazione. Dietro una fibra ci sono terra, acqua, energia, tecniche agricole e lavoro. Tutto ciò che succede prima della filatura entra inevitabilmente nella storia ambientale di un capo, anche se spesso non compare nell’etichetta. Recuperare una produzione di cotone in Sicilia significa quindi guardare alla sostenibilità da un’altra angolazione. Non soltanto consumare meno, ma anche recuperare ciò che è stato abbandonato. Terreni, competenze, produzioni e relazioni tra settori che per anni sono sembrati non avere più nulla da dirsi. È il senso più concreto della parola “rigenerazione”, che ricorre nel lavoro di Mangani: restituire valore a qualcosa senza limitarsi a sostituirlo con qualcos’altro. Il tema torna, con un taglio diverso, nel Phygital Sustainability Expo, manifestazione di cui Mangani è presidente e che dal 2021 porta a Roma aziende, innovatori, ricercatori e istituzioni. La prima edizione si tenne ai Mercati di Traiano e coinvolse 34 brand. Da allora l’evento è cresciuto, fino a diventare un appuntamento di confronto anche oltre i confini italiani. La scelta di quei luoghi, tra l’altro, aveva una sua logica: mettere la memoria di Roma e dell’Italia accanto a ciò che dovrebbe rappresentarne il futuro tecnologico. Una fotografia abbastanza efficace dell’approccio di Mangani. La tradizione non viene messa da parte, ma nemmeno considerata una risposta sufficiente. Perché la sostenibilità, alla fine, deve funzionare anche quando finisce la conferenza e comincia la produzione. È per questo che una parte importante del lavoro della Sustainable Fashion Innovation Society riguarda la ricerca applicata. Materiali innovativi, polimeri bio-based, nuove tecnologie produttive, stampa 3D, sperimentazione. Parole che possono sembrare lontane dal laboratorio artigiano o dalla piccola azienda tessile, ma che nei prossimi anni avranno un peso sempre maggiore. Soprattutto in Italia, dove il sistema moda non è fatto soltanto di grandi gruppi. Esiste una rete enorme di piccole e medie imprese, laboratori e fornitori specializzati. Molti di loro non hanno né il personale né i capitali per costruire internamente un reparto di ricerca e sviluppo. Avere accesso a un ecosistema nel quale nuove soluzioni possano essere testate e poi trasferite alle aziende può quindi fare una differenza concreta. Ma c’è un altro problema, forse ancora più importante. La moda ha cominciato a usare così tante parole legate alla sostenibilità che alcune hanno ormai perso gran parte della loro forza. Naturale. Ecologico. Riciclato. Sostenibile. Parole utili, certo, ma soltanto se dietro c’è qualcosa che le sostiene. Un’etichetta non è una prova. E dire che un materiale è sostenibile non significa automaticamente aver spiegato perché lo sia. Qui la questione diventa molto più tecnica e, inevitabilmente, molto più europea. Il Digital Product Passport va nella direzione di una maggiore tracciabilità e di una quantità crescente di informazioni disponibili sul prodotto lungo il suo ciclo di vita. Per le aziende della moda significa prepararsi a un mercato nel quale sapere cosa c’è dentro un capo, da dove arriva e come è stato prodotto non sarà più soltanto un elemento utile per distinguersi dalla concorrenza. Diventerà parte del modo stesso di stare sul mercato. È un cambiamento che si vede anche osservando come è cresciuto il perimetro del Phygital Sustainability Expo. Se qualche anno fa il discorso sulla moda sostenibile poteva concentrarsi soprattutto su fibre e riciclo, oggi il quadro è molto più complesso. Si parla di PFAS, microplastiche, sicurezza chimica, rifiuti elettronici, Green Claims, nuove norme europee. E nel 2026 il confronto si è spostato anche sul rapporto tra tessili e salute, grazie alla collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità. La domanda, a quel punto, cambia ancora. Non riguarda più soltanto l’impatto che un prodotto ha sull’ambiente. Riguarda anche ciò che contiene, le sostanze con cui le persone possono entrare in contatto, il comportamento delle microfibre e le informazioni che devono accompagnare un prodotto. La moda entra così in territori che fino a poco tempo fa sembravano appartenere ad altri settori: salute pubblica, sicurezza dei materiali, chimica, regolamentazione. È probabilmente uno dei segnali più evidenti di quanto sia diventato più serio il discorso sulla sostenibilità. Non basta più il verde nella comunicazione. Servono dati. E servono competenze per interpretarli. Mangani si muove anche sul piano istituzionale. Fa parte del Tavolo Nazionale della Moda presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dove il tema della sostenibilità viene affrontato dal punto di vista della filiera. È un passaggio importante perché le nuove regole non avranno lo stesso peso per tutti. Per un grande gruppo internazionale possono significare nuovi investimenti e nuovi sistemi di controllo. Per una piccola azienda o per un fornitore specializzato possono significare molto di più: formazione, software, nuovi macchinari, certificazioni, revisione dei processi e rapporti diversi con chi acquista i loro prodotti. La transizione ecologica rischia quindi di diventare anche una questione di dimensioni. Chi ha più risorse può adeguarsi più velocemente. Chi ne ha meno rischia di rimanere indietro. È uno dei motivi per cui il trasferimento delle conoscenze e delle tecnologie diventa fondamentale. Ed è anche il punto in cui il percorso professionale di Mangani assume un significato particolare. La sua esperienza non si è sviluppata in un solo ambiente. Ha ricoperto ruoli manageriali, tra cui quello nel consiglio di amministrazione di Corneliani, ha insegnato e svolto attività accademica al Politecnico di Milano e alla Sapienza Università di Roma e ha scritto “Vestire il Futuro”, dedicato ai temi dell’ecologia e della qualità della vita. Industria, università e istituzioni non sono quindi capitoli separati della sua carriera. Sono parti di uno stesso percorso. Anche il lavoro internazionale va letto nello stesso modo. Dal 2017 è Head Delegate dell’International Alliance of Women presso le Nazioni Unite a Roma. Un’esperienza che rafforza una considerazione ormai difficile da ignorare: la moda può avere un’identità italiana, ma la sua filiera non è italiana in senso stretto. Le materie prime arrivano da Paesi diversi, le lavorazioni attraversano più mercati, le regole vengono definite anche a Bruxelles e i consumatori chiedono sempre più spesso informazioni che l’azienda deve essere in grado di fornire. Il Made in Italy, quindi, non può più affidarsi soltanto alla reputazione costruita nel tempo. Deve essere capace di documentarla. E proprio qui la sostenibilità smette di essere soltanto un costo. Per un’impresa che conosce bene i propri materiali, controlla i fornitori, investe nella ricerca e sa dimostrare quello che dichiara, le nuove regole possono diventare anche un vantaggio. La trasparenza può diventare competitività. La tracciabilità può diventare valore. La ricerca può diventare un investimento industriale e non una voce accessoria. Il punto delicato è fare in modo che questa opportunità non rimanga appannaggio dei grandi marchi. Se la sostenibilità deve diventare una caratteristica strutturale della moda italiana, deve poter essere affrontata anche da chi lavora con dieci, venti o cinquanta dipendenti. Altrimenti il rischio è quello di avere un sistema sempre più avanzato ai vertici e sempre più fragile alla base. Ed è forse proprio questa la chiave per leggere il lavoro di Valeria Mangani. Non soltanto la sostenibilità del vestito, ma tutto ciò che viene prima di quel vestito. Il campo in cui nasce una fibra. Il laboratorio che sperimenta un nuovo materiale. L’azienda che deve adottare una tecnologia. Il fornitore che deve dimostrare l’origine di una materia prima. L’università che sviluppa una soluzione. L’istituzione che stabilisce una regola. Tutti pezzi dello stesso problema. La moda italiana è arrivata a un momento in cui la tradizione, da sola, non basta più a garantire il futuro. Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che il futuro debba cancellare quella tradizione. La vera partita si gioca altrove: nella capacità di far convivere artigianalità e tecnologia, creatività e dati, estetica e responsabilità. È un passaggio meno spettacolare di una sfilata e forse proprio per questo più importante. Perché il prossimo capitolo della moda sostenibile non si scriverà soltanto sulle passerelle. Si scriverà nei campi, nei laboratori, nelle fabbriche e nei sistemi digitali che permetteranno di sapere davvero come nasce un prodotto. In questo scenario, Mangani sta lavorando su un’idea destinata a pesare sempre di più: la moda del futuro non dovrà soltanto essere capace di raccontare una bella storia. Dovrà essere capace di provarla.

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Circa l'autore

Massimo Blandini

Ex Funzionario Sismi. Ho dedicato l’intera vita professionale al servizio dello Stato Italiano, distinguendomi per competenza, lealtà istituzionale e spirito di sacrificio in incarichi ad elevata responsabilità e rischio. Nel corso di una lunga carriera nelle Forze dell’Ordine e negli apparati di sicurezza nazionale, ho prestato servizio presso la Questura di Roma (D.I.G.O.S.), il Reparto Mobile di Roma, l’Ispettorato di Pubblica Sicurezza del Senato della Repubblica, la Direzione Centrale per i Servizi Antidroga e la Presidenza del Consiglio dei Ministri, già SISMI e oggi AISE. Ho maturato una significativa esperienza nei settori operativo e investigativo, operando nel controspionaggio, nel contrasto al terrorismo internazionale, nella lotta alla criminalità organizzata transnazionale e nelle attività di analisi OSINT, contribuendo alla valutazione dei rischi e alla pianificazione di interventi complessi. Di particolare rilievo l’attività svolta presso il Cerimoniale dell’AISE, dove ho assicurato elevati standard di sicurezza e relazioni istituzionali con organismi omologhi nazionali ed esteri. Parallelamente all’attività professionale, ho perseguito un costante aggiornamento accademico e specialistico, conseguendo con il massimo dei voti la Laurea in Scienze dell’Educazione presso l’Università Roma Tre e numerosi master universitari di I e II livello nei settori criminologico, forense, investigativo, dell’intelligence, della sicurezza e dell’ingegneria per la pubblica amministrazione. Ho inoltre conseguito il Corso di Perfezionamento in Security Manager presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata (A.A. 2022/2023), organizzato dal Dipartimento di Ingegneria dell’Impresa in collaborazione con il CeSIntES (Centro Studi in Intelligence Economica e Security Management), percorso conforme alla norma UNI 10459:2017. Dopo il collocamento in quiescenza, avvenuto il 15 luglio 2019, ho continuato a mettere la propria esperienza al servizio della collettività come docente di sostegno, counsellor professionista, collaboratore di agenzie investigative e istituti di ricerca nell’ambito delle scienze sociali e strategiche, nonché attraverso attività di formazione, prevenzione e supporto sociale. Sono inoltre iscritto nell’elenco dei Tutori Volontari di Minori Stranieri Non Accompagnati, istituito presso il Tribunale per i Minorenni di Roma ai sensi dell’art. 11 della Legge 7 aprile 2017, n. 47. Dal novembre 2025 ricopre l’incarico di Direttore Editoriale dell’“Osservatore Meneghino” e recentemente anche del “CorriereSud”, distinguendomi anche per l’impegno culturale e informativo volto alla diffusione dei valori civici, della legalità e della consapevolezza istituzionale. L’insieme delle attività svolte testimoniano un percorso professionale e umano caratterizzato da dedizione allo Stato, alto senso del dovere, competenza multidisciplinare e costante impegno civile, rappresentando un significativo esempio di servizio alla Repubblica.

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