Miranda Bocci

NewTuscia – VITERBO – “L’architettura istituzionale in dialogo coi principi fondamentali” è stato il tema del terzo incontro della Scuola “Mario Fani” che ci ha fatto tornare alle radici della Costituzione grazie agli interventi dei proff. Fabio Pacini (Unitus) e Umberto Ronga (Federico II, Napoli).

Con il prof. Fabio Pacini ha ripercorso il lavoro dell’Assemblea Costituente, che si svolse al termine della seconda guerra mondiale, prima ancora di una dittatura ventennale, ma ancora più a ritroso segue i 60 anni dell’Italia liberale, un periodo quest’ultimo di grande fermento politico che arriva fino alla nascita dei grandi partiti di massa, che ha visto un lento estendersi del diritto di voto e della legislazione sociale. In tal senso si può dire che la Costituzione vuole avere in sé anche un messaggio comunicativo e un messaggio di inclusione che è particolarmente evidente nei primi 12 articoli dedicati ai principi fondamentali e allo spirito che anima gli articoli della prima parte. Un messaggio che non era scontato che attecchisse nella società italiana, come si evince leggendo i giornali dell’epoca e la memorialistica dei protagonisti di quella stagione.

Al nuovo Stato venne data una forte impronta parlamentare, elemento volutamente centrale nella topografia costituzionale, disciplinato in apertura della seconda parte come luogo del dialogo delle diverse realtà che formano la società, la sede ideale per assorbire lo scontro e tramutarlo in incontro.

Dal primo gennaio del 1948 quel testo è stato consegnato all’applicazione quotidiana, che deve tenere conto dell’evoluzione degli equilibri socio-politici, aprendosi a modifiche. Ciò su cui è necessario mantenere l’attenzione è fino a che punto i cambiamenti che vengono di volta in volta introdotti siano fisiologici scostamenti rispetto alle intuizioni originarie dei costituenti.

Quello trovato tra il 1946 e il 1948 è stato un compromesso costituzionale, nella sua radice più nobile di cum-promittere, promettere insieme, sottolinea il prof. Ronga. Basti pensare all’art. 1 che nella formulazione originale recitava “L’Italia è una Repubblica di lavoratori”, una formulazione cambiata per non schiacciarla su una sola dimensione identitaria. In Assemblea Costituente si discusse a lungo sulla forma di governo da adottare e si optò per il parlamentarismo per la reciproca diffidenza tra le forze politiche, sui presupposti di evitare di dare eccessivo potere ai vincitori e garantire un reciproco controllo tra le maggiori forze: il contesto geopolitico influenzò inevitabilmente le scelte dei costituenti. Ciò nonostante autorevoli membri dell’Assemblea (basti citare Mortati e Calamandrei) fossero favorevoli al presidenzialismo. Anche l’unicum del bicameralismo (quasi) perfetto fu una mediazione tra l’istanza democristiana che voleva una Camera delle Regioni e il monocameralismo propugnato dalle sinistre.

Il sistema dei partiti che ha generato la Costituzione non c’è più da trent’anni: sono cambiati i protagonisti, gli schieramenti, la dialettica, passati dalla “conventio ad excludendum” alla logica dell’alternanza. Ma la nuova stagione ha segnato una marginalizzazione del Parlamento, schiacciato dalla necessità di conversione dei decreti legge governativi, dalla ricezione delle normative comunitarie, dalla concorrenza legislativa delle Regioni. La domanda aperta riguarda ruolo e funzioni per il Parlamento oggi: quale controllo e contrappeso al governo può rappresentare? E quali interventi istituzionali possono razionalizzare il sistema? Risposte che possono arrivare riconoscendo i processi che sono avvenuti e maturare un nuovo ethos politico.

Il dibattito, nato dalla riflessione dei laboratori, ha portato a ragionare sulla figura del Presidente della Repubblica, ultimamente assurta a un ruolo superiore a quello del garante, chiamato a sottolineare e vigilare sui valori superiori con una voce al di sopra delle parti: difficile privarsene in un quadro di riforme istituzionali. Circa la crisi della partecipazione, questa attinge a una crisi del rappresentato, del cittadino che non trova una narrazione (personale e sociale) alla quale aderire. Una risposta può nascere dalla rivitalizzazione dei corpi intermedi.
Ci sono tanti campi su cui investire impegno: mantenere una coscienza critica, accettare la fatica della formazione, non abdicare al diritto dovere della partecipazione. Al di là di quelle che possono essere le regole, serve maturità e senso di responsabilità degli attori politici e dei cittadini: in sostanza, ricostruire la forza dello stare insieme.