NewTuscia  – VITERBO  – Si è chiuso con una condanna a due mesi di carcere con sospensione della pena e non menzione, il processo a carico dell’ducatrice e psicologa che dirigeva un asilo nido di Viterbo,  accusata di abuso dei mezzi di correzione nei confronti di una bambina di due anni e mezzo all’epoca dei fatti.

La maestra, come testimoniato dalle altre operatrici, avrebbe messo la bambina non ancora in grado di parlare sulla “sedia del pensiero”. Si tratta di un metodo che consiste nel far stare un bambino seduto da solo, lontano dalle altre persone, perché rifletta su ciò che ha fatto di sbagliato. È un metodo che diverse scuole dell’infanzia usano, in effetti.

I genitori si sono dichiarati parti civili nel processo perché la piccola, affetta da fragilità certificate nel 2017 dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù, ne avrebbe sofferto, ricavando dal comportamento della maestra effetti negativi sulla patologia di cui soffre. A loro, è stata riconosciuta una provvisionale di duemila euro ciascuno e un risarcimento dei danni da quantificare in sede civile.

Secondo l’avvocato di parte civile la maestra non sarebbe stata responsabile solo della sedia del pensiero, ma con il suo comportamento avrebbe provocato una regressione dello stato di salute della bimba: “Per farla mangiare se la metteva sulle gambe, usando il cellulare per distrarla mentre la imboccava. Oppure, invece di farle fare attività, la metteva davanti al computer ”.

Per la difesa invece la maestra era convinta di agire per il bene della bambina, non vedendo nel metodo della sedia del pensiero qualcosa di sconveniente, “semmai possiamo discutere se nel caso specifico fosse opportuno, ma da qui a parlare di abuso dei mezzi di correzione… “. Ha poi ricordato che la stessa procura aveva chiesto inizialmente l’archiviazione del caso, poi riaperto in seguito all’opposizione della famiglia.

Ricordiamo che per la legge italiana vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva.