Simone Stefanini Conti

NewTuscia – ORTE – Nelle ore del tardo pomeriggio di domenica 5 gennaio si rinnoverà anche quest‘anno ad Orte la tradizione del canto „di questua“ della Pasquarella. Un folto Gruppo di „Cantori“ percorrerà dalle ore 17 sia le vie del Centro Storico che quelle dei quartieri per il canto tradizionale della Pasquarella.

Nel racconti dei nostri nonni è racchiuso il significato essenziale delle feste natalizie che si concludono con l‘Epifania, una strenna delle tradizioni descritta negli appunti di don Delfo Gioacchini e riscoperti da Wladimiro Marcoccio.

A sentire i nostri “vecchi” rievocare le giornate di Natale e dell‘Epifania, e il fervore e le tradizioni che l’accompagnavano, c’è da struggersi di tenerezza.

In tempi così disincantati o in qualche caso insensibili al messaggio natalizio come i nostri, è opportuno fermarsi un momento e riconsiderare quei Natali e quelle Epifanie…..non per nostalgia del passato o critica del presente, ma in quanto il Natale e l’Epifania di tanti decenni addietro erano partecipati e si aspettavano non certo per le luci e per i doni.

In tantissima parte della popolazione e delle famiglie non c’era il nostro benessere, c’era invece povertà e molto spesso, la fame. Per le strade, i lampioni si spegnevano presto e, quanto ai regali, i bambini potevano aspettarsi tutto al più, qualche palla di fichi secchi o una manciata di mosciarelle.

“Ma in compenso non c’era casa, per povera che fosse, in cui non bruciasse il ciocco, per riscaldare il bambinello” si diceva. Il ciocco era simbolo del Natale dei poveri. In quelle giornate si avevano delicatezze impensate. I contadini, e allora la società era prevalentemente contadina, strappavano la vita con molti stenti e tanta fatica. Tiravano avanti a forza di polenta e di granturco. “

Quanto la nottata di Natale era intima e raccolta, quella della Pasquarella era, viceversa, gaia e rumorosa. Uscivano sul far della sera, gruppi di tre o quattro persone, uomini per lo più, e si spargevano per le case di città o di campagna, a “cantare la Pasquarella”, attesi, accolti e benedetti, con un bicchier di vino già preparato e le povere, umili offerte da deporre nel canestro che uno di essi portava infilato nel braccio: uova, salsicce, uva secca e qualche bottiglia di vino.

Accompagnati dall’ “orghinetto”, quei canti, non sempre perfettamente intonati, ma sempre ascoltati con devozione, creavano un’atmosfera di raccolto stupore. Al chiudersi del ciclo delle feste natalizie, era questo un modo di fissare nel cuore per tutto il corso dell’anno, la speranza accesa da Cristo, sceso in terra a farsi umile e povero, come loro.

Noi non sappiamo chi ne sia stato l’autore, ma certo, la poesia approssimata in cui erano composti, le sgrammaticature, le assonanze, le ripetizioni, i versi zoppicanti, indicano, senza ombra di dubbio, l’ambiente popolare dal quale provengono. Sentire, ad esempio, questo che abbiamo potuto raccogliere sulla bocca dell’ultimo cantore della Pasquarella:

“ Ecco ch’è notte e si rallegra il mondo

Ecco la santa notte di Natale.

È nato il Redentissimo del mondo

Il Figlio di Maria, l’originale”……

Pasquarella befania

Tutte le feste si porta via.

Ma rispose Sant’Antonio:

piano, piano … che c’è la mia !

Ma rispose ‘na vecchiaccia:

semo inverno fino a Pasqua! ;

Qui all’improvviso il tono cambiava e da tenero e raccolto si faceva vivace:

“Fate presto a aprì la porta

Che dal ciel casca la brina …

Che c’è presa la tremarella,

viva, viva la Pasquarella,

Catenaccio della porta,

sei di ferro e non m’importa,

perché ci hai la figlia bella,

viva, viva la Pasquarella “.

Si stava in giro per tutta la notte e si bussava a tutte le porte. Saltarne una, era come fare un’offesa. E se la porta tardava ad aprirsi, i cantori intonavano impazienti:

“Dalla corta ne venimo,

pe’ la lunga dovemo annà !

Si ce date qualche cosa,

non ce fate più aspettà…”

Oggi la tradizione è tornata, ma non è più quella. Difficilmente si bussa più alle porte per non disturbare, ma si va per le strade e per le piazze. Nel silenzio della notte, il coro si leva con accompagnamento di chitarre, fisarmonica e sassofono a cantare “Tu scendi dalle stelle” o “ Astro del ciel” , è sempre accolto dai cittadini con riconoscente compiacimento.

È questo, ci sembra, il modo più adatto, per augurare, all’inquieta società del nostro tempo, la speranza della pace, di cui ha sempre più impellente bisogno.