di Diletta Riccelli

NewTuscia – FERRARA – Sembra assurdo pensare di morire in mano allo Stato. Eppure, in una notte di fine settembre del 2005, è successo. È successo a Federico Aldrovandi, che viene barbaramente ucciso da quattro poliziotti durante un controllo in un parco a Ferrara.

I fatti

La notte del 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi è di ritorno da una serata trascorsa con gli amici al Link di Bologna. Durante la serata, Federico assume droghe e alcool. Al termine di essa, i vari amici testimonieranno poi a processo, lo vedono tranquillo. Nel frattempo, due abitanti della zona in cui abita Federico, denunciano la presenza di un giovane in stato di agitazione che urla in strada ed allertano le forze dell’ordine. Da qui inizia il girone dantesco di Federico: lo scontro con i quattro poliziotti sopraggiunti diventa molto violento. Talmente tanto che, i poliziotti spaccano due manganelli addosso al ragazzo e la colluttazione si conclude con la morte di Federico. Morte sopraggiunta per “asfissia da posizione” con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia dei poliziotti. La famiglia, avvisata alle 11 della mattina successiva, arriva in obitorio e trova Federico devastato. Il corpo distrutto da circa 54 lesioni ed ecchimosi. La mamma non ci pensa due volte: fotografa il corpo e rende noti gli scatti.

Il processo

I giudici, dopo un lungo processo, conclusosi in Cassazione, hanno attribuito la morte del ragazzo a un “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi” da parte dei quattro agenti della questura di Ferrara intervenuti per il controllo. I poliziotti Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani e Luca Pollastri sono stati definitivamente condannati a 3 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo. Il caso Aldrovandi, soprattutto grazie al blog aperto dalla mamma del ragazzo, Patrizia Moretti, è stato a lungo al centro del dibattito.

Gli agenti condannati, però, riescono beneficiare dell’indulto, che copre 36 dei 42 mesi previsti dalla sentenza definitiva. Il 29 gennaio del 2013, il Tribunale di sorveglianza di Bologna stabilisce che trascorreranno in carcere solo quei 6 mesi di pena residua. Dopo sessanta giorni, l’unica donna tra i quattro, Monica Segatto, viene scarcerata grazie al cosiddetto decreto svuota-carceri e le vengono concessi i domiciliari. La stessa richiesta viene invece respinta per gli altri tre poliziotti. Passati i sei mesi, gli agenti vengono reintegrati dalla polizia. Per Patrizia Moretti, mamma di Federico, sono “simbolo dell’impunità”.

La lettera del papà

“A volte mi domando, quale terrore e quale orrore, possa aver provato Federico quella maledetta mattina, con lui a domandarsi, mentre la sua vita svaniva: “Sto chiedendo aiuto papà a uomini in divisa simile alla tua e a quella del nonno, di cui parlavate un gran bene, ma non mi stanno ascoltando. Perché papà?” Non lo so Federico, ma non tutte le persone che ricoprono certi ruoli, qualunque essi siano, sono uguali, ed è per questo che non ho mai smesso di scrivere di te, forse come una forma per chiederti scusa, perché era qui che dovevi essere. Una morte, di cui la verità completa la conoscete tu e quei 4, ma penso anche “qualcun altro”. Questa una piccola parte del post che stamane ha scritto Lino Aldrovandi, in memoria del figlio.

Ha poi proseguito scrivendo: “Il tempo scorre e la memoria sarà la vostra condanna, quando il cielo di settembre parlerà di te. E’ come un senso di colpa che non mi lascia. Io ti conosco perché tu hai sempre vissuto in me”. Caro Federico, ogni anno a quest’ora il mio respiro inevitabilmente si affievolisce e i ricordi tristi di un’alba inspiegabilmente assassina, continuano a tormentarmi.

Una storia atroce che, a distanza di 18 anni, non ha avuto la giusta dose di giustizia. La stessa triste sorte che accomuna Federico a Giuseppe Uva: morto per una “tempesta emotiva” (questo il termine usato nella sentenza d’appello dai giudici per motivare l’estraneità delle forze dell’ordine alla morte di Giuseppe).