di Diletta Riccelli

NewTuscia – ROMA – Sono ormai all’ordine del giorno le notizie, riguardo opere d’arte disseminate in giro per l’Europa, protagoniste di atti vandalici da parte degli attivisti di Ultima Generazione. Gruppi di giovani che con azioni scellerate tentano di attirare l’attenzione mediatica sulla questione ambientale, sempre più spinosa e degna di crescente apprensione.
Se da una parte è ammirevole che un gruppo di fanciulli si prodighi con tanto entusiasmo, viene da chiedersi se gli obiettivi bersagliati non siano totalmente errati.
Inizialmente semplici sit-in in strada, rendevano disagevole il traffico della Capitale già tediato da un numero irragionevole di automobili, per poi passare ai tanto temuti “attentati” nei confronti delle opere d’arte.
Storie trite e ritrite che ci trascinano al ricordo di eventi simili come quando nel 2017 la sirenetta di Copenaghen fu imbrattata di rosso contro la caccia alle balene o nel 2004 rivestita con un burqa, in segno di protesta contro la richiesta della Turchia di entrare a far parte dell’Unione Europea.

 

 

E che dire di Palmira, parzialmente distrutta durante il conflitto civile siriano perché considerato un’eredità infedele.
Che ci sia dietro o meno una credenza ideologica, il semplice bisogno di attirare l’attenzione per cause più o meno nobili o il puro vandalismo, utilizzare un’opera d’arte è quasi sempre condannabile. Nei giorni scorsi si è pronunciato a riguardo il Governo, che intende inasprire le sanzioni per chi si rende protagonista di atti che compromettano o vandalizzino beni culturali. Diverse le reazioni a caldo dei vari partiti tra chi osanna questa scelta e chi invece la considera “l’ennesimo atto di repressione”.
C’è però da considerare in termini economici, la pulizia dopo che siano avvenuti i fatti: si parla di una cifra record che sfiora i 40mila euro per il ripristino della facciata del Senato imbrattata di arancione a gennaio.
Se però ci si sofferma sulle intenzioni degli attivisti di Ultima Generazione, ci si scontra con verità innegabili. “Alla base del gesto, la disperazione che deriva dal susseguirsi di statistiche e dati sempre più allarmanti sul collasso eco-climatico, ormai già iniziato, e il disinteresse del mondo politico di fronte a quello che si prospetta come il più grande genocidio della storia dell’umanità”, hanno sostenuto in una nota “rivendicando” i fatti successi davanti al Senato.
É forse il caso di domandarsi se non siano totalmente errati i metodi di comunicazione di ambedue le parti: le istituzioni che tentano di arginare il fenomeno a suon di sanzioni e gli attivisti che con un operato discutibile, costringono lo Stato a ripagare i danni e non per ultimo ad utilizzare litri e litri d’acqua pulita.