NewTuscia – PALERMO – La cattura di Matteo Messina Denaro ha sicuramente riacceso i riflettori riguardo l’esigenza di contrastare il fenomeno mafioso in Italia. Quello che però risulta più ostico è il voler far credere che sia solamente un fenomeno retrogrado e relegato nelle sole zone del sud d’Italia, qualcosa di folkoristico, che perlopiù alimenti l’industria cinematografica.

Messina Denaro era uno dei boss più ricercati al mondo eppure viveva indisturbatamente nella sua regione natia, potendo condurre un’esistenza quasi del tutto normale e avvalendosi di assistenza medica al bisogno.

Non è di certo un segreto che il boss si sia macchiato del più orribile dei crimini: uccidere un bambino.

Il bambino in questione è Giuseppe Di Matteo, strangolato e disciolto nell’acido l’11 gennaio 1996. Il ragazzino, figlio di un pentito, era stato rapito circa due anni prima con l’inganno da quattro uomini: Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano, Giovanni Brusca e Denaro. I quattro lo condussero su un furgoncino Fiat Fiorino fingendosi poliziotti, promettendogli di incontrare il padre, Santino Di Matteo, che in quel periodo era lontano dalla Sicilia sotto protezione.

Il 1994 per Giuseppe fu un anno davvero duro. Spostato in diverse prigioni, perlopiù casolari abbandonati, nell’estate del 1995 fu definitivamente rinchiuso in un bunker, l’ultimo luogo dove rimase 180 giorni prima di venire ucciso. Nel frattempo il padre era sempre più deciso a collaborare con la giustizia e quindi questo fece inasprire ulteriormente la sorte del piccolo Giuseppe. Vennero incaricati Enzo Brusca, Vincenzo Chiodo e Giuseppe Monticciolo di ucciderlo. I dettagli dell’omicidio che esplicitati da Chiodo durante la deposizione, hanno dei risvolti davvero raccapriccianti:

“Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ (…) il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. ‘Sto morendo’, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi. (…) io ho spogliato il bambino (…) abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra. (…) io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire”.

Le pene irrisorie per l’omicidio di Giuseppe Di Matteo non restituiscono giustizia per uno dei crimini più abominevoli mai compiuti dalla mafia. É indubbio ormai che Cosa Nostra sia lontana anni luce dal tipo di comunicazione instaurato negli anni ’90 nei confronti dello Stato, a suon di stragi e avvertimenti celati nelle varie faide. Lontana anni luce dalla quella presenza asfissiante nei media ma così pressante nel controllo laddove vi sia la possibilità di ottenere ritorni economici, come ad esempio gioco e scommesse, turismo ed energie alternative. La mafia è il cancro d’Italia e la cattura di un singolo individuo non argina il problema.