NewTuscia – VITERBO – Riceviamo e pubblichiamo la lettera inviataci dal Dr. Claudio Mariani, Direttore dell’area di Criminologia e sociologia delle devianze presso il Centro Studi Criminologici di Viterbo.

“Erano evasi in sette il giorno di Natale e in meno di una settimana sono tornati tutti dietro le sbarre! Nell’apprendere la notizia della cattura degli ultimi due ragazzi che ancora mancavano all’appello si percepisce in giro uno strano senso di soddisfazione; nei negozi o tra i tavoli imbanditi per le feste abbiamo avuto un nuovo argomento di conversazione: ci siamo annoiati di parlare del covid che ormai non mette più paura, ci siamo ormai abituati alla guerra in Ucraina, il campionato di calcio è rimasto sospeso per un mese e quindi la fuga dal carcere minorile è diventato il tema della settimana.
Dopo la cattura degli ultimi due ragazzi ci sentiamo tutti più sicuri: qualche ringraziamento istituzionale (più che giusto) alle forze di polizia, qualche considerazione (quasi sempre le stesse) da parte dei politici, qualche riflessione (quasi mai ascoltata) degli addetti ai lavori, dopo di che cala il sipario sul tema dei “ragazzi difficili” e siamo tutti pronti per il prossimo rituale che ridesterà la nostra attenzione per qualche giorno e poi di nuovo l’oblio.
Sono tanti i temi che seguono il medesimo copione: all’inizio ci meravigliamo, poi ci indigniamo, poi comincia una sorta di inesorabile assuefazione e tutto finisce … tutto, tranne i problemi che regolarmente si ripresentano.
Ho conosciuti tanti di questi ragazzi e non certo per indulgenza o per buonismo ma per trasformare i ragazzi cosiddetti problematici in risorse per la comunità, non possiamo ignorare le loro storie né da dove proviene la maggior parte di loro: sono tutti figli delle nostre contraddizioni, sono il prodotto di un pianeta dove la ricchezza ostentata di pochi non lascia spazio alla povertà nascosta di molti, sono coloro che camminano per le nostre strade più ubriachi di malinconia che di alcol, sono gli abitanti dei quartieri dei baby lavoratori e dei baby spacciatori, dove i bambini non giocano con le bambole e
gli orsacchiotti ma con i coltelli e i cazzotti, dove si vive in equilibrio tra brevi attimi di gioia e lunghi giorni di disperazione.
Ma commetteremmo un grave errore se credessimo che i “ragazzi difficili” vengono solamente dalle periferie degradate; oggi molti giovani stanno soffrendo una nuova forma di emarginazione e di esclusione che scaturisce da un mondo che li divide in vincenti e perdenti, furbi e sciocchi, rock e lenti e se ti trovi dalla parte sbagliata rischi di passare tra gli sfigati e gli invisibili; per molti di loro c’è un solo modo per essere visti e ascoltati: salire sul palco qualunque sia il copione da recitare nel bene e nel male!
Non è nostra intenzione sostenere sterili discorsi sulle colpe della società ma quanto sarebbe più utile cercare le soluzioni partendo dall’origine dei problemi e non dalla fine: un analgesico elimina solo il dolore di una malattia ma non la cura se non si interviene sulle cause.
​La comunità ha il diritto di difendersi da chi non rispetta le regole ma chiudere un ragazzo in una cella non risolve il problema: nella maggior parte dei casi lo rinvia.
Se può esser vero che in alcuni casi la detenzione diventa un provvedimento necessario, è anche vero che il numero esiguo degli ospiti (una quarantina al Beccaria) consentirebbe certamente una spesa maggiore, un investimento in sicurezza e non un costo; Il carcere minorile Beccaria (e non è certo l’unico) soffre di carenze ormai croniche; dal suo interno emergono dati deprimenti: manca un direttore stabile da 20 anni, da oltre 16 anni sono in corso lavori di ristrutturazione che non consentono di utilizzare gli spazi necessari, educatori ed agenti di polizia penitenziaria sono perennemente sotto organico e sono in prima linea ogni giorno per contenere le tensioni, le attività e gli spazi per gestirle sono pochi e i ragazzi affetti da patologie o dipendenza da sostanze sono sempre di più; dei sette ragazzi evasi e nuovamente dietro le sbarre, tre di loro sono stati trasferiti presso strutture per adulti dove la recidiva supera il 65%.
Spesso si chiede agli imprenditori di investire in questo settore senza lasciarsi condizionare dai pregiudizi; sono le stesse istituzioni pubbliche ad incoraggiare i privati ad assumere questi ragazzi come gesto di sensibilità e lungimiranza; e allora perché quasi mai chi è pregiudicato può essere ammesso a partecipare ad un concorso pubblico? Perché è così difficile per chi ha riportato una condanna ottenere una licenza per aprire una attività commerciale?
Di fronte a tutto questo non abbiamo formule magiche ma penso che dovremmo smettere di meravigliarci e cominciare a porci qualche domanda: forse anche noi adulti abbiamo qualche responsabilità? Questo sistema è davvero rieducativo come prevede la nostra Costituzione? Investiamo in sicurezza quanto dovremmo? Il mondo degli adulti è credibile quando parla di inclusione, solidarietà, onestà, condivisione? Se è vero che educare significa accompagnare attraverso l’esempio, noi siamo davvero un esempio per i nostri ragazzi?
Personalmente non mi sentirei di scagliare la prima pietra.”