Gaetano Alaimo

NewTuscia – VITERBO – Quarant’anni. Una vita. Era il 29 dicembre del 1982 quando Anna Marconi, mia madre, ci lasciò ad appena 35 anni di vita. Una brutta malattia se la portò via in pochi anni. Io avevo 7 anni e una manciata di mesi. Sono quei fatti che nessuno si augura per sé ma che, purtroppo, colpiscono senza un motivo apparente così come capita. E ti lasciano un segno irreversibile per sempre.

Anna era un’infermiera professionale, aveva sposato mio padre Salvatore il 27 luglio 1974. Erano gli anni del terrorismo ma anche del post shock petrolifero e del post miracolo economico. Era un periodo di assestamento e rilancio, di disillusioni e dei personaggi che hanno fatto la storia della Tv e del Cinema italiano. Gli anni Settanta, il crocevia dell’Italia contemporanea, quell’Italia che avrebbe ripreso a “sognare” negli anni Ottanta, in cui tutto sembrava possibile, con uno slancio meno sognatore negli anni Novanta ed il ritorno “sulla terra” dal 2001 in poi tra crisi economiche continue, pandemie e guerre. Quegli anni Ottanta in cui l’Italia vinse il Mondiale di calcio e, con mio padre, andammo a festeggiare dalla vittoria sull’Argentina in poi. Quindi Brasile, Polonia e la vittoria sulla Germania. Mia mamma era lì, in casa, assisteva silenziosa ad una festa che, diciamocelo, aveva ridato un po’ di speranza ad un’Italia martoriata dai lutti del terrorismo e di una mafia che si era portata via i pezzi più pregiati del nostro Stato. Era un attimo di felicità collettiva. Quella felicità che, anche se non amava il calcio, anche mia mamma, a suo modo, volle condividere con noi.

Era nata il 19 dicembre 1947 a Viterbo e della fede religiosa e del servizio al prossimo aveva fatto i suoi principi di vita, scegliendo non a caso gli studi per diventare infermiera. Mio padre Salvatore  l’aveva conosciuto poco più che 18enne, lui era venuto per il servizio militare volontario dal Sud. Una delle più classiche delle storie, che oggi sono un po’ parte della nostra storia.

Non sarò qui a ricordare i momenti bui della sua malattia, semplicemente poche righe per descrivere cosa possa provare chi, come me, si è trovato a vivere 40 anni senza un riferimento com’è quello materno. Cambi modo di gestire la tua vita, maturi subito e, comunque, ogni momento bello lo amplifichi perché senti ogni giorno quella mancanza che ti porterai dietro per tutta la vita. L’insegnamento di Anna, mia madre, è stato principalmente quello di non mollare mai, di rimanere umili, di essere grato ogni giorno per ciò che si ha e si fa e, soprattutto, di rispettare il prossimo. Nelle sue debolezze e difficoltà, cercando, quando possibile, di essere d’aiuto.

Noi la ricorderemo così, sorridente e con gli occhi sempre pieni di speranza!