Stefano Stefanini

NewTuscia – VITERBO – La crisi energetica è la principale fonte di preoccupazione per le famiglie italiane: per il 33,4%, e la percentuale arriva al 43% tra le famiglie in una bassa condizione socio-economica, le più colpite dall’aumento dei costi incomprimibili. Il rischio è quello che aumentino sensibilmente sia le persone in povertà energetica, che cioè non riescono a mantenere un livello adeguato di riscaldamento casalingo (l’8,8% delle famiglie italiane nel 2020) o che non riescono a far fronte alle bollette con il budget familiare a disposizione (il 5,6% delle famiglie è in ritardo con i pagamenti), sia quelle a rischio di povertà relativa o assoluta a causa della sempre più ampia quota di reddito familiare da impiegare per le spese energetiche, che sottrae risorse per il resto dei consumi. La preoccupazione rimane alta anche tra le famiglie con status medio-basso (33,1%) e tra le famiglie più agiate (32,3%).

I consumi e le preoccupazioni degli italiani nella tempesta dei prezzi.  A questo quadro di preoccupazioni congiunturali si aggiunge quella più generale per la anomala crescita dell’inflazione (20,6%), in grado di erodere drasticamente il potere d’acquisto e il valore dei risparmi di tutte le famiglie.

Il risparmio energetico come politica industriale. Su 12,5 milioni di edifici ad uso residenziale, il 57% è stato costruito prima del 1970. Circa il 70% della popolazione italiana vive in abitazioni con più di trent’anni d’età. Un’abitazione in classe G (circa un terzo del totale e la quasi totalità di quelle costruite prima del 1970) presenta consumi energetici mediamente quattro volte più elevati rispetto a una in classe B (lo standard minimo per le nuove costruzioni). I consumi energetici del settore civile raggiungono il 45% del totale, e superiori a quelli dell’industria e dei trasporti. Dal funzionamento degli edifici (riscaldamento, raffrescamento, illuminazione, ecc.) si determina il 17,5% delle emissioni di CO2. L’introduzione del superbonus ha prodotto 43 miliardi di euro di investimenti autorizzati ad agosto 2022, che hanno attivato nel totale dell’economia (sia nella filiera delle costruzioni, sia nel resto dei settori) un valore di 90,5 miliardi di produzione, contribuendo per 57 miliardi alla formazione del Pil e attivando 700.000 nuovi addetti.Stefano Stefanini

La crisi energetica è la principale fonte di preoccupazione per le famiglie italiane: per il 33,4%, e la percentuale arriva al 43% tra le famiglie in una bassa condizione socio-economica, le più colpite dall’aumento dei costi incomprimibili. Il rischio è quello che aumentino sensibilmente sia le persone in povertà energetica, che cioè non riescono a mantenere un livello adeguato di riscaldamento casalingo (l’8,8% delle famiglie italiane nel 2020) o che non riescono a far fronte alle bollette con il budget familiare a disposizione (il 5,6% delle famiglie è in ritardo con i pagamenti), sia quelle a rischio di povertà relativa o assoluta a causa della sempre più ampia quota di reddito familiare da impiegare per le spese energetiche, che sottrae risorse per il resto dei consumi. La preoccupazione rimane alta anche tra le famiglie con status medio-basso (33,1%) e tra le famiglie più agiate (32,3%).

I consumi e le preoccupazioni degli italiani nella tempesta dei prezzi. A questo quadro di preoccupazioni congiunturali si aggiunge quella più generale per la anomala crescita dell’inflazione (20,6%), in grado di erodere drasticamente il potere d’acquisto e il valore dei risparmi di tutte le famiglie.

Il risparmio energetico come politica industriale. Su 12,5 milioni di edifici ad uso residenziale, il 57% è stato costruito prima del 1970. Circa il 70% della popolazione italiana vive in abitazioni con più di trent’anni d’età. Un’abitazione in classe G (circa un terzo del totale e la quasi totalità di quelle costruite prima del 1970) presenta consumi energetici mediamente quattro volte più elevati rispetto a una in classe B (lo standard minimo per le nuove costruzioni). I consumi energetici del settore civile raggiungono il 45% del totale, e superiori a quelli dell’industria e dei trasporti. Dal funzionamento degli edifici (riscaldamento, raffrescamento, illuminazione, ecc.) si determina il 17,5% delle emissioni di CO2. L’introduzione del superbonus ha prodotto 43 miliardi di euro di investimenti autorizzati ad agosto 2022, che hanno attivato nel totale dell’economia (sia nella filiera delle costruzioni, sia nel resto dei settori) un valore di 90,5 miliardi di produzione, contribuendo per 57 miliardi alla formazione del Pil e attivando 700.000 nuovi addetti.

Il futuro dell’Europa e il suo ruolo nelle sfide energetiche. L’85,6% degli italiani auspica che sia l’Unione europea a contrattare in maniera unitaria e centralizzata le future forniture energetiche, in modo da avere un potere di negoziazione maggiore riuscendo così a ottenere il miglior prezzo possibile. Il protagonismo a tutti i costi dei singoli Paesi è bocciato dalla metà degli italiani (50,4%). Che in larghissima maggioranza ritengono necessari specifici fondi europei per favorire l’installazione di fonti di energia rinnovabili (92,9%). È necessario anche l’impegno personale di ciascuno nel modificare le proprie abitudini di consumo in modo da impattare meno sull’ambiente (87,7%). Il 91,6% degli intervistati dichiara di acquistare preferibilmente elettrodomestici a basso consumo, il 90,1% di utilizzarli soltanto a pieno carico in modo da massimizzarne l’efficienza, l’84,3% riduce la temperatura del riscaldamento o rinuncia al condizionamento in alcune stanze arrivando, nel 77,7% dei casi, perfino a spegnere il riscaldamento nelle stanze meno usate. Il 95,9% dichiara di spegnere sempre le luci negli ambienti non utilizzati.

La povertà digitale. Gli ultrasessantacinquenni che possono definirsi utenti di internet (si collegano almeno qualche volta al mese) non vanno oltre il 51,4% del totale. Tutti gli altri (il 48,6% degli anziani) non si collega mai o quasi mai. Analogamente, tra le persone che dispongono al più della licenza media, la quota di coloro che risulta fuori da internet raggiunge addirittura il 43,6%. Tra anziani e sotto-scolarizzati poco meno di una persona su due è esclusa da internet. Tra gli esclusi da internet si trova l’8,1% della popolazione maggiorenne residente in Italia (circa 4,1 milioni di persone). Il profilo di queste persone è molto caratterizzato: innanzitutto nell’80% dei casi si tratta di anziani, il 59,9% possiede la sola licenza media inferiore, per due terzi sono donne e in quasi la metà dei casi (47,6%) abitano in Comuni con meno di 10.000 abitanti. Il loro livello socio-economico, nell’80% dei casi, è basso o medio-basso.

Collaborare per crescere: i vantaggi dell’outsourcing. Nel settore dell’outsourcing sono attive circa 30.000 imprese con un numero di occupati vicino alle 200.000 unità. Il fatturato tocca i 19 miliardi di euro, con un valore aggiunto di 9,4 miliardi. Nel periodo 2016-2019 si registra un aumento del 15,8% nel numero delle imprese (erano 26.000 nel 2016), una crescita dell’occupazione del 13,3% (erano 173.000 gli addetti nel 2016), mentre il fatturato del settore ha conosciuto un incremento del 15,5%, e il valore aggiunto del 17,9%. Il 65,6% delle imprese con almeno 10 addetti esternalizza almeno una funzione. Nel dettaglio, il 51,6% concede in affidamento attività legate al core business dell’azienda, il 21,2% esternalizza le attività nell’ambito degli approvvigionamenti, il 12,8% nelle attività di distribuzione e il 10,1% nelle attività di marketing. Inferiore al 10% è la quota di imprese che si affida all’esterno per servizi Ict (9,7%), servizi legali (9,3%) e attività di Ricerca & Sviluppo (8,6%). Secondo un’indagine del Censis, il livello più elevato di soddisfazione della popolazione si registra per le assicurazioni e le banche in caso di contatto telefonico (80% e 76,6%) e sempre per le banche in caso di contatto online (89,9%), cui segue il servizio clienti nell’elettronica di consumo (84,1%). La quota di chi si dichiara insoddisfatto raggiunge invece percentuali alte per la Pubblica Amministrazione: il 50,9% per il canale telefonico e il 40,0% per quello digitale.

Il futuro dell’Europa e il suo ruolo nelle sfide energetiche. L’85,6% degli italiani auspica che sia l’Unione europea a contrattare in maniera unitaria e centralizzata le future forniture energetiche, in modo da avere un potere di negoziazione maggiore riuscendo così a ottenere il miglior prezzo possibile. Il protagonismo a tutti i costi dei singoli Paesi è bocciato dalla metà degli italiani (50,4%). Che in larghissima maggioranza ritengono necessari specifici fondi europei per favorire l’installazione di fonti di energia rinnovabili (92,9%). È necessario anche l’impegno personale di ciascuno nel modificare le proprie abitudini di consumo in modo da impattare meno sull’ambiente (87,7%). Il 91,6% degli intervistati dichiara di acquistare preferibilmente elettrodomestici a basso consumo, il 90,1% di utilizzarli soltanto a pieno carico in modo da massimizzarne l’efficienza, l’84,3% riduce la temperatura del riscaldamento o rinuncia al condizionamento in alcune stanze arrivando, nel 77,7% dei casi, perfino a spegnere il riscaldamento nelle stanze meno usate. Il 95,9% dichiara di spegnere sempre le luci negli ambienti non utilizzati.

La povertà digitale. Gli ultrasessantacinquenni che possono definirsi utenti di internet (si collegano almeno qualche volta al mese) non vanno oltre il 51,4% del totale. Tutti gli altri (il 48,6% degli anziani) non si collega mai o quasi mai. Analogamente, tra le persone che dispongono al più della licenza media, la quota di coloro che risulta fuori da internet raggiunge addirittura il 43,6%. Tra anziani e sotto-scolarizzati poco meno di una persona su due è esclusa da internet. Tra gli esclusi da internet si trova l’8,1% della popolazione maggiorenne residente in Italia (circa 4,1 milioni di persone). Il profilo di queste persone è molto caratterizzato: innanzitutto nell’80% dei casi si tratta di anziani, il 59,9% possiede la sola licenza media inferiore, per due terzi sono donne e in quasi la metà dei casi (47,6%) abitano in Comuni con meno di 10.000 abitanti. Il loro livello socio-economico, nell’80% dei casi, è basso o medio-basso.

Collaborare per crescere: i vantaggi dell’outsourcing. Nel settore dell’outsourcing sono attive circa 30.000 imprese con un numero di occupati vicino alle 200.000 unità. Il fatturato tocca i 19 miliardi di euro, con un valore aggiunto di 9,4 miliardi. Nel periodo 2016-2019 si registra un aumento del 15,8% nel numero delle imprese (erano 26.000 nel 2016), una crescita dell’occupazione del 13,3% (erano 173.000 gli addetti nel 2016), mentre il fatturato del settore ha conosciuto un incremento del 15,5%, e il valore aggiunto del 17,9%. Il 65,6% delle imprese con almeno 10 addetti esternalizza almeno una funzione. Nel dettaglio, il 51,6% concede in affidamento attività legate al core business dell’azienda, il 21,2% esternalizza le attività nell’ambito degli approvvigionamenti, il 12,8% nelle attività di distribuzione e il 10,1% nelle attività di marketing. Inferiore al 10% è la quota di imprese che si affida all’esterno per servizi Ict (9,7%), servizi legali (9,3%) e attività di Ricerca & Sviluppo (8,6%). Secondo un’indagine del Censis, il livello più elevato di soddisfazione della popolazione si registra per le assicurazioni e le banche in caso di contatto telefonico (80% e 76,6%) e sempre per le banche in caso di contatto online (89,9%), cui segue il servizio clienti nell’elettronica di consumo (84,1%). La quota di chi si dichiara insoddisfatto raggiunge invece percentuali alte per la Pubblica Amministrazione: il 50,9% per il canale telefonico e il 40,0% per quello digitale.