NewTuscia – ROMA –  Se il Made in Italy è oggi sinonimo di eccellenza nel mondo, questo è dovuto anche alla filiera italiana del Tessile, Moda e Accessorio. Questo è il punto fermo che emerge dalla ricerca che hanno presentato oggi a Roma Confindustria Moda, la federazione che riunisce le sette associazioni industriali italiane del settore Tessile Moda e Accessorio, e Censis, durante un evento che ha visto il contributo della Senatrice Lucia Borgonzoni, Sottosegretario al Ministero della Cultura. Lo studio “Il valore del settore Moda nell’Economia e nella Cultura”, oltre a mettere in luce il valore strategico della filiera per tutto il Paese, evidenzia come un investimento pubblico porterebbe enormi vantaggi, da un punto di vista economico, sociale e culturale.

Questione economica

Il settore del Tessile, Moda e Accessorio evidenzia nel 2021 un fatturato complessivo prossimo ai 93 miliardi di euro, e si compone di oltre 60 mila imprese con circa 550 mila addetti. Il valore dell’export è di quasi 68 miliardi di euro, di cui 40 miliardi di euro per esportazioni extra UE. La potenza economica del settore e il suo valore strategico sono confermate anche da altre indicazioni: il TMA è la seconda industria italiana per numero di occupati e nella graduatoria Ue relativa ai settori TMA è al primo posto per valore aggiunto (21 miliardi di euro). Il ruolo nell’Economia della filiera rappresentata da Confindustria Moda è trasversalmente riconosciuto dagli italiani che, infatti, la ritengono importante nel 95,7% dei casi: per il 58,3% molto importante e per il 37,5% abbastanza. L’importanza che gli è attribuita non rinvia ad un generico apprezzamento, poiché l’87,5% richiama la capacità del settore di creare occupazione e reddito, convinzione più diffusa al Centro (91,3%), tra i laureati (88%) e le donne (89,7%), che resta alta trasversalmente a territori e gruppi sociali. Lo studio del Censis mette in luce che, se nel prossimo triennio si ritagliasse un pacchetto di investimenti per il settore di 6 miliardi, il ritorno in termini di crescita sarebbe enorme: la produzione industriale crescerebbe di oltre 11 miliardi e il fatturato di quasi 20. Ma le performance del settore non si risolvono solo nei suoi pur importanti dati economici, perché richiamano la materialità della relazione tra le attività produttive delle imprese e le comunità in cui operano, su cui hanno impatti rilevanti per occupazione, redditi, qualità della vita e, in certi casi, anche sulla stessa possibilità di buon vivere in una determinata area geografica.

Questione sociale

Lo studio del Censis evidenzia il ruolo della Moda nel favorire il benessere e la crescita sociale, a più livelli. In primo luogo emerge che il 48,1% dei cittadini è convinto che il settore moda promuova il rispetto del lavoro e dei lavoratori in ogni ambito di sua competenza. Una opinione che è condivisa da quote trasversali ai gruppi sociali, in particolare al Centro (50,5%) e al Sud e nelle isole (54,8%). Un risultato non scontato, che rende ragione dell’impegno in termini di rispetto di lavoratori e fornitori da parte di tanti operatori del settore, troppo spesso coperto da singoli casi eclatanti. Ma non solo, la moda è interprete di una idea positiva della vita, di una qualità soggettiva, personalizzata, di pregio ma non elitaria, accessibile ai vari livelli a tutti i cittadini. Scegliendo di indossare e di mostrare nei luoghi della socialità un determinato abito o accessorio si veicola una certa idea del bello, si incide sul gusto delle persone, orientandolo ed educandolo al bello. I nuovi modelli e le culture sociali che incarna, pongono la moda in prima linea nel promuovere un’azione sociale a vasto raggio antidiscriminatoria, contro il body shaming o le forme di omofobia. Non è quindi la generica voglia di apparire la spinta all’acquisto di prodotti moda, piuttosto quella di essere sé stessi con gli altri, nel modo in cui il proprio codice soggettivo ritiene migliore. Si tratta di una voglia, forte nel post pandemia, di rivivere insieme, che si traduce nell’affermazione del 38,4% degli italiani che si dice pronto a rifarsi il guardaroba, acquistando abiti, scarpe e altri accessori. Una propensione più forte tra gli alti redditi (43,9%), nel Sud e Isole (44,7%), tra le donne (45%) ed i giovani (47,9%), e che resta significativa trasversalmente ai gruppi sociali.

Questione culturale

Pensare un abito o un accessorio, realizzarlo con il tessuto o il materiale giusto, trasformare un’intuizione artistica e creativa in un prodotto immettibile sul mercato in quantità più o meno grandi, attraendo l’attenzione e la spesa di consumatori: passaggi che, nel loro insieme, qualificano il settore moda come una convergenza di creatività e tecnica, di arte e industria. Il settore sviluppandosi, innovando, raccontando sé stesso, le sue idee, le sue creazioni, genera un effetto di upgrading socioculturale sui mercati e, in generale, nell’immaginario collettivo. Il 68,8% degli italiani ritiene infatti che il settore della moda, attraverso i suoi prodotti, abiti e accessori, produca cultura come l’arte, la danza, la musica o la letteratura. Non solo, il 61% ritiene che la moda, attraverso il vestire bene, promuova nella società il gusto estetico e il senso del bello. È una opinione condivisa trasversalmente ai vari gruppi sociali e territori, con valori più elevati tra le donne (63%) e i residenti nel Sud e Isole (67,7%).Tra le dimensioni valoriali che più suscitano attenzione negli italiani, ha un posto di primo piano la sostenibilità, come rapporto dei processi produttivi, di distribuzione e vendita con la tutela ecologica e la lotta al riscaldamento globale. Il settore, in Italia, è fortemente impegnato in un percorso di crescita in tal senso, e vanta virtuose esperienze: ad esempio, nella gestione e nel riciclo degli scarti di lavorazione e dei rifiuti, con la raccolta differenziata del comparto tessile e accessorio, che genera una filiera produttiva ecosostenibile con tessuti naturali e tinture green. Questo sforzo non è passato inosservato agli italiani, poiché il 51,9% ritiene che il settore sia impegnato concretamente nell’adottare scelte che rispettano l’ambiente e riducono il rischio di inquinamento. Imprese sostenibili non significa più e solo quelle che non inquinano o che lottano contro il riscaldamento globale, ma anche imprese che rispettano i diritti sociali di lavoratori e fornitori, che agiscono per il benessere delle persone e delle comunità coinvolte dalla loro attività, o che in generale interpretano nella loro azione i criteri della responsabilità sociale.

Dove concentrare lo sforzo pubblico

Preso atto che un investimento pubblico di 6 miliardi di euro in tre anni dedicato alla filiera del Tessile, Moda e Accessorio porterebbe enormi vantaggi economici, culturali e sociali, lo studio di Confindustria Moda e Censis non si limita a chiedere investimenti a pioggia, che non porterebbero i risultati auspicati, ma individua aree di intervento specifiche ad alto impatto strategico.

  • Sostegno fiscale: Essenziale è promuovere una fiscalità amica per investimenti, anche privati, anche rivolti a ricerca e sviluppo su design ed innovazione estetica. È auspicabile un piano di contributi e incentivi mirati al sostegno delle produzioni, alla partecipazione alle fiere internazionali delle imprese del settore, a favorire processi di reshoring ed evitare fughe all’estero in futuro, alla transizione al digitale.
  • Investimenti green: Favorire la transizione a metodi, tecniche, strumenti green. Ciò significa anche promuovere l’applicazione dei principi di circolarità, ad esempio tramite la creazione di reti di riciclo, l’installazione di macchinari che favoriscano il recupero dei prodotti e abbattano le emissioni. A livello sistemico, sono da promuovere ed incentivare politiche e modelli condivisi, con una terminologia chiara ed univoca in materia, che aumenti l’awareness delle imprese del settore, facilitandone l’azione.
  • Formazione: Perché le imprese siano digitali e sostenibili occorre una disponibilità di competenze appropriate, con opportuni percorsi di apprendimento di nuovi processi e tecniche. La formazione e qualificazione professionale sono decisive, così come la capacità di mixare conoscenze e abilità più tradizionali con le nuove competenze tecnologiche e digitali. Evidente la centralità dei giovani, da supportare tramite scelte ed interventi mirati al loro inserimento professionale e upgrading di competenze. Sono da ipotizzare percorsi professionalizzanti già nei cicli di istruzione obbligatoria, e l’introduzione di misure e agevolazioni per l’assunzione di giovani da parte delle imprese.
  • Tutela dell’eccellenza: Qualità, originalità e distintività hanno reso la moda italiana e i suoi prodotti vincenti sui mercati globali. È l’esito di know-how, abilità tecniche e professionalità che nel tempo è stato preservato e tutelato, anche grazie ad un approccio di filiera improntata alla salvaguardia e tutela delle collezioni. Tutti aspetti che restano decisivi anche nel nuovo contesto: per questo, occorre un sistema di controlli e vigilanza sul settore, a tutela delle produzioni industriali e dal rischio di contraffazione.
  • Supporto alla crescita: La potenza economica del settore moda si riflette nel suo essere parte integrante di comunità e territori in cui opera come potente veicolo di coesione sociale. Aspetti anche oggi decisivi, da rilanciare anche tramite la creazione di collaborazioni virtuose a livello territoriale, che favoriscano la crescita strutturale delle imprese anche attraverso meccanismi aggregativi.

Il Sottosegretario di Stato per la Cultura Lucia Borgonzoni commenta: “La ricerca presentata oggi conferma quanto sostengo da sempre, ovvero che la moda è cultura. Se da subito come Governo dobbiamo intervenire per risolvere la questione madre dell’energia e dell’emergenza innescata dal rincaro delle materie prime, sul lungo periodo ritengo che sia necessario proseguire sulla strada della definizione di un quadro normativo che faccia sempre più leva sulla cultura come elemento distintivo del sistema produttivo italiano del tessile, dell’abbigliamento, dell’accessorio. Le aziende del settore moda vanno supportate non solo perché ne va del Pil del Paese: sostenerle significa infatti preservare l’unicità del saper fare custodito dai nostri artigiani e da tutti i professionisti che operano nella filiera. I loro prodotti sono espressione di quello straordinario patrimonio fatto dalla nostra storia, dalle nostre radici, dalla bellezza dei nostri territori. L’imperativo è dunque continuare con gli investimenti e i provvedimenti mirati al riconoscimento del valore culturale delle imprese della moda, perché è questo che ci rende unici nel mondo”. “Il Tessile, Moda e Accessorio è una delle più grandi eccellenze italiane non solo per la sua portata economica, ma per la capacità di creare ricchezza diffusa anche da un punto di vista sociale e culturale. Non di meno, la nostra industria è uno dei propulsori del brand Made in Italy nel mondo il che significa essere un boost per il soft power di tutto il Paese. Da questo punto di vista, l’impatto che il Tessile, Moda e Accessorio ha, travalica i confini del settore, creando effetti trasversalmente positivi in ogni ambito dell’economia e della società italiana” commenta Ercole Botto Poala, Presidente di Confindustria Moda. “Risulta fuori da ogni ragionevole dubbio il valore altamente strategico che avrebbe un investimento pubblico mirato al supporto e alla crescita dell’industria del Tessile, Moda e Accessorio. La tutela e la valorizzazione delle industrie nazionali, come ribadito anche dalle recenti crisi, ha il ruolo fondamentale di garantire l’autonomia del Paese e il benessere della nostra società. Traiamo quindi dai recenti avvenimenti l’insegnamento di quanto sia necessario progettare, programmare, pensare e preparare il futuro” commenta Massimiliano Valerii, Direttore Generale Censis.