L’immortalità di un eroe e delle sue idee

Gaetano Alaimo

NewTuscia – VITERBO – Quel maledetto 19 luglio 1992 io ero in Sicilia. Da un mese circa. Il clima che si respirava da settimane era tra il surreale, l’incredulo ed il sentirsi indifesi davanti ad un nemico troppo forte. Il 23 maggio c’era stata la strage di Capaci. Giovanni Falcone con sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta erano saltati in aria sull’Autostrada A29 esattamente alle 17.57 del 23 maggio nei pressi di Capaci, dintorni di Palermo.

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Paolo Borsellino

Gli attentati ed assassini di mafia erano una piaga che era esplosa ormai da oltre un decennio in modo molto evidente, con vittime eccellenti che, in un modo o nell’altro, avevano ostacolato o infastidito gli affari mafiosi in Sicilia. Ma la pratica mafiosa di eliminare le persone scomode era ininterrotta fin dal tardo Ottocento. Tra i tantissimi nomi ricorderemo il Capo della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano, assassinato il 21 luglio 1979; il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale Presidente della Repubblica (ucciso il 6 gennaio 1980); Pio La Torre, segretario Pci siciliano (ucciso il 30 aprile 1982); il Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa (ucciso il 3 settembre 1982); il giudice Rocco Chinnici (29 luglio 1983); il giornalista Giuseppe Fava (5 gennaio 1984); Ninni Cassarà (dirigente della Squadra Mobile di Palermo, ucciso il 6 agosto 1985); Giuseppe Insalaco (Ex sindaco di Palermo, ucciso il 12 gennaio 1988); l’imprenditore Libero Grassi (29 agosto 1991); il politico Salvo Lima (12 marzo 1992). In mezzo decine e decine di altri omicidi, fino ai giorni nostri, che hanno riguardato magistrati, giornalisti, politici, persone coinvolte casualmente e parenti di vari personaggi spesso colpevoli solo di avere visto o conoscere fatti che, secondo la mafia, non dovevano sapere.

Il clima di quei giorni in Sicilia per un ragazzo 17enne come me, che tornava dai parenti dopo anni ed anni, era quasi di imbarazzo. Una terra meravigliosa come la Sicilia, narrata da nomi come Verga, Pirandello, Sciascia e tanti altri, era alla mercé di un clima da coprifuoco durante una Guerra mondiale. I siciliani, popolazione fiera ed accogliente, si erano trasformati in cittadini defraudati della propria libertà ed identità per i fatti che si succedevano senza soluzione di continuità nella loro terra.

Quel 19 luglio 1992 erano 57 giorni dalla morte dell’amico prima che collega di Paolo Borsellino, Giovanni Falcone. Borsellino, subito dopo la scomparsa di Giovanni era consapevole che il prossimo obiettivo sarebbe stato lui. Quello che cercò disperatamente di fare fu il tentativo di testimoniare a qualche magistrato sui fatti che lui, probabilmente, sapeva sulle possibili cause dell’attentato a Falcone. Ma né la Procura di Caltanissetta né altri magistrati lo ascoltarono. La domanda è: perché?

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Tutte le vittime della strage di via D’Amelio
Il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti della scorta : Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi

Dagli atti e le conclusioni dei processi è ormai chiaro che non fu solo la Mafia ad agire negli attentati, anche se alcune risposte sono state date. Tra queste che fu la mano di Brusca ad azionare il congegno di morte di Falcone a Capaci. Borsellino fu ucciso, secondo i più, perché era appunto al corrente di molte informazioni che sarebbero state riassunte nella famosa Agenda Rossa. Già, l’Agenda Rossa. Scomparsa praticamente pochi istanti dopo la strage di Via D’Amelio. Era l’oggetto fisso di Borsellino in cui lui annotava tutto, quasi una parte del suo corpo. Chi potrebbe negare che il tutto non fosse stato concertato prima? Da chi? Solo dalla Mafia? Le informazioni contenute nell’Agenda Rossa evidentemente nascondevano delle verità troppo scomode.

Quel 19 luglio, al numero 21 di via D’Amelio a Palermo, come sempre una volta alla settimana, Paolo Borsellino era andato a trovare la madre. I suoi attentatori lo sapevano bene. Insieme a lui c’erano 5 agenti della scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi. Poco più in là l’unico che sopravvisse all’esplosione, l’agente Antonino Vullo, che era a bordo di un’altra auto della scorta e la stava parcheggiando ed aveva una funzione di copertura. Morì in quell’occasione la prima donna di una scorsa, la Loi. La volontà di uccidere Falcone oltre a Borsellino nasceva dalle indagini serrate che i due magistrati avevano e stavano compiendo ad ampio raggio su importanti omicidi di Mafia. Borsellino, in particolare, erano nel mirino per le sue indagini sulla morte del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile. Il magistrato aveva rischiato già varie volte, alla fine degli Anni Ottanta, di essere ucciso, ma le condizioni logistiche non lo permisero.

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Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

La decisione di ucciderlo successivamente fu presa in un incontro ormai appurato che, nel complesso, determinò la rapida e vicina stagione stragista: l’incontro della cosiddetta Commissione interprovinciale della Mafia, nelle campagne di Enna, che vide la presenza di Salvatore Riina e di tutti i principali esponenti apicali di Cosa Nostra: da Giuseppe Graviano a Giovanni Brusca passando per Salvatore Madonia e Nino Giuffré. Sul piatto c’erano le condanne esemplari del Maxiprocesso, creato e potuto grazie alle intuizioni di Falcone e Borsellino, e la volontà di sbarazzarsi di personaggi politici e delle Istituzioni che, com’è stato accertato dal processo, per anni ed anni erano stati i garanti politici degli affari e degli interessi di Cosa Nostra a Palermo e non solo. In primis venne deciso l’assassinio di Salvo Lima, il politico collante vero e proprio delle Istituzioni con gli interessi mafiosi. Venne ucciso il 12 marzo 1992. Il 23 maggio fu la volta di Falcone ed il 19 luglio di Borsellino. Seguirono due anni di attentati anche a Milano, Firenze e Roma.

La strage di via D’Amelio significò la fine del sogno del Pool antimafia di Palermo. Quel Pool voluto da Rocco Chinnici prima ma reso operativo e funzionale da Antonino Caponnetto, che sostituì Chinnici, ucciso sempre dalla Mafia il 29 luglio 1983. Falcone e Borsellino erano le due punte di diamante del Pool, guidato da Caponnetto. Insieme a loro Giuseppe Di Lello Finuoli e Leonardo Guarnotta.

L’attentato e la strage di via D’Amelio significarono la fine di un sogno. Quel sogno di coinvolgere la Istituzioni a livello locale e nazionale per combattere la Mafia. In realtà sia Falcone che Borsellino erano stati di fatto abbandonati dallo Stato, che evitava misure eccezionali per la loro protezione e, dopo la morte di Falcone, non ascoltò Borsellino che chiedeva di riferire su fatti legati alla strage di Capaci.

Dopo 30 anni ricordiamo questi due eroi, consapevoli che Falcone e Borsellino non solo hanno lasciato un segno ma una strada indelebile affinché le generazioni future ripudino sempre di più la criminalità ed abbraccino la legalità.




Gaetano Alaimo

Giornalista iscritto all'Albo dal 2002. Ha collaborato al Messaggero di Viterbo per 4 anni. Ha diretto prima Ontuscia.it e dal 2008 dirige NewTuscia.it. A Tele Lazio Nord conduce "Luce Nuova sui fatti", trasmissione settimanale di approfondimento tematico in onda il giovedì alle 21