“La pelle dei ricordi” di Antonio De Pietro

NewTuscia – ROMA – Pare che De Pietro nella sua opera tutta, quella ricerca tesa ad un’inconoscibile obiettivo, altro non cerchi che la parte più sensibile dell’essere e del suo corpo, la pelle.

La superficie levigata e sottile che ricopre ogni tela, bassorilievo o scultura sempre riconduce a sensazioni vive e vibranti della nostra pelle, superficie sottile che racchiude l’universo terreno, e ne accompagna il suo tempo. Esteriore dell’umano percepita e trasmessa al nostro intimo in profondità, da un sapere ancestrale e sconosciuto.

 Cos’è la pelle se non essenza visibile che ci racchiude, estremo contrapposto alla profondità dell’universo interiore, del suo movimento, come sentinella di una verità?

La pelle, nell’amore è contatto con anima e palpitazioni profonde tanto e tali da renderci più che mai unici, fissati nel ricordo nostro e dell’altro e in quella sostanza di missive segrete per ogni cellula che sono frammenti di noi, irripetibili di forma e tempo.

Ed è qui, dalla superficie sacra delle cose che De Pietro dialoga con i ricordi, quel paradiso che mai può escluderci, con la memoria dei gesti e profumi e oggetti che l’anima mette da subito nello scrigno dei preziosi. Sono poche, in fondo le necessità dell’anima.   

E’ come se De Pietro, sottraesse dalla realtà, odore colore e luce, ogni riflesso dispersivo di vissuto per restituirci poi ogni cosa, nella dimensione più sacra dell’umano. Lo fa con raffinata eleganza, con il rispetto per ogni materiale e la cura in ogni sovrapposizione come si trattasse di sostanza più spirituale che materiale, capace di onorare e consacrare ogni opera ad una essenza umana sempre compresa di Amore.

Opere trasposte in enfatici ricordi-presenze che ognuno conosce e riconosce in trepidazione e dolore ed estasi e ferita e gioia … come ripercorrere in assenza di bugia verso se stessi, la strada del cuore.

Nel ricordo possiamo incontrarci e lasciarci riconoscere dal nostro presente, salvarci infine, armati della memoria che ha saputo godere di quel che siamo sotto la nostra pelle, nell’incantesimo del tempo mai finito.

Annarita Rossi

…quando trovano alcuni minuti di respiro nei lunghi, pallidi giorni, si siedono assieme e si raccontano con guance infuocate della notte splendente di luci e odora di abete…

Esseri come questi passano attraverso tutte le tempeste. Lo sento!

Perché, vedi, io sono uno straniero e sono povero. E svanirò come un passante; ma nelle tue mani deve restare tutto ciò che un tempo, se fossi stato più forte, sarebbe potuto diventare la mia patria.

Rainer Maria Rilke

Gaetano Alaimo

Giornalista iscritto all'Albo dal 2002. Ha collaborato al Messaggero di Viterbo per 4 anni. Ha diretto prima Ontuscia.it e dal 2008 dirige NewTuscia.it. A Tele Lazio Nord conduce "Luce Nuova sui fatti", trasmissione settimanale di approfondimento tematico in onda il giovedì alle 21