ADUC: “Sciopero magistrati contro riforma. Utenti della giustizia: meglio cambiare”

NewTuscia – ITALIA / Il pensiero dell’associazione

Sciopero magistrati contro riforma. Utenti della giustizia: meglio cambiare

L’Associazione nazionale magistrati (Anm) ha proclamato sciopero il 16 maggio per protestare contro il testo della riforma (separazione delle funzioni, del disciplinare e delle valutazioni professionali – 1) del Consiglio superiore della magistratura (Csm) approvato alla Camera e che passa al Senato.
La riforma viene definita dall’Anm “contro i magistrati” e non “per la giustizia”. Ma è uno sciopero non sindacale (regolare i rapporti tra magistrati e datore di lavoro, lo Stato) bensì politico: si contesta la riforma e, fatto da un’associazione di rappresentati di un potere dello Stato (2), sembra la pretesa di volersi arrogare anche il potere legislativo. Se poi consideriamo che spesso la giurisprudenza svolge di fatto funzione suppletiva per leggi non aggiornate, non chiare, contraddittorie… sembra quasi che all’Anm abbiano fatto virtù di questa funzione, estendendola anche al processo legislativo vero e proprio.

La riforma approvata dalla Camera (l’unica possibile dice il ministro della Giustizia, Marta Cartabia), e contestata da questo sciopero, non rimette in discussione alcuni aspetti fondamentali come, invece, accade coi referendum che andremo a votare il prossimo 12 giugno (3) ma, interna al loro organismo di autogoverno (Csm), smuove leggermente le acque di alcuni poteri dei magistrati che contribuiscono a renderli scevri di responsabilità del loro operato.

Da utenti del “servizio giustizia” siamo adusi a rilevare i risvolti pratici di questa situazione. C’è una sorta di equilibrio malsano che si percepisce e si subisce quando si entra in un tribunale. Un mix in cui, alla tradizionale mala-burocrazia di ogni ufficio pubblico, si aggiunge il disagio di essere, in un bene o male di cui non si percepiscono i confini, nonostante tutte le aule riportino la scritta “la legge è uguale per tutti”, nelle mani di chi: ha fretta; ci considera a sua totale disposizione; non si impegna ad approfondire le ragioni del singolo, incasellandole in modelli standard; ritiene scontato il corollario di burocrazia opprimente e incomprensibile che spesso lo circonda; agisce con certezza di impunità (noi siamo lì per rendere conto di qualche nostro errore, ma se lui sbaglia non rende conto a nessuno).

Possiamo dire che è benvenuto tutto ciò che smuove questa situazione. Lo stagno puzza.
La situazione è tale che la raccomandazione numero uno è di non entrare mai in un tribunale e non affidarsi mai alle decisioni di un giudice. E se dovesse essere impossibile non farlo, a parte le poche procedure in cui è possibile fare da sé (quasi sempre rese difficili dalla burocrazia), è importante la scelta dell’avvocato, nonché la chiarezza dei rapporti anche con quest’ultimo.