Gli effetti negativi della  guerra Russia Ucraina su oltre il 30% delle imprese del comparto agricolo, agroalimentare e della pesca

Stefano Stefanini

NewTuscia – VITERBO – La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha recentemente approvato un documento di proposte per compensare gli effetti della crisi Ucraina-Russia sul comparto agricolo, agroalimentare e della pesca.

Il testo è stato inviato al Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Stefano Patuanelli che tra l’altro aveva avuto modo di confrontarsi nella sede della Conferenza delle Regioni.

Il comparto agricolo ed agroalimentare italiano che intravvedeva primi segnali di ripresa si è trovato in questo inizio di 2022 a fare i conti con una crisi generalizzata dovuta all’incremento dei costi di produzione, principalmente collegato ai costi energetici e delle materie prime, aggravata dal conflitto apertosi tra Russia e Ucraina.

Il conflitto si è inserito in un contesto di turbolenza dei mercati delle commodities (cereali, oleoproteaginose) paragonabile a quello della crisi del 2008; turbolenze originate da più cause di natura politica, congiunturale e anche di tipo speculativo, che rendono l’Italia estremamente vulnerabile per il grado di dipendenza dall’estero per gli approvvigionamenti dei principali cereali (grano e mais in particolare), nonché della soia e del girasole.

Tra l’altro il perdurare delle ostilità con il blocco dell’export di fertilizzanti e di cereali da parte di Russia, Ungheria e Bulgaria, i mancati raccolti in Ucraina, l’assenza di mangimi, rischia di determinare una vera e propria crisi alimentare nei Paesi del Mediterraneo che dipendono in modo netto dal grano prodotto in Ucraina, e di innescare un effetto domino su tutto il settore agroalimentare.

LUcraina è il quarto produttore al mondo di cereali e importante fornitore per lItalia di mais, soia e grano, alimentando rispettivamente le filiere zootecnica e della pasta e dei prodotti da forno.

Mais e soia sono presenti in tutte le razioni zootecniche per bovini da latte, da carne, suini e pollame da carne o ovaiole. La mancanza di queste tre importanti commodities rischia di impattare sia sulle produzioni agroalimentari d’eccellenza (pasta, salumi, formaggi, ecc), ma anche sulle produzioni comuni di carne, latte e pane.

La mancata produzione ucraina 2022 genererà una fortissima penuria sia sul mercato mondiale e sia nei mercati di riferimento dell’Ucraina, tra i quali quello italiano.

Nelle intenzioni della Commissione Europea, la strategia della Politica Agricola Comune (PAC), il Green Deal (l’accordo per l’ambiente orientato alla neutralità carbonica) e la strategia Farm to Fork, spingendo a ridurre l’uso di fertilizzanti e finanziando prodotti alternativi sostenibili attraverso la riduzione dell’uso di presidi fitosanitari e le produzioni biologiche, conterrebbero già le risposte adatte a risolvere la crisi alimentare, senza rinunciare alla tutela ambientale.

Purtroppo, la situazione è ben diversa, come dimostrato da diversi studi in materia: la politica di incentivo a sistemi agricoli poco produttivi e economicamente insostenibili va riscritta.

Questa crisi ha cancellato tutte le previsioni di un graduale ritorno alla normalità dopo la pandemia, introducendo nuovi elementi di instabilità economica e l’aumento generalizzato di tutte le materie prime e dellenergia.

Oltre a mettere a rischio la sicurezza alimentare, sta progressivamente e rapidamente erodendo la redditività dell’attività economica su tutta la filiera produttiva ma, in particolare, dell’anello più debole minandone la sopravvivenza

 Il periodo delle semine è imminente e la stagione non va persa per limitare i danni. Per rendere effettiva la possibilità di seminare sulle superfici rese disponibili è anche necessario adottare azioni per ridurre i costi anche con interventi su alcune norme in vigore.

Il forte impatto sui costi sostenuti dalle aziende agricole italiane della guerra in Ucraina è documentato dal report del Consiglio per la ricerca in agricoltura e lanalisi delleconomia agraria (Crea), ente di ricerca italiano vigilato dal Ministero delle politiche agricole, alimentari, forestali.

Secondo l’analisi del Crea per effetto del conflitto il 30% delle aziende agricole italiane avrà un reddito netto negativo, rispetto al 7% registrato prima dell’attuale crisi.

A causarlo è un aumento medio dei costi di oltre 15.700 euro.

Lo studio ha calcolato l’aumento dei costi di produzione cui devono far fronte le aziende agricole a seguito dell’impennata dei prezzi.

Secondo il report l’attuale crisi congiunturale può determinare in un’azienda agricola su dieci l’incapacità di far fronte alle spese dirette necessarie a realizzare un processo produttivo, estromettendole di fatto dal circuito: prima della crisi la percentuale era appena all’1%.

Considerando le 6 voci di costo principali di una azienda agricola italiana (fertilizzanti, mangimi, gasolio, sementi/piantine, fitosanitari, noleggi passivi) l’impatto medio aziendale della guerra sui costi è di oltre 15.700 euro di aumento.

Ci sono però forti differenze tra i settori produttivi e a seconda della localizzazione geografica: in termini assoluti le aziende potrebbero subire incrementi dei costi correnti di oltre 15.700 euro, che sfiorano i 99 mila euro nelle aziende che allevano granivori.

Ad essere più penalizzati, con i maggiori incrementi percentuali dei costi correnti (tra il 65 e il 70%), sono i seminativi, la cerealicoltura e l’ortofloricoltura per l’effetto congiunto dell’aumento dei costi energetici e dei fertilizzanti, seguiti dai bovini da latte (+57%) .

Più contenuti, invece, gli aumenti per le colture arboree agrarie e per la zootecnia estensiva. A livello medio nazionale l’aumento dei costi si attesterebbe al +54% con effetti molto rilevanti sulla sostenibilità economica delle aziende agricole.