In memoria del professor Aldo Laterza

NewTuscia – VITERBO – Un anno fa, il 29 marzo 2021, veniva a mancare il professor Aldo Laterza.

Ancora oggi ho il rammarico di aver appreso la notizia solo alcune settimane dopo, per la precisione il 25 aprile successivo.

Parto da questa annotazione personale perché, a mio avviso, è indicativa dello stile di vita che ha sempre caratterizzato – e questa è l’impressione che ho sempre avuto, da quando ebbi il privilegio di conoscerlo – la sua persona ed il suo entourage familiare.

Lo stile di vita di un uomo schivo, riservato, che rifuggiva dalle luci della ribalta, che coniugava la sua grande cultura e la sua grande professionalità con la semplicità, l’umanità e la signorilità dei modi, tipici di un uomo dai sentimenti profondamente democratici.

Lo conobbi nel 1976, a quell’epoca lui, che era già un grande professionista, sedeva nei banchi del Consiglio comunale di Viterbo come consigliere indipendente eletto nelle liste del Partito Comunista Italiano – P.C.I., partito nel quale militavo anch’io.

Decidemmo insieme di organizzare una conferenza sulla legge 685 del 1975, cioè la “disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope. Prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza” introdotta pochi mesi prima.

Ai fini di una analisi, la più ampia possibile, della nuova normativa, io mi sarei occupato degli aspetti legali, Vincenzo Meschini (all’epoca dirigente della Federazione Giovanile Comunista Italiana – F.G.C.I. di Viterbo) degli aspetti sociali, ed il professor Laterza degli aspetti psichiatrici, psicologici e terapeutici.

Ricordo quella sera in cui io e Vincenzo fummo ospiti nella bella casa del professore (dove lui è vissuto per tutto il resto della sua vita) e la sua accoglienza calda e cordiale, in cui il rispetto per i suoi giovani interlocutori rifuggiva da atteggiamenti predicatori e paternalistici, pur nella reciproca consapevolezza delle differenze generazionali.

Da grande cultore ed appassionato di musica classica, nell’intermezzo delle nostre riflessioni preparatorie, ci fece ascoltare la settima sinfonia di Shostakovich, “Leningrado”, quella scritta nel 1941 durante l’assedio nazista alla città di Leningrado.

L’ascolto fu veramente emozionante ed io lo ricordo ancora molto vividamente, grazie alla avvolgente empatia del professore, percepimmo fin nelle viscere (attraverso la narrazione sinfonica) la drammaticità di quegli eventi storici.

E poi, in seguito, in incontri successivi, il modo semplice di raccontare le sue memorie di studente nel fecondo rapporto con il suo amatissimo e indimenticabile insegnante, il professor Mariano Buratti.

Quegli incontri nella casa di Buratti, a San Martino al Cimino, dopo l’8 settembre 1943, quelle discussioni feconde e appassionate in cui il professor Buratti e i suoi allievi prediletti, come Aldo Laterza, prefiguravano, proprio come Altiero Spinelli e gli altri confinati di Ventotene, la nuova Europa che sarebbe nata dalla sconfitta del mostro fascista e nazista.

Ho presenti, per avervi in alcuni casi personalmente assistito, quelle sue narrazioni agli studenti liceali, sempre fatte in modo semplice, senza alcuna retorica o supponenza, ma capaci di toccare il cuore e le menti di quei giovani; giovani come era stato, ed in un certo senso era sempre rimasto lui, nei rapporti con il suo insegnante Mariano Buratti.

Uno degli ultimi incontri che ho avuto con lui fu il 25 aprile del 2019, davanti alla chiesa di San Sisto, da dove sarebbe poi partito il corteo commemorativo della Giornata della Liberazione.

Ricordo che pronunciò una frase rimasta scolpita nella mia memoria perché esprime da un lato la sua personalità sempre nobile e modesta, dall’altro rappresenta, nella sua sintesi, il tremendo “vissuto” di milioni di italiani in quel tragico periodo storico che va dall’otto settembre 1943 alla Liberazione dal nazi-fascismo.

Disse, con semplicità e quasi di sfuggita, “Io non ho fatto niente di speciale, ma ho fatto quanto bastava per essere fucilato”.

L’ultima volta che lo vidi, pochi mesi prima della sua morte, e fu ancora una volta nella sua casa, la casa della settima sinfonia di Shostakovich, ero in compagnia di un nipote di Mariano Buratti, Giuliano Bianchini, purtroppo anche lui venuto a mancare solo pochi mesi fa.

Giuliano nei suoi ricordi di infanzia, aveva viva la memoria di una casa sulla Palanzana dove era rifugiata la sua famiglia; casa frequentata da Mariano Buratti – cognato di Vincenzo, padre di Giuliano- e dove Mariano aveva ricevuto visite anche dal suo allievo Aldo Larterza.

Vincenzo Bianchini ed il giovane Aldo Laterza si dovettero poi far carico del tragico compito di riconoscere la salma di Mariano Buratti, fucilato a Forte Bravetta il 31 dicembre 1944.

Da qui, da questi antichi legami, nacque il desiderio di Giuliano di incontrare il professor Laterza; e l’incontro, di cui ebbi il gradito incarico, fu molto caldo e cordiale.

Fu anche l’ultima volta che vidi il professor Laterza.

Con queste poche righe ho voluto ricordarlo ed onorarlo non solo a mio nome  ma anche a nome di tutta l’Associazione nazionale partigiani d’Italia – Anpi impegnata nel continuare a dare vita ai valori a cui è stata ispirata l’intera vita del professor Laterza e che sono i valori dell’Antifascismo, della Democrazia e della Pace su cui è fondata la Repubblica Italiana.

Enrico Mezzetti
Presidente del Comitato Provinciale dell’ANPI  

Gaetano Alaimo

Giornalista iscritto all'Albo dal 2002. Ha collaborato al Messaggero di Viterbo per 4 anni. Ha diretto prima Ontuscia.it e dal 2008 dirige NewTuscia.it. A Tele Lazio Nord conduce "Luce Nuova sui fatti", trasmissione settimanale di approfondimento tematico in onda il giovedì alle 21