NewTuscia – Aut Aut di Emanuela Ferruzzi – Non ce l’ha fatta il piccolo. Le ferite erano troppe, la caduta è stata brutta, il suo corpo troppo piccolo, troppo fragile.

I soccorritori hanno fatto di tutto per raggiungerlo in tempo, scavando anche a mani nude, e sono riusciti a recuperarlo ed estrarlo. Ma per lui non c’è stato nulla fare: “Il bambino è morto a causa delle ferite riportate durante la caduta”, si legge nel comunicato della Casa Reale citato dai media arabi

Il piccolo è stato estratto dopo oltre 100 ore dai soccorritori che lo avevano raggiunto tra mille sforzi e difficoltà scavando un tunnel parallelo, ma per lui non c’è stato nulla da fare. Fino a sabato mattina, come mostravano le immagini di una sonda inviata all’interno del foro, il bambino appariva confuso e stremato ma vivo.

Il corpo di Ryan è stato estratto attorno alle 21.30 italiane e l’ambulanza che lo trasportava era partita a sirene accese dal luogo dell’incidente, il borgo di Tamrout, vicino a Chefchauen, nel nord del Marocco, facendo sperare che il bambino fosse sopravvissuto alla caduta e a cinque giorni in fondo al pozzo. La notizia della morte è rimbalzata dopo una decina di minuti da quelle immagini, convulse, rilanciate dalle dirette delle tv che per giorni hanno seguito i soccorsi. Quelle immagini che raccontavano che il bambino era stato recuperato, estratto dal pozzo, che avevano fatto tirare un sospiro di sollievo con la partenza del mezzo di soccorso, lasciando intendere che potesse essere in salvo. I social e i tv si sono scatenati festeggiando e tirando un lungo e sincero sospiro di sollievo.

Siamo stati per giorni attaccati alla TV, alle notizie sui social. Abbiamo seguito attentamente gli sviluppi, sperato e pregato per un bimbo che abbiamo sentito un po’ nostro.

Qualsiasi mamma, alla notizia della caduta e dopo aver visto quelle immagini, ha sentito una fitta al ventre, proprio lì, dove abbiamo poggiato la mano per sentire i nostri figli muoversi. 

Qualsiasi donna o uomo alla notizia ha fatto una smorfia di dolore, perché un bambino non dovrebbe mai essere in pericolo, non si dovrebbe mai trovare in queste situazioni. 

Di articoli sul piccolo Ryan sono stati scritti molti, ma il mio scopo è quello di farvi ‘sentire’ un altro aspetto di questa vicenda. Siamo stati tutti insieme al piccolo, vicini alla sua famiglia, abbiamo tirato fuori una grande umanità che talvolta è coperta da mille affermazioni fuori luogo e luoghi comuni sfacciati. 

La mia riflessione oggi riguarda questo: cerchiamo di essere così solidali anche per le situazioni meno disastrose, meno dolorose. 

Non deve servire una situazione così al limite, così terribilmente mostruosa, per essere uniti, per adoperare l’arte dell’empatia.

Facciamo tesoro della nostra umanità; è quella che ci rende migliori, che ci permette di lasciare un tatuaggio nel mondo, che dà senso ai nostri passi. 

In onore del piccolo Ryan, per ricordarlo con estrema dignità, cerchiamo di assaporare le sensazioni degli altri molto più spesso, anche e soprattutto quelle più piccole.

D’altronde, si costruiscono grandi case partendo da un solo mattone.