Squid Game – metafora dell’animo umano

NewTuscia – Aut Aut di Emanuela Ferruzzi – Nelle ultime settimane si sta parlando tantissimo della nuova serie tv Netflix, “Squid Game”, di quanto sia bella e diseducativa, di quanto sia brutta e insensata, di quanto sia piacevole e magnetica.

Ci sono state petizioni, lettere aperte da parte degli insegnanti di molte scuole, reclami di genitori contro il responsabile della programmazione Netflix, insomma, una sorta di rivoluzione che, come sempre, non ha fatto altro che attirare ancora di più l’attenzione per una serie che, altrimenti, non avrebbe avuto così tanta audience. Migliaia di persone, attirate dalle critiche, hanno premuto il tasto play e si sono ritrovate in una irrealtà sconvolgente.

Vi avviso subito, questo articolo spoilera, quindi, se non avete finito di vedere la serie e non volete conoscere il finale, non continuate la lettura; se non l’avete ancora iniziata e avete intenzione di vederla, salvate questo articolo e lo leggerete poi. Non voglio rovinarvi la sorpresa.

Siete pronti voi che l’avete vista o non avete intenzione di vederla? Ve la racconto brevemente. Uomini potenti, per divertimento e scommesse, si approfittano di persone disperate, gente con tanti debiti da dover fuggire, persone con problemi finanziari in genere, deboli e senza via di uscita. Usando una psicologia da quattro soldi, riescono ad attirarli ad un appuntamento che li condurrà in un luogo misterioso nel quale iniziano a giocare per soldi. Fin qui sembra il paese delle meraviglie. Sono tutti vestiti uguali, che neanche ai giochi della gioventù; hanno tute verdi e bianche e ognuno di loro corrisponde ad un numero. Alla prima partita, in un campo enorme, sono circa cinquecento anime.

Inizia il primo gioco, ‘un, due, tre, stella’. Ci abbiamo giocato tutti almeno una volta. Sono tutti sorpresi, si chiedono il perché di un gioco così semplice. Iniziano e già al primo round un ragazzo sbaglia, si muove, non mantiene l’equilibrio. Cade misteriosamente a terra dopo un rumore assordante. È morto, qualcuno gli ha sparato. Iniziano a correre centinaia di giocatori, cercando una via di uscita, tutti vengono colpiti, una strage di massa. Quelli rimasti continuano a giocare capendo che l’eliminazione in questo gioco consiste nella morte, perciò continuano finchè tagliano il traguardo.

Tornano nella grande sala piangendo, urlando, sporchi di sangue. Decidono di chiedere di uscire. Le regole consentono di uscire se la maggior parte dei giocatori è d’accordo e il gioco termina lì.

La maggioranza decide di lasciare il gioco, ognuno torna alla sua vita, contenti o meno.

Passa qualche giorno e i problemi finanziari continuano, li sovrastano, i soldi nella bowl gigante del posto misterioso fanno sempre più gola. Richiamano il numero e tornano in gioco, ovviamente molti di meno, sono morti una marea.

Continuano con i giochi: estrazione delle forme, tiro alla fune, biglie… Chi perde muore, semplice! E a mano a mano che il gioco procede, la morte fa sempre meno effetto, non frega più niente a nessuno di chi muore, anche perché, meno persone ci sono, più soldi si vincono. E poi, l’importante, è restare vivi. O meglio, forse iniziano a capire che vincerà uno solo. Poco importa, ormai sono un bel pezzo avanti. Si formano squadre, alcuni fanno sesso, altri si picchiano, si sfidano e inevitabilmente qualcuno muore, sempre, continuamente. D’altronde, in meno di dieci puntate muoiono quasi 500 persone, è chiaro che il tasso di mortalità sia alto.

Ci sono tanti contenuti in questa serie, ma vanno colti.

Inizio con un’affermazione semplice: “chi l’ha concepito è un genio”. Esagerato? Forse. Ma per vedere questa serie ci vuole testa. No, non è per ragazzi, né tantomeno per bambini.

Non fa altro che evidenziare le peculiarità dell’animo umano, belle e brutte.

All’inizio, quando il ‘gioco’ è una novità, la morte li sconvolge, tutti quanti. Lasciano il gioco, non vogliono far morire altri innocenti. I più spaventati restano perché, egoisticamente e modestamente, credono che non è toccata a loro e non toccherà a loro nemmeno poi. Quelli che escono per poi tornare sono i più disperati, quelli che, appurato che sia una follia, ritornano sui loro passi perché è meglio una nuova follia che la routine miserabile.

Emergono altri caratteri: il rispetto per una persona più anziana e saggia. Il protagonista, un coreano senza won e senza speranza, amante delle scommesse, fa amicizia con un vecchio malato terminale che venera e rispetta, fin quando dovrà decidere quale vita vale di più, la propria o quella del saggio. A quel punto, a malincuore, il rispetto viene meno. Ognuno cerca la propria salvezza, sempre. Emerge un altro aspetto: l’amicizia sleale, un ossimoro. Un amico di sempre, egoista al punto giusto, sembra all’inizio non aiutare il suo compare storico, ma poi cede e, anche senza renderlo pubblico, lo protegge, anche se il suo egoismo prevale quasi sempre sulla ragione. Sul finale, arriva addirittura a togliersi la via pur di far vincere l’amico, ma non per grazia, ma solo perché il protagonista avrebbe lasciato il gioco e perso tutti i soldi pur di non farlo fuori. E a lui, all’egoista, i soldi servono per la madre, quindi si toglie la vita pur di non darle un dispiacere.

C’è una ragazza, un’immigrata che ha un fratello in orfanotrofio e una madre nel loro paese di origine. Si ferisce durante il penultimo gioco e, già in agonia, viene uccisa dall’egoista. Il protagonista va in panico totale. È morta una marea di gente, ma lui per quella singola morte si dispera. Perché? Perché ciò che è vicino fa male sempre di più, ciò che non ci tocca non lo sentiamo, anche se oggettivamente ha lo stesso peso. È l’assenza di empatia, è quello che succede ogni giorno, per ogni cosa, nella nostra quotidianità.

Si parla di amicizia e altruismo: una ragazza sacrifica la sua vita per salvare quella della ragazza che poi morirà ferita e uccisa dall’egoista. Si sacrifica perché lo scopo dell’una è troppo importante e l’altra non ne ha nemmeno uno, perciò preferisce morire piuttosto che precludere la possibilità di vivere bene ad un fratellino chiuso in orfanotrofio. Per la prima volta, dopo questo gesto, la ragazza di ghiaccio piange, prova emozione. Un altro aspetto dell’animo umano: chi non si sbilancia, chi non dimostra emozione, non è detto che sia freddo di natura, magari ha sofferto o semplicemente indossa una maschera così spessa da non far trasparire nulla.

 

Il gioco finisce, il protagonista, poco intelligente e molto fortunato, vince, si prende tutti i soldi, ma non riesce a spenderli. La sua vita, seppur miserabile, prima di entrare a far parte del gioco, era piena di sorrisi. Ora non accenna un sorriso, sente sulle spalle il peso di tanti morti. Ha sul volto i segni del dolore e della morte di tante persone, ma un conto in banca milionario. Potrebbe finalmente dare una degna vita alla figlioletta, ma no, lui non ci riesce. Va a prendere il fratellino della ragazza uccisa, lo porta dalla mamma dell’amico suicida, da loro una valigia piena di soldi per farli vivere da nababbi e se ne va, mette in stand by la vita da padre e torna là, nel luogo del mistero, a giocare di nuovo. Vuole vendicarsi? Vuole fare qualcosa? Vuole salvare vite? Forse, non ci è dato sapere, era l’ultima scena dell’ultima puntata.

Cos’è Squid Game? A primo impatto è una ridicolizzazione della morte, cruda, ma di una finezza straordinaria. È adatto ai ragazzi? No. È vero che i ragazzi vedono la violenza in tv continuamente, nei videogiochi, ma questo è lontano da un arcade. Questa serie va spiegata, argomentata. Allora, se volete farla vedere ai vostri figli, dovete mettervi vicino a loro e raccontare cosa sta succedendo. Le immagini le capiscono da soli, è chiaro, la trama pure, ma le debolezze dell’animo umano dovete spiegargliele voi. Dovete spiegar loro che questa serie è una metafora dell’animo umano, in tante sfaccettature che prevedono ruoli, piramidi sociali, sconfitte e poche vittorie.

Dovete spiegar loro che la morte non è e non sarà mai un gioco, perché una volta chiusa la partita non si può ricominciare. La morte è definitiva e nessuno restituirà il respiro a qualcuno che sceglie di soffocare.

Spiegate loro che la vita è sacra e che nessun guaio, nessun errore, deve far vacillare in loro la voglia di continuare a viverla. Garantitegli che, nonostante il mondo malato in cui viviamo, loro non saranno mai costretti ad essere disperati, perché la soluzione si trova. Solo ad una cosa non c’è soluzione, alla morte. E soprattutto obbligateli a capire che la vita, come la morte, non è un gioco e l’azzardo, in questi campi, non ha mai avuto un buon epilogo.

Emanuela Ferruzzi