NewTuscia – ACQUAPENDENTE – Cinque anni fa fui svegliato di soprassalto da una chiamata della sala operativa regionale “Recatevi immediatamente nel centro storico di Amatrice, c’è stato un forte sisma, abbiamo bisogno di mezzi movimento terra!”. In quel momento riuscii a capire solo l’urgenza di recarmi nel minor tempo possibile verso quella città.

Impiegammo circa 2 ore e mezza per arrivare nel centro di Amatrice. Lì vidi delle scene sconcertanti, persone che vagavano con coperte sulle spalle, ricoperti di una polvere che non riusciva però a nascondere i tagli sanguinanti; fuori dall’ospedale lettini di fortuna con pazienti che sostenevano da soli le flebo, mentre ambulanze, infermieri e medici passavano da un paziente all’altro con il ritmo frenetico di chi non poteva perdere un attimo. Io, Andrea, Erino e Carlo, senza dirci nemmeno una parola, ci siamo precipitati verso le macerie e, indirizzati di Vigili del Fuoco, abbiamo iniziato a scavare e a spostare quanto restava di quella che, fino a poche ore prima, era una città. Di lì a poco, il grido di un volontario ha interrotto il nostro lavoro; capimmo che era stato trovato un ragazzo vivo e subito ci dirigemmo verso di lui per aiutare le operazioni di recupero.

Riuscimmo a sollevarlo con l’anta di una porta e lo passammo ad altre mani che erano dietro di noi. Non ci fermammo, continuammo a testa bassa a scavare e a rimuovere macerie e anche una ragazza uscì dalle macerie sana e salva, dandoci ancora più forza per continuare. Continuammo per 3 giorni a scavare, con il passare del tempo, però, non avemmo più la fortuna di poter salvare altre vite, restava solo il dolore di trovarsi troppo spesso di fronte alla morte. Da allora, non ero più tornato in quei luoghi, ma pochi giorni fa, di ritorno dalle ferie, ho deciso di fare una deviazione. Ho trovato una cittadina inesistente, niente più muri né tetti, né case, solo un cartello “Amatrice città degli italiani”. Impossibile non pensare a quei giorni, impossibile non ricordare l’orrore, la paura, i lamenti, gli occhi dei tanti volontari incontrati in quelle strade piene di macerie, persone di cui non conoscevo nemmeno il nome, ma con i quali condividevo la battaglia più importante, quella per la vita. Per tutto il dolore di quei giorni, per il freddo della notte, per la paura ad ogni scossa che si susseguiva nei giorni a seguire, per tutte quelle madri, figli, amici e familiari che hanno pianto su quelle macerie e che ho visto nei campi ripetere incessantemente i nomi dei propri cari dispersi nella disperata ricerca di qualche informazione…

Mauro Bellavita
Vicesindaco di Acquapendente