Mafia Viterbese, la testimonianza del padre di Emanuele Erasmi

Tribunale di Viterbo

NewTuscia – VITERBO – La discussione prevista questa settimana nel processo ai tre imputati di mafia viterbese a cui viene contestata l’aggravante del metodo mafioso ma non il 416 bis, Emanuele Erasmi, Manuel Pecci e Ionel Pavel, è slittata all’autunno 2021. Il tempo sarà impiegato dalle parti per chiedere ed integrare eventualmente il fascicolo processuale con la produzione di altri documenti. La discussione sarà divisa in tre udienze, 28 ottobre, 25 novembre e 16 dicembre.

Il processo ieri è stato molto vicino alla sua conclusione con l’ascolto dell’ultimo teste della difesa. Il padre del falegname Erasmi, anch’egli artigiano nell’attività di famiglia, ha parlato di come a figlio la questione dei soldi non corrisposti pesasse al punto di soffrirne e provare risentimento, descrivendolo come “una persona perbene che lavora ed è sulla retta via.”

Nello spiegare la situazione ha affermato che tutto era scaturito dal momento il cui tra il 2014 e il 2015 la ditta del Poggino aveva commissionato l’arredamento di un ufficio in corso di restauro a Montefiascone pattuendo una cifra di 13mila euro. Era stato dato un’acconto di 2500 euro, poi, una volta cambiati i membri della società, che avrebbero negato il secondo acconto, i lavori sarebbero stati sospesi per ripartire solo dopo il secondo pagamento di 2mila euro.

Rimanevano da parte del 78enne, Saturnino Erasmi, delle riserve, dato che la società avrebbe voluto rimodulare il preventivo e ridurlo di qualche migliaio di euro. Avrebbe voluto chiedere degli assegni post postdatati per saldare l’intero importo. Alla fine dei lavori la ditta avrebbe non solo mancato al pagamento ma avrebbe anche scoraggiato padre e figlio ricorsi alle vie legali a richiedere quanto dovuto, affermando che sul conto c’erano 30 euro.

Dopo circa due anni, incontrando per caso la parte offesa il 78enne si sarebbe sentito male a causa discussione scaturita.

Secondo l’accusa il giovane Erasmi avrebbe preso cercato di persuadere la ditta debitrice facendosi accompagnare dal Riccio, un albanese decritto come grande e tosto che lavorava nel campo dell’edilizia e come buttafuori in una discoteca, e Giuseppe Trovato. Al debitore avrebbe detto che si trattava di parenti, ma in una settimana, capendo la situazione come ha poi dichiarato, ha pagato i primi quattromila euro. Altri quattromila a settembre ma nel frattempo si era già recato in questura a raccontare l”accaduto ma senza costituirsi parte civile.