Brain Fog, tra Infodemia e incertezza

Matteo Menicacci

NewTuscia – VITERBO – La parola “pandemia” è entrata prepotentemente a far parte del nostro dizionario quotidiano. E la pandemia ha portato con sé tante novità; tanti piccoli bagagli culturali che, come un marchio a fuoco, rimarranno indelebili nelle nostre menti. Il lockdown, duro e aspro, è stata l’unica ancora di salvezza per combattere un virus che di famigliare aveva ben poco. Siamo stati costretti a rimanere nelle nostre case per quasi due mesi, imparando quanta libertà avessimo prima. Poi, una volta capito come poter fronteggiare il virus, abbiamo avuto modo di riassaporare quella che abbiamo iniziato a definire “normalità”, alla quale tutti, ormai da tempo, aspiriamo di tornare. Ma le continue aperture e chiusure non hanno mai permesso realmente di vivere come prima del covid. Siamo costretti a lavorare dalle nostre abitazioni, spesso molto piccole perché considerate come luogo per vivere un minor tempo possibile. Siamo costretti a seguire le lezioni – scolastiche, ma anche universitarie – da casa, nella notoria modalità DAD. Questo ha portato le nostre menti a soffrire. Studi psicologici hanno dimostrato come, col passare del tempo in casa, senza la vita sociale, la nostra mente si sia atrofizzata. La memoria ne è uscita fortificata, perché avevamo meno stimoli, derivanti da una mancanza totale della vita frenetica. Ma il nostro equilibrio ne ha risentito. Capacità percettive del tempo e dello spazio non hanno ricevuto i giusti stimoli, lasciandoci in uno stato confusionario. La concentrazione è tra quelle che ne ha risentito di più, provocandoci quello che alcuni psicologi hanno definito uno stato di “Brain Fog”. Studi riguardo la reazione della nostra psiche all’isolamento vennero compiuti da un geologo francese, Michel Siffe. Egli, nel 1972, trascorse 205 giorni isolato in una grotta. Aveva abbastanza cibo e acqua, un letto e la luce, ma non c’era nessun altro oltre lui. Col passare dei giorni Michel perse totalmente la voglia di utilizzare il telefono e gli esercizi mentali e di memoria non servirono a nulla. Riuscì a non dormire per 36h e quando tornò in superficie raccontò di aver tentato di stringere amicizia con un topo. L’isolamento ci ha spinti anche alla costante ricerca di informazioni, spesso anche non comprese, che gli scienziati hanno definito “Infodemia”. Queste informazioni, che per tanto tempo hanno bombardato le nostre menti, seguivano la regola d’oro del giornalismo “bad news are good news”, appesantendo il carico emotivo che già avevamo. Lo stress ha iniziato ad insistere in ognuno di noi. Solo col tempo vedremo le conseguenze di queste vicissitudini, ma una cosa è certa: forse dovremmo ripensare le prossime scelte anche sulla base delle conseguenze delle precedenti.