Digitalizzando: l’Arte

Matteo Menicacci

Esempio di POP Art

NewTuscia – VITERBO – Il concetto di arte non è definibile in poche parole; sappiamo come sia soggettivo l’apprezzamento di un’opera rispetto ad un’altra, o di uno stile piuttosto che un altro. Basta prendere le prime pitture rupestri per rendersi conto che l’arte è sempre stata compagna dell’uomo; forse questo perché egli ha sempre sentito la necessità di esprimersi, non trovando sufficienti le parole. Nell’antichità l’artista era colui che, con delle doti innate, riusciva a creare un rimando visuale tra l’uomo e la divinità. Le innumerevoli statue, che nei secoli hanno adornato palazzi e piazze in tutto il mondo, sono l’emblema di come la mente umana non abbia limiti. Immortalare il divino creandone una raffigurazione, scolpendo la pietra o dipingendo una tela, ha reso eterne quelle rappresentazioni negli immaginari. Ma c’è un rapporto fondamentale che l’arte ha avuto ed è quello con la tecnologia, perché se la mente umana non era il limite, ma il mezzo dell’ingegno, non si può dire lo stesso del mezzo tecnico. I dipinti potevano esser realizzati solo dopo che era stata inventata la tela e i vari colori. Naturale conseguenza è il miglioramento delle tecnologie esistenti, quindi la capacità di produrre opere nuove, sempre migliori. Ma un punto di rottura avviene solo con la rivoluzione industriale, più precisamente con l’invenzione della fotografia. Questa invenzione sconvolse gli artisti dell’epoca, che non sapevano come interpretarla: per la prima volta era stata messa in discussione l’Aura della arte. L’unicità e la irriproducibilità che tanto avevano caratterizzato le opere d’arte fino ad allora stavano svanendo. Se prima l’arte possedeva l’Aura e veniva considerata unica, al punto che nelle scuole d’arte si copiavano gli originali dei grandi artisti per imparare, ora uno stesso negativo poteva essere sviluppato più e più volte. Arrivano due conflitti mondiali; il mondo come lo conoscevamo cambia, in modo radicale. E con la ricostruzione nasce un fenomeno, intravisto già con la crisi del ‘29, che cambierà nuovamente il paradigma: il consumismo. Spesso descritto come un demone che toglie il valore alle cose, è stato oggetti di studi e di sperimentazioni, finendo col raggiungere l’intero mondo occidentale. Andy Warhol l’ha invece reso arte, perché questo era la sua POP Art, l’emblema di come gli oggetti di consumo potessero essere simboli. Nella sua Factory creava e rielaborava i simboli di quel consumismo che avevano permesso alle persone di appianare le differenze grazie ai consumi: la Coca-Cola che beveva un attore famoso era la stessa che beveva l’operaio durante la pausa in fabbrica.
E poi fu il Digitale. L’ultima grande e costante rivoluzione che l’umanità sta vivendo. L’ultima forma di arte che è nata da questa rivoluzione sono gli NFT – Non Fungible Token – i quali non possiamo ancora definire vista la loro giovane età. Personaggi come Elon Musk o Edward Snowden hanno creato i loro, per poi venderli online. Non importa la forma, perché ogni nuova tecnologia permetterà sempre la nascita di nuove sperimentazioni artistiche. Persino la vita di alcuni personaggi è diventata arte, perché l’uomo è arte.