Graforubrica. Alla corte di Re Artù

Tiziana Agnitelli

NewTuscia – Cari/e “Newtusciani/e” le leggende e i miti rappresentano sempre una forma archetipica della società umana e dei loro rappresentanti. In questa occasione voglio parlarvi dei cavalieri della tavola rotonda, ne ho scovati due che “vivono” in grandi realtà finanziarie assicurative odierne, ma anche qua c’è sempre un “re” a cui rispondere, nonostante si sia bravi e capaci, ora come allora.

Il primo cavaliere è un tenace accattivante, sa cosa dire e come dirlo al giusto momento e sa anche ciò che deve ignorare o far finta di non sentire (lacci, occhielli, curvilineità). Ha una passione che lo spinge e lo motiva fino a diventare ostinazione, ereditata soprattutto dalla famiglia di origine che in qualche modo lo incita e lo lega anche quando vorrebbe essere “oltre o altrove” (movimento barrato, filiformità), ma nonostante tutto sa “opporglisi” col sorriso. Il suo incedere ricorda i cavalieri “cortesi e gentili” che utilizzano il giavellotto  e la spada, sanno risp

ettare gli ordini, però hanno in sé l’estro creativo e la libertà di pensiero, e nonostante ciò sono sempre e comunque affidabili. Fino alla fine.

Invece, il secondo cavaliere è un orgoglioso attivista, energico e fermo combattente che non discute gli ordini, anzi li appoggia nonostante non li condivida, facendo in modo però di non far trasparire la sua rabbia e il suo disappunto che confina in una “stanza” (dente di pescecane in un quadrato coscientemente strutturato) di cui solo lui ha le chiavi e guai a chi si troverà di fronte alla sua apertura, verrà “ingurgitato” come fa la pianta carnivora con l’insetto. Il suo posto è a capo della truppa combattente degli arcieri, affidabile e preciso, non sbaglia mai né l’obiettivo, né il tempo per colpire.

“Cavalieri” così arditi e affidabili devono servire un “re” degno, altrimenti “perderanno” le loro qualità per un fine che non li rappresenta, appunto per questo ricordiamo loro ciò che dicevano i cavalieri di Re Artù:

che Dio ci conceda la capacità di riconoscere il giusto, la volontà di sceglierlo e la forza di conservarlo”. Così sia.