NewTuscia – VITERBO – Si è concluso con due condanne a sei mesi di reclusione per oltraggio a pubblico ufficiale il processo che vedeva coinvolti inizialmente quattro detenuti di Mammagialla. Le condanne comminate dal giudice Elisabetta Massini sono state solo due perchè il terzo, Andrea Di Nino di 36 anni, si è tolto la vita nella cella di isolamento nella primavera del 2018 e il quarto inizialmente indagato è stato assolto per non aver commesso il fatto.

L’episodio risale al al 13 dicembre del 2017, quando nel corso di disordini scoppiati in infermeria, gli imputati avrebbero aggredito verbalmente e fisicamente, un assistente capo della penitenziaria che stava scortando un’infermiera con il carrello dei medicinali per distribuire la terapia.

Secondo le ricostruzioni emerse al processo, il poliziotto avrebbe dovuto aiutare Di Nino, finito per terra a rialzarsi, quando invece, come confermato dal medico e dall’essersi rialzato da solo , stava bene.

Proprio Di Nino avrebbe colpito l’agente con un fiotto di sangue, sputando, costringendolo poi a sottoporsi ad accertamenti sanitari, mentre gli altri due detenuti avrebbero sostenuto il compagno battendo sulle sbarre e gridando espressioni offensive come “meglio carcerato che secondino bastardo e cornuto”.

Tra gli altri insulti, secondo la testimonianza del poliziotto ora in pensione, Di Nono esclamava encefalitico, tanto ti vengo a cercare, a te, ai tuoi figli e vi stacco la testa, ti scopo tua moglie tanto non sei capace”; gli altri “bastardo, entra in cella che ti facciamo vedere noi”, uno di loro faceva il gesto di entrare in cella, con le mani fasciate tipo un pugile.

Secondo l’infermiera, ascoltata in aula, insulti e non solo pioverebbero molto spesso sul malcapitato capo del personale sanitario e penitenziario.

Il processo si è concluso con la condanna di un 43enne originario di Roma e residente a Vejano, e un 33enne romano. Le polemiche create dalla morte di Andrea Di Nino, in carcere già da due anni quando ne fu rinvenuto il corpo, non si sono placate. I familiari sono convinti che non si tratti di suicidio visto che doveva scontare solo un altro anno di carcere on la possibilità di uscire anche prima e che dal tono delle lettere era evidente il desiderio di riabbracciare la famiglia quanto prima. Sulla sua morte è ancora aperta un’inchiesta.