Libri dove non pensi di trovarli, in una domenica in cui non pensi di stupirti

NewTuscia – Aut Aut di Emanuela Ferruzzi – Articolo 4 – Domenica, ore 12:30, in macchina per raggiungere un ristorante della provincia. Decidiamo, io e i miei compari, di fermarci in un bar in un piccolo paese della Tuscia, San Lorenzo.

Siamo in anticipo per la prenotazione al ristorante. Abbiamo prenotato una decina di giorni fa, prima di sapere dell’imminente zona rossa. Insomma, questa domenica profuma di 2020 con la differenza che siamo tutti purtroppo già abituati a portare la mascherina, a disinfettarci le mani spesso, a stare attenti a non toccare oggetti qua e la. Siamo abituati a non consumare al bancone e a non colloquiare con estranei di fronte ad un barman. Ci siamo freddati un po’ tutti, stentiamo a ricordarci la libertà pre-pandemica.

Entriamo, ordiniamo e, quando mi giro per rispondere all’ennesima domanda del ‘mini me’, con la coda dell’occhio noto una bella selezione di vini. Un po’ per gusto e per diletto, un po’ per lavoro, mi avvicino e scruto le etichette. Ma nonostante l’amore per la bevanda degli Dei, un’altra particolarità attira la mia attenzione. C’è una singolare selezione di libri tra tutto quel nettare, una quindicina di titoli credo, non di più. C’è un ripiano proprio al centro della parete. Qualcuno descrive luoghi della Tuscia, altri sono di autori della Tuscia. Andate a cercare, ne abbiamo anche noi di scrittori interessanti, non vivono tutti altrove. La bellezza dei libri è questa, chi scrive può scrivere ovunque e le sue parole arrivano dappertutto. Per questo qualche volta magari non sappiamo chi scrive i libri che lasciamo entrare nella nostra vita. Non ci soffermiamo all’autore, pensiamo alla storia.

Ed è stato questo il mio mood. Mi ha colpito l’immagine, mi ha comunicato una sensazione di completezza. Mi sono immaginata con un bicchiere di vino, sulla sedia, o magari una poltrona, tra le mani il libro che, proprio li, tra gli scaffali in stile industriale, ha catturato la mia attenzione. Mi sono immaginata sorseggiare un vino rosso, sicuramente un nostrano, a perdermi nei meandri di una storia della quale ancora non so nulla.

Ho bevuto il mio aperitivo, parlato con i miei amici, assaporato un momento di normalità in una piazza quasi vuota. Sono rientrata nel bar, ho acquistato proprio quel libro lì e ho pensato che un gestore che sceglie di mettere un po’ di cultura ricercata all’interno di un luogo che non lo impone, può fare la differenza. Per me, per altri. Può regalare una sensazione, tra vino, cultura e normalità. Un tris vincente per inebriare, perché alla fine, i luoghi che viviamo e apprezziamo sono ricordati grazie alle sensazioni che ci hanno regalato. Un buon cocktail te lo possono offrire in molti, una cortesia emotiva invece non è per tutti.

In tempo di pandemia mondiale questi sono piccoli-grandi dettagli, di un’importanza vitale secondo me, come la possibilità di sentirsi a casa, ancora una volta, fuori casa.

 

Emanuela Ferruzzi