Associazione Forumambientalista, per un processo partecipato all’individuazione del sito Sogin per scorie nucleari

NewTuscia – VITERBO – Riceviamo e pubblichiamo.

In questi ultimi mesi l’opinione pubblica è concentrata sull’attenzione alla pandemia da Covid 19 ed altre notizie rimangono nell’ambito degli addetti ai lavori, in particolare quelle attinenti la sfera ambientale.

Quelle poche notizie che sono infatti trapelate sul nulla osta del ministero dello Sviluppo e del ministero dell’Ambiente alla Sogin, per la pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), cioè i 67 siti scelti per il deposito di scorie nucleari, hanno indicato superficialmente la necessità di concentrare i rifiuti ospedalieri per diagnosi e cure tumorali in un unico sito nazionale.

In realtà il previsto sito unico è destinato ai residui a media intensità delle centrali nucleari, residui che hanno durata fino ai 300 anni per renderli inerti ed a cui si sono aggiunti rifiuti ospedalieri, industriali e degli istituti di ricerca di assoluta minore intensità e difficoltà di trattamento. Tutti oggi sono stoccati in depositi provvisori in luoghi non idonei. E non solo: il proposito, nello stesso sito, è inoltre di concentrare le scorie nucleari ad alta intensità per i prossimi 50 anni, in attesa del sito europeo.

L’Italia nel 1987 in seguito al referendum che vide il consenso del 95% dei votanti decise di rinunciare a produrre energia dal nucleare, chiudendo le centrali che erano ancora in produzione. Ma da decenni non abbiamo ancora risolto il problema della “pattumiera” delle scorie radioattive delle centrali.

La problematica dello stoccaggio dei rifiuti radioattivi è solo uno dei problemi che emergono dal rischio nucleare che le associazioni ambientaliste hanno, da sempre, evidenziato e combattuto. Ben più complessa sarà infatti la decisione in campo europeo per il sito delle scorie ad alta radioattività che necessitano di 3.000 anni per essere innocue per l’ambiente naturale in cui tutti viviamo.

E’ l’ennesima dimostrazione che l’energia nucleare, come energia non rinnovabile e gravemente impattante, non solo non risolve i problemi energetici mondiali, ma espone l’intero ambiente naturale a rischi elevatissimi in termini di salute umana e di inquinamento di aria, acqua e terreni anche molto lontano dagli stessi siti in cui si produce tale energia.

Oltretutto, la valutazione di sicurezza dei siti dove furono costruiti gli impianti nucleari, nonostante le assicurazioni rilasciate allora, si è dimostrata incoerente e sbagliata, ma nessuno se n’è assunta la responsabilità.

Fatte queste premesse, è indubbio che esista la necessità di porre in sicurezza i residui radioattivi di bassa e media intensità, ricordando, però, che oltre il 90% di questi, sono originati dalle centrali nucleari chiuse con i referendum e che i costi di tale messa in sicurezza, sulla base dell’assunto “chi inquina, paga”, devono essere posti a carico dei produttori di scorie e non della collettività.

E’ altrettanto certo che il dibattito pubblico non può essere lasciato al proponente Sogin ma affidato ad un soggetto terzo che possa effettuare valutazioni che non siano di parte. Ed anche il processo di informazione e consultazione con le popolazioni, gli Enti locali e i soggetti interessati, per consentire un concreto approfondimento e l’assunzione di decisioni debitamente ponderate, debba avere tempi più lunghi e non essere limitato a soli due mesi.

Al proposito abbiamo inviato ai Ministri competenti la richiesta di allungamento dei tempi della partecipazione pubblica. E ribadiamo con forza che nel dibattito pubblico non possono essere inserite le compensazioni economiche, peraltro già eliminate con il referendum del 1987. La sicurezza non può essere comprata con milioni di euro da distribuire sul sito prescelto, né con ricatti occupazionali: la sicurezza non si compra.

In particolare, infine, evidenziamo come non ci sia stata trasparenza sui requisiti iniziali utilizzati da ISPRA nel documento “Criteri per la localizzazione di un impianto di smaltimento superficiale di rifiuti radioattivi a bassa e media attività” del 2014, che hanno individuato i territori a minore intensità abitativa e a minore volumetria costruita. Questi criteri, pur validi, devono essere utilizzati solo a valle di tutti gli altri criteri utilizzati da ISPRA per accertare la sicurezza, quale la geomorfologia del territorio e la tutela dell’ambiente naturale.

A IST
A maggior ragione il processo pubblico di consultazione deve essere reale e con i tempi necessari per una decisione così complessa e importante che non lasci strascichi giudiziari successivi.

Associazione Forumambientalista