Tuscania 50 anni dopo, lettera aperta

NewTuscia – TUSCANIA – Riceviamo e pubblichiamo.

Questo  pezzo parte da un ringraziamento, in barba ad ogni regola del buon scrivere, il mio plauso va a Alessandro Tizi e Gabriele Pierantozzi per aver organizzato Diciannove e zero nove, la celebrazione in occasione del cinquantesimo anniversario dal terremoto che ha travolto Tuscania. Li voglio poi ringraziare per la raccolta di testimonianze fotografiche, vero leitmotiv di questo articolo, ma andiamo con ordine. Mia madre è una delle bambine scampate al terremoto del 6 febbraio 1971, non vi dirò quanti anni aveva per pura educazione, si sa che ad una signora non va mai chiesta l’età e di conseguenza non vi darò modo di procedere al suo calcolo, vi basti sapere che era piccola, gracile e con le trecce, quest’ultimo particolare è fondamentale, perché uno dei suoi ricordi più forti del sisma sono proprio i suoi capelli sporchi, pieni di polvere e frammenti di macerie, sapientemente lavati da una parrucchiera di Valentano. La solidarietà dei paesi vicini è un altro dettaglio che è rimasto impresso e trasuda dai ricordi di mia madre, ed è stato emozionante due anni fa incontrate una anziana che abitava proprio vicino alla bottega di quella parrucchiera che si prese cura delle trecce della piccola Vincenzina, aveva stampato nella mente i tuscanellesi  impolverati e dalle facce stanche.

Mamma mi ha sempre descritto il momento della prima scossa, il fratello Egidio tutto in ghingheri, pronto per andare a teatro, i genitori e la vicina di casa nella cucina, presi dal televisore, vera rarità all’epoca. E poi il caos, il buio, la polvere negli occhi, in bocca,  la gonna della vicina per proteggersi dal mondo che crolla. Poi le urla della madre che la cerca, e lei finita sotto al lavandino che non riesce a rispondere, ed alla fine l’abbraccio. Tutti fuori, nella piazza più vicina, il freddo che è reso ancora più pungente dalla paura, il “sinale” di qualche donna generosa per coprirla, le scintille dei cavi della corrente tranciati. Ora in aggiunta ai ricordi di mia madre delle zone di raduno, cito quelli di un mio collega , Fabrizio. Mi ha raccontato non più di dieci minuti fa che in molti , in quei momenti confusi, tutti ammassati fuori dal centro storico,  accusarono gli americani e presunti esperimenti lunari , come causa di quel disastro. Ma torniamo alla protagonista del mio racconto, Si mamma! oggi parlo di te.

Ora pensate ad un barattolo di visciole sotto zucchero, misteriosamente rimasto in bilico su un mozzicone di casa, la prelibatezza nascosta da mia nonna Uriana a maturare nel tempo, ora in bella vista nella soffitta squarciata dalle scosse. Non so quanto tempo sia passato dal terremoto, Vincenzina e le sue amiche che, furtivamente percorrono via del Riuscello, si arrampicano tra i brandelli di scale , pezzi di cemento armato e rottami, solo per raggiungere quel vaso pieno di frutta. In questa istantanea tutta l’ingenuità di ragazzini che vedono un gioco in un paesaggio devastato. All’inizio dell’articolo ho nominato le foto pubblicate sui social, e a questo punto posso svelarvi cosa mi ha portato a scrivere. Io non ho mai visto scatti della casa dei mie nonni, nessuno testimonianza di che aspetto avesse prima del terremoto e neanche dopo le scosse, ne conosco i pavimenti perché sono ancora in bella mostra, la loro abitazione infatti non è mai stata ricostruita. Immaginate lo stupore nell’aprire Facebook e sapere, senza alcun dubbio, senza incertezze, che quella era la casa di famiglia, che quella giacca che si vede appesa la indossava mio nonno o uno dei miei due zii, aimè non si vede il barattolo di visciole, ed il bianco e nero di sicuro non aiuta nella ricerca. Se ci fosse stato un pur vago dubbio poco dopo è arrivata la conferma di mia madre, l’ho sentita commossa al telefono, la stessa commozione che provo io nel raccontarvi questi frammenti di vita. Vi lascio con una piccola richiesta, venite a passeggiare nel centro storico del mio paese, ogni angolo narra una storia, scoprirete angoli deliziosi, architetture miracolosamente scampate al 71’, e magari passando davanti a quel pavimento spoglio potrete dire “questa era la casa di Vincenzina, chissà se ha ancora le trecce”.

Con amore infinito per Tuscania e per la mia mamma

Raffaella Ludovica Cucchi