Nazismo – Sophie School – Una donna piena di ideali

NewTuscia – AUT AUT di Emanuela Ferruzzi – Articolo 1 – È da poco trascorso il 27 gennaio, data indelebile per il mondo intero. È la giornata della memoria. Serve a ricordare chi non ha avuto modo di far sentire la propria voce, chi è rimasto ucciso ingiustamente, chi ha sofferto e lottato, chi ha tristemente visto i suoi cari andarsene. Insomma, non dobbiamo dimenticare. Di articoli, speciali TV e video ne avrete visti, letti e studiati molti. A dispetto di ciò che si può asserire, io credo che questa parte della storia sia una di quelle che pochi non conoscono. Se non altro, un’infarinata l’abbiamo tutti. Molti di Voi avranno fatto anche ricerche, avranno approfondito, molti altri invece avranno libri che rendono tutti i dettagli che nel manuale scolastico ordinario mancano, ma quello che vi presento io in questo articolo è un volto, uno solo, quello di una giovane donna.

Voglio parlarvi di Sophie Scholl. Sono certa che sui libri di scuola raramente compaia, perché in realtà è stata una goccia in un mare di storia, in un fiume di eventi, in una tempesta di morti.

Sophie Scholl era una giovane donna, nata nel 1921 in un’era storica ricca di mutamenti, di dubbi e metamorfosi sociale collettiva.

Quando Hitler andava al potere Lei aveva appena 12 anni. Era rimasta terribilmente affascinata dallo “stile” nazista, vittima di una propaganda terribilmente accattivante, soprattutto in un’età fertile come l’adolescenza. Lei studiava, leggeva, si informava, non restava mai con il dubbio di non sapere.

Nel 1933 entra a far parte della “gioventù hitleriana” insieme a suo fratello Hans e alle sorelle Inge ed Elisabeth. Il padre era contrario. Molti uomini e donne erano contro il Nazismo in Germania, ma non si poteva certo confessare di non essere d’accordo con il regime, era un reato solo metterlo in dubbio. Quattro anni dopo, tutti i fratelli erano già disillusi e iniziavano ad avere una loro idea, Sophie e Hans più delle loro sorelle.

Nel corso degli anni Sophie inverte la sua rotta provando pian piano disgusto per le pratiche violente naziste che, all’epoca, in alcune zone più di altre, venivano avallate senza alcun problema da molti civili e militari.

Sophie aveva capito, all’età di 17 anni, che non voleva far parte di quel mondo, che la deportazione degli ebrei non aveva senso, che le violenze erano gratuite e spesso immotivate.

Non simpatizzava per nessun partito politico, ma scelse di avere un suo e solo suo, punto di vista. Aveva scelto consapevolmente di tirarsene fuori. Aveva quindi smesso di andare agli incontri nazisti, alle assemblee, era diventata sempre più estranea ad una cultura che stava permeando tutti, che li faceva sentire nel giusto. Lei, in una delle tante pagine del suo diario, che aggiornava costantemente, scriveva che ad un certo punto non riusciva a capire chi stava dalla parte sbagliata. Diceva pure però che non c’era questa distinzione, perché lei si sentiva semplicemente dalla pare della propria coscienza.

In poche parole, aveva maturato un sano dissenso che l’aveva portata ad affrontare gli ultimi anni di scuola con estrema fatica, mordendosi la lingua davanti a insegnanti intransigenti e nazionalisti. Era una scuola che non permetteva il libero pensiero, anzi, non permetteva proprio di esprimersi e per Sophie, piena di ideali, era una prigione mascherata da istituto scolastico.

Hans e Sophie iniziavano ad aprirsi ai propri ideali, Lei studiando e vivendo la quotidianità, lui chiamato a lavorare e servire. Iniziano a scriversi lettere, che ho letto, con il cuore in gola. Lui scriveva lettere piene di nostalgia ad una famiglia e ad una sorella che voleva dalla sua parte ma che desiderava ardentemente proteggere. Le raccontava della caserma, dello squallore, della tristezza che pervadeva gli animi, del bisogno di vedere fiori in un luogo grigio e squallido. In una delle tante lettere che Hans scrisse a Sophie le parlava di musica. Le raccontava che proprio quella settimana c’era stata la chiusura degli eventi dedicati a Mozart e che aveva avuto luogo un grande concerto. Hans aveva riconosciuto in quella musica un modo per sfuggire a tanta serietà e severità lavorativa. Nel 1941 Lui scriveva sperando di vederla presto, parlando di Haydn e di quartetti d’archi. Anche Sophie scriveva ad Hans, raccontando le sue giornate insieme alla sorella, raccontandogli colori, sapori e sensazioni fatte di fragole, pioggia e prati verdi.

Si promettevano di vedersi. In una lettera dell’agosto del 1941 Sophie è terribilmente arrabbiata: le avevano prolungato l’internato obbligatorio e Lei non avrebbe potuto studiare all’università. Per lei era una sconfitta morale, ma dopo aver vomitato le sue frustrazioni, si dava una pacca autonoma sulla spalla scrivendo che non aveva più intenzione di lamentarsi, tanto non sarebbe servito. Preferiva leggere e studiare di nascosto, preparare la sua cultura da sola, prima di farlo in un’università. Nel 1942 finalmente riusciva a raggiungere il fratello Hans a Monaco. Hans intanto si stava impegnando in un’aperta opposizione al regime, tenendo fuori però Sophie, per non farle correre alcun rischio. Il movimento si chiamava “Rosa Bianca”. Iniziarono a scrivere volantini. Il primo riportava duri attacchi al Nazismo e incoraggiava la resistenza perché, diceva “ogni popolo merita il governo che tollera”. Nel giro di pochissimi giorni ne uscirono quattro, uno dopo l’altro. Alla Gestapo iniziarono a fare indagini, ma nulla si sapeva sull’identità degli autori.

Nel 1942 l’università aveva proprio l’immagine di una perfetta istituzione integrata al regime Nazista anche perché non si poteva proprio dar adito a tendenze dissidenti. Le aule erano colme di spie dell’Associazione degli studenti nazionalsocialisti che ascoltavano e studiavano gli studenti stessi per riconoscere e riferire i nomi degli eventuali sovversivi. Con quei quattro volantini ci fu però una piccola scossa.

Sophie scoprì che quei volantini erano frutto delle idee del fratello quando, per caso, sotto un banco, trovò uno dei volantini con scritto “Per un popolo civile non vi è nulla di più vergognoso che lasciarsi governare senza opporre resistenza, da una cricca di capi privi di scrupoli e dominati da torbidi istinti”. Lei lo piegò e lo mise in borsa, non poteva farsi scoprire a leggerlo. Leggere qualcosa del genere senza il permesso della Gestapo sarebbe stato un reato, poteva essere arrestata. Sophie andò subito nella stanza del fratello per condividere con Lui la gioia di non esser la sola a pensare fuori dal coro, a dirgli che si sentiva davvero meno sola e meno inetta. Invece scoprì che le parole scritte venivano da un libro che Hans teneva sulla scrivania. C’erano i passi evidenziati e riportati proprio in quel modo sul volantino. A Sophie si aprì un mondo e da quel momento il fratello non poté più tenerla fuori, anche se le riservava compiti non troppo pericolosi, ma ad ogni modo sovversivi.

Dal novembre del 1942 al gennaio 1943 il movimento della Rosa Bianca si trasformò da gruppo di azione di universitari idealisti in un movimento che interessava tutta la Germania sud occidentale.

Continuarono a stampare volantini, a distribuirli, ovunque. Raccontarono alla gente ciò che non vedevano, ciò che facevano finta non esistesse, ciò che non potevano sapere. Il 18 febbraio 1943 Hans e Sophie iniziarono a distribuire volantini davanti alle aule ancora chiuse con lezioni in corso. Vennero scoperti, chiamati nell’ufficio del rettore. La strada da li al quartier generale fu breve. Il giorno dopo fu indetto un processo scandaloso e furono condannati a morte e portati alla prigione di Stadlheim. Durante il processo Sophie disse che ciò che aveva scritto era il pensiero di molti, che però non avevano mai avuto il coraggio di parlare a voce alta. Fu un processo infame, senza ufficialità. Avevano già deciso le sorti, forse dall’ufficio del rettore. Si sparse subito la voce in prigione, tutti sapevano che processo ingiusto e inufficiale avevano subito i due giovani. I funzionari, non membri della Gestapo, erano pieni di ammirazione verso i fratelli Scholl e permisero loro, prima della condanna, di vedere i genitori per l’ultima volta. Sophie mangiò i dolci che la mamma le aveva portato.

Poi fu ghigliottinata, a tre ore dalla fine del processo. Fu la prima. Entrò a testa alta scortata dalle guardie nel cortile. La fine. Poi toccò ad Hans.

Le notizie sulla Rosa Bianca e sulla sorte dei giovani fratelli, giustiziati a 24 e 21 anni arrivarono in America. I loro volantini furono ristampati e lanciati dagli aerei alleati in milioni di copie sulle città tedesche.

Cosa mi ha appassionato di questa storia? Tutto. Ogni singola piega. Amo la Germania e la storia Tedesca, è più ricca del nazismo, molto più ricca. È una nazione che ha radici profonde e non negative. Non mi schiero da nessuna parte, sia chiaro, non è questo il mio scopo. Quello che ho amato è stato il profumo di vita che ha raggiunto il mio naso dalla prima volta che ho sentito parlare di Sophie. È l’indomabile desiderio di libertà che neppure il drammatico contesto della guerra ha saputo soffocare. Ho amato le loro dichiarazioni. Il loro professarsi dalla parte dell’umanità. Hans in una pagina di diario scrisse “succeda quel che succeda, io ho gettato l’ancora” e Sophie invece: “come ci si può aspettare che il destino conceda vittoria a una giusta causa, quando nessuno è pronto a sacrificarsi pienamente per essa?”

Questo ho amato, la dedizione incondizionata per il proprio ideale, la presa di coscienza di essere meramente fuori dallo schema e trarne forza, continuamente.

Ho ammirato la compostezza, l’eleganza, la dignità di Sophie, che anche in punto di morte, non ha piegato il suo ego, non si è prostituita all’idea altrui. Ha seguito i suoi neuroni, la sua pelle, il suo istinto. Ha voluto, fino alla ghigliottina, dimostrare di aver vinto.

Ha vinto, si, anche se la sua vita è finita a 21 anni. Le ripercussioni che il movimento della Rosa Bianca e la personalità di Sophie hanno avuto ed hanno ancora oggi in Germania e nel mondo, è degno di nota. Lei, imponente nonostante la piccola statura, immensa, nonostante la giovane età, colma di cultura, di libertà.

Nei suoi diari si legge angoscia, dolore. Dolore per un luogo che non la può comprendere, dolore per una libertà interrotta, per una società nella quale non si riconosce. È una donna, e uso volontariamente il tempo presente ora, che non si può dimenticare. Quanti di noi sarebbero disposti a dare la vita per un proprio pensiero? Non lo so, ma quello che so è che questa storia, questa vita, è un cardine di coraggio, uno snodo di umanità.

In una visione utopistica, un blocco di partenza.

La libertà, cara Sophie, l’emancipazione, mia cara Sophie, porta tra le lettere il tuo nome.

 

 

Emanuela Ferruzzi