di Stefano Stefanini 

NewTuscia – ORTE – La pandemia non ha interrotto la tradizione dei Canti della Pasquarella che nel Centro Storico Orte si sono svolti in anticipo nella serata piovosa del 4 gennaio, per rispettare la giornata “ rossa” della vigilia dell’Epifania.

I Cantori della Pasquarella hanno onorato la tradizione dalla scalinata  della Cattedrale di “Santa Maria”, intonando i loro brani,  nonostante la pioggia ed il freddo, forti della consapevolezza di rispettare un appuntamento mai tralasciato dai loro padri, nonni e bisnonni …. noi vogliamo augurarci che anche questa tradizione rispettata ci farà ripartire con più slancio, quando il virus sarà definitamente sconfitto…. le radici della cultura e della tradizione aiutano a riprogettare il futuro .

Come ben sostenuto da Francesco Occhetta redattore di “Civiltà Cattolica”:“Occorre avere nostalgia del futuro, non del passato, per governare questi tempi difficili: vincerà chi giocherà il jolly della solidarietà. Comunità di Connessioni lo sta ribadendo da tempo, credendo nell’Europa e nel “local-umanesimo”, come hanno recentemente scritto anche Ciro Cafiero e Giulio Stolfi (La forza del “locale”; Rimarrà il paese?). La ricetta è già scritta tra le pagine della storia. Si ricostruisce così, lo ha ricordato anche Tolkien con una sua potente immagine: “Le radici profonde non gelano. Dalle ceneri rinascerà un fuoco”

Proprio nei racconti dei nostri nonni è racchiuso il significato essenziale delle feste, una strenna  descritta negli appunti che ci ha lasciato  Wladimiro Marcoccio.

A sentire i nostri “vecchi” rievocare le feste di Natale sino all’Epifania  e il fervore e le tradizioni che l’accompagnavano, c’è da struggersi di tenerezza, con queste parole l’amico Vladimiro Marcoccio, cultore di tradizioni locali, ci ha trasmesso questo testo di …ricordi vissuti.

La notte dellEpifania gaia e rumorosa.

Quanto la nottata di Natale era intima e raccolta, quella della Pasquarella era, viceversa,  gaia e rumorosa. Oggi come allora, tramandando la tradizione, sul far della sera dei  gruppi di tre o quattro persone, uomini per lo più, si spargevano per le case di città o di campagna, a “cantare la Pasquarella”, attesi, accolti e benedetti, con un bicchier di vino già preparato e le povere, umili offerte da deporre nel canestro che uno di essi portava infilato nel braccio: uova, salsicce, uva secca e qualche bottiglia di vino.

Accompagnati dall’ “orghinetto”, quei canti, non sempre perfettamente intonati, ma sempre ascoltati con devozione, creavano un’atmosfera di raccolto stupore. Al chiudersi del ciclo delle feste natalizie, era questo un modo di fissare nel cuore per tutto il corso dell’anno, la speranza accesa da Cristo, sceso in terra a farsi umile e povero, come loro.

Noi non sappiamo chi ne sia stato l’autore, ma certo, la poesia approssimata in cui erano composti, le sgrammaticature, le assonanze, le ripetizioni, i versi zoppicanti, indicano, senza ombra di dubbio, l’ambiente popolare dal quale provengono.

Sentire, ad esempio, questo che abbiamo potuto raccogliere sulla bocca di un cantore della Pasquarella:

“ Ecco ch’è notte e si rallegra il mondo

Ecco la santa notte di Natale.

È nato il Redentissimo del mondo

Il Figlio di Maria, l’originale”…

Pasquarella befania

Tutte le feste si porta via.

Ma rispose Sant’Antonio:

piano, piano … che c’è la mia !

Ma rispose ‘na vecchiaccia:

semo inverno fino a Pasqua! ;

Qui all’improvviso il tono cambiava e da tenero e raccolto si faceva vivace:

“Fate presto a aprì la porta

Che dal ciel casca la brina …

Che c’è presa la tremarella,

viva, viva la Pasquarella,

Catenaccio della porta,

sei di ferro e non m’importa,

perché ci hai la figlia bella,

viva, viva la Pasquarella “.

Si stava in giro per tutta la notte e si bussava a tutte le porte. Saltarne una, era come fare un’offesa. E se la porta tardava ad aprirsi, i cantori intonavano impazienti:

“Dalla corta ne venimo,

pe’ la lunga dovemo annà !

Si ce date qualche cosa,

non ce fate più aspettà…”

Oggi la tradizione è tornata…. anche se difficilmente si bussa più alle porte per non disturbare, ma si va per le strade e per le piazze.

Nel silenzio della notte, il coro si leva con accompagnamento di chitarre, fisarmonica e sassofono a cantare “Tu scendi dalle stelle” o “ Astro del ciel” , è sempre accolto dai cittadini con riconoscente compiacimento.

In alcuni casi si ripropongono le strofe sopra riportate.

È questo, ci sembra, il modo più adatto, per augurare, all’inquieta società del nostro tempo, la speranza e la pace di cui ha sempre bisogno.

Grazie a Vladimiro per averci rammentato le radici di questa secolare tradizione natalizia”.