Superare l’emergenza con un forte investimento in sviluppo, manutenzione e resilienza delle città

di Stefano Stefanini

 NewTuscia – VITERBO  – In questa fase di sacrifici per le festività di Natale e di fine anno che  ci porterà  alla fase della vaccinazione di massa, per debellare il Virus, per intraprendere una ripresa definitiva dalla crisi dei mesi scorsi – con la cautela necessaria per non ricadere nella pandemia –  occorrera’ un forte investimento in resilienza come capacità di risposta dei territori, della nostra Tuscia allemergenza coronavirus: impegno e responsabilità degli amministratori pubblici, del sistema sanitario, flessibilità imprenditoriale, sperimentazione di nuova organizzazione del lavoro, senso di comunità e ruolo della società civile organizzata.

Tutti insieme, cittadini, responsabili di amministrazione e politica a livello centrale e territoriale, operatori sanitari, imprenditori e lavoratori, mondo ecclesiale e del volontariato, dobbiamo contribuire a costruire  si riassumono nel concetto di “resilienza”.

Resilienza intesa come concreta e vigorosa capacità di risposta dei nostri sistemi socioeconomici rispetto alle avversità che si sono manifestate e si manifesteranno, in campo ambientale, sanitario, sociale ed economico.

L’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile ASVIS ha chiarito il concetto di resilienza accanto a quello di vulnerabilità, in quanto  fondamentale per uscire dalla attuale pandemia, non “rimbalzando indietro”, cioè tornando alla precedente situazione di impreparazione e precarietà una volta finita la paura, ma con un “salto in avanti” che si avvalga di questa esperienza per evitare in futuro conseguenze peggiori.

Per la nostra Tuscia gli ambiti economici su cui le forze sindacali, gli imprenditori ed il settore del commercio chiedono di  concentrare limpegno di tutti sono:

  1. potenziamento del sistema sanitario sul territorio con presidi medici attrezzati ad affrontare le emergenze, requisito che il nostro sistema sanitario territoriale ha ben dimostrato negli ultimi mesi, ma che deve essere potenziato come medicina preventiva sul territorio
  2. turismo, termalismo, infrastrutture, agricoltura, area di crisi complessa, centri storici e università.
  3. Per quanto invece le infrastrutture, le esigenze di investimenti e apertura di cantieri per assicurare occupazione duratura vanno dal completamento della trasversale Orte-Civitavecchia al raddoppio ferroviario tra Viterbo e Roma, sfruttando inoltre l’interporto di Orte che, con un’area a disposizione di 320mila metri quadrati, rappresenta uno snodo logistico sul principale crocevia ferroviario e e stradale del entro Italia.
  4. Sul fronte dellagricoltura, vanno sostenute – hanno piu’ volte i tre segretari delle confederazioni sindacali viterbesi – le produzioni locali, mantenendo la biodiversità vegetale”. No, dunque, allinserimento di coltivazioni estranee al territorio che richiederebbero un uso massiccio di sostanze chimiche che impatterebbero in modo irreversibile sul territorio”.
  5. I sindacati puntano inoltre a lavorare per far riconoscere le zone del polo della ceramica di Civita Castellana e quello della lavorazione del pellame di Valentano come aree di crisi industriale complessa.
  6. Bisogna riportare – hanno poi proseguito i sindacalisti in relazione alle problematiche dei centri storici – gli uffici e le attività commerciali al centro delle città e al centro della politica. Favorendo poi una circolazione del traffico sostenibile, prevedendo parcheggi fuori le mura e servizi navetta.
  7. anche recuperati tutti gli spazi e gli edifici in disuso e abbandonati convertendoli in luoghi darte, musica, teatro, laboratori, convegni, cinema e musei”. Spazio anche per lidea di un centro commerciale naturale fatto in particolar modo di botteghe artigianali.
  8. Il turismo dovrà essere ecosostenibile e in armonia con lambiente, la comunità e le culture locali. La città di Viterbo e la sua provincia possono diventare la meta di diversi viaggiatori nazionali e internazionali, grazie alle sue eccellenze, che vanno dal quartiere medievale al mondo etrusco e romano.
  9. In tale direzione si chiede di investire in particolar modo sul termalismo, auspicando un veloce e definitivo recupero delle terme ex Inps, altro capitolo infinito della nostra storia locale.
  10. Università della Tuscia. Va potenziata infatti l’interazione della comunità universitaria con il tessuto economico produttivo provinciale.

Per  le forze economico sociali della nostra provincia sono questi gli ambiti fondamentali per una rinascita che, però, dovrà avvenire necessariamente in unottica verde, ecosostenibile, basata su uneconomia circolare: aspetto che non potrà più essere demandato alle generazioni future ma deve essere affrontato nellimmediato.”

“E’ ovvio che attuare un piano di sviluppo così importante richiede ingenti risorse di derivazione pubblica e di partnership pubblico-privato, fondi di garanzia regionali e nazionali, svincolo temporaneo dal patto di stabilità, politiche europee dal forte spirito finalmente solidale.

Appare opportuno, infine, sviluppare un piano straordinario regionale che possa basarsi su risorse da destinare alle Piccole e Medie Imprese, ai loro indotti, e su una possibile rimodulazione delle imposte locali.”

La concretezza alle cose da fare presto e bene per creare nuove opportunità di lavoro e unattenzione particolare verso i giovani sono gli strumenti irrinunciabili che i rappresentanti dei lavoratori hanno messo al centro delle future strategie.

Alla politica regionale e comunale  spetta  ora il compito di  concretizzare e e coordinare risorse e decisioni per attuare le priorità  più volte ribadite da imprenditori e lavoratori della Tuscia.

Come suggerito da Donato Speroni su www.asvis.it, possiamo  applicare le  categorie di vulnerabilità e resilienza all’analisi di questa infezione da coronavirus in Italia.

Le vulnerabilità. Quali sono i punti di debolezza rivelati in Italia da questa crisi?

  • I tagli alla spesa sanitaria applicati in questi anni, in particolare nel Lazio. Anche in presenza degli stringenti vincoli di bilancio che vigevano fino a ieri, la spesa sanitaria è crollata al 6,5% del Pil, tre punti sotto Germania e Francia, come confermato giovedì da Carlo Cottarelli sulla Stampa. Insufficienti anche i fondi per la ricerca scientifica e per la scuola. Anche senza entrare nel merito di scelte specifiche, è evidente che queste voci dovevano essere collocate più in alto nella scala delle priorità di finanza pubblica.
  • La farraginosità del nostro sistema di decisione, la delega ai territori, Regioni ed enti locali, in situazioni di emergenza deve cedere il passo a decisioni centralizzate ottenute per quanto possibile con il consenso di tutti i soggetti, ma comunque rapide e vincolanti. È opinione diffusa che ci siano stati troppi ritardi, anche se gli altri Paesi europei stanno facendo molto peggio, per non parlare degli Stati Uniti.
  • L’approccio della politica, pieno di incertezze, di decisioni di facciata, di voglia di protagonismo e di falle comunicative. Su questo non insisto, ma chi ha seguito le cronache di questi giorni capisce bene che c’è qualcosa che non funziona, senza per questo buttare la croce addosso soltanto al Governo, ai leader della maggioranza e a quelli dell’ La riflessione su scelte collettive basate su sondaggi, interazioni social e quant’altro, come accade in questa fase storica, deve essere ben più profonda.
  • La difficoltà di essere credibili di fronte all’opinione pubblica. Nonostante il profluvio di comunicazioni è apparso chiaramente che la popolazione, tranne quella più direttamente toccata nelle “zone rosse” finché queste esistevano, ha faticato a capire la gravità della situazione e quando finalmente l’ha percepita, ha reagito inizialmente in modo confuso e spesso totalmente sbagliato. Inoltre c’è un diffuso scetticismo nei confronti del sistema politico.
Immagine  dell’Italia  illuminata per il flash mob “Uniti nella speranza”.

Immagine  dell’Italia  illuminata per il flash mob “Uniti nella speranza”.

La resilienza, Su che cosa invece possiamo contare sulla base dell’esperienza di questi strani mesi trascorsi con il virus ?

  • Innanzitutto, dobbiamo riconoscere l’abnegazione dimostrata da alcune categorie professionali, in particolare quelle sanitarie, le forze dell’ordine, la rete logistica che assicura derrate alimentari ed i farmaci;
  • Il nostro ringraziamento va a medici e paramedici, ma anche alle forze dell’ordine, a chi comunque è impegnato a fornire servizi essenziali, al personale che cura a casa i nostri anziani e deve garantire loro i rifornimenti;
  • L’appartenenza all’Unione europea con il Recovery fund. È sembrato che la Commissione guidata da Ursula von der Leyen rispondesse con ritardo, anche perché finora gli Stati nazionali hanno difeso in tutti i modi i loro poteri in materia di politiche sanitarie. Finalmente, di fronte al blocco dell’economia, la reazione di Bruxelles c’è stata, con l’autorizzazione all’Italia ad andare al di là dei limiti di bilancio pattuiti.
  • Il senso di comunità, una volta compreso il problema. Non c’è da stupirsi che ci sia voluto un po’ di tempo, per un popolo così attaccato alle libertà individuali, dedito secondo i sociologi al “familismo amorale”. Tuttavia, le strade vuote delle città ci raccontano di una collettività che (almeno per ora) riesce a raggiungere un punto di coesione. Con qualche denuncia e qualche multa, certo, ma senza bisogno di ricorrere al riconoscimento facciale e al taser contro chi esce di casa come avveniva in Cina nel picco della crisi.
  • La voglia di sperimentare soluzioni nuove. I numerosi casi positivi nel campo dello smart working dimostrano che queste soluzioni, se gestite con intelligenza, possono alleggerire il peso del traffico, dell’inquinamento, aumentare la produttività e, potenzialmente, migliorare la qualità della vita collettiva e individuale. Davvero c’è da sperare che le numerose esperienze di questo periodo consentano di ragionare su un modo nuovo di lavorare e anche di gestire le nostre città.
  • La flessibilità del nostro sistema imprenditoriale. Se si riuscirà a evitare che questa crisi lo ammazzi, il sistema delle imprese è capace di metterci di fronte a un nuovo “miracolo” che segua la Da sottolineare anche l’impegno specifico in questa crisi.
  • La sensibilità della società civile organizzata di fronte alle nuove sfide. Il Paese dispone di importanti strutture di volontariato che hanno già percepito chiaramente i rischi di uno sviluppo non sostenibile e che sono pronte a fare tutto quello che serve per sensibilizzare l’opinione pubblica verso scelte utili per evitare il ripetersi di crisi globali.

Certo, per affrontare le vulnerabilità e costruire sulle resilienze ci vuole un soggetto capace di guardare avanti, dotato del potere per prendere le decisioni necessarie. Nelle conclusioni dell’articolo scritto da Enrico Giovannini sull’Espresso suggerisce una via.

… le “unità di crisi” italiana ed europea (che suggerisco di chiamare “unità di resilienza”) dovrebbero usare un approccio sistemico al problema, mobilitando le tante intelligenze di cui dispone il nostro continente, il nostro Paese e le nostre Regioni, aggiungiamo noi, nei vari campi e decidendo i singoli interventi anche in funzione del futuro che vogliamo costruire, non solo dell’emergenza che dobbiamo affrontare oggi. Sarebbe un segnale forte per una popolazione in cerca di un nuovo sviluppo per gli anni futuri.

Il portavoce dell’ASviS prof. Enrico Giovannini  sull’Espresso ha così riassunto le azioni da intraprendere ora nella fase di Ripresa dello sviluppo:

“Proprio gli scienziati che finalmente l’Italia sembra disponibile ad ascoltare, ci dicono che con il cambiamento climatico la diffusione di nuovi virus sarà più frequente, per cui bisogna investire oggi per essere più capaci di gestire situazioni analoghe in futuro. Inoltre, si dovrebbe usare il tempo del rinvio delle decisioni di consumo e di investimento per preparare strumenti che orientino la futura ripresa nella direzione del green new deal, così da trasformare il nostro sistema economico in senso ecologico e ridurre i rischi sanitari derivanti dalla crisi climatica. Così come dovremmo ripensare alla divisione di compiti tra regioni e Stato e tra Stato e Unione europea in tema di politiche sanitarie, come da molti già segnalato.”