Il pozzo di Santa Lucia in Castro, gemello del pozzo di San Patrizio ad Orvieto

Antonio De Grandis

NewTuscia Umbria – ORVIETO – Circa dieci anni fa, per lavoro, mi sono imbattuto nei resti dell’antica città di Castro. Dovendo documentarmi sulla sua storia, della quale pochi sono a conoscenza, causa la sua breve esistenza, vengo a scoprire che al suo interno era stato realizzato un pozzo simile a quello di San Patrizio, detto pozzo di Santa Lucia. Potete immaginare la mia meraviglia come architetto e come mezzo orvietano e l’importanza, soprattutto dal punto di vista turistico ed economico,  che può avere la presenza di un’opera del genere, sia per la zona archeologica di Castro, sia per tutta la parte settentrionale della provincia di Viterbo che confina con il territorio di Orvieto, dove si trova il più ben noto pozzo di San Patrizio.

E’ per questo motivo e per il fascino che la sua breve storia ha suscitato nel sottoscritto che mi sono affezionato a Castro ed all’idea di ritrovare il pozzo di Santa Lucia. L’importanza di quest’opera sta anche nel fatto che, molto probabilmente, essa è l’unica struttura che, per una serie di motivi che vedremo più avanti, dovrebbe essere rimasta praticamente intatta e quindi, una volta restaurata, visitabile, diventando motivo di attrazione e di promozione di tutta l’area archeologica costituita, principalmente, da cumuli di rovine.

Prima di addentrarci nella ricerca che ci porterà ad individuare la più probabile posizione del pozzo all’interno della città di Castro, facciamo un piccolo riassunto della storia della capitale farnesiana a beneficio di coloro che non la conoscono.

 

Sunto storico cronologico dell’antica città di Castro:

  • città di origini etrusche, forse l’antica Statonia;
  • nel medioevo sino al 1154 fu occupata da un castello denominato castrum felicitatis e diventò sede vescovile dopo la distruzione di Vulci;
  • nel 1154 fu acquisita da Papa Adriano IV;
  • nel 1527, con un colpo di mano, una fazione guidata da Antonio Scaramuccia e Jacopo Caronio prese il potere della città invocando la protezione di Pier Luigi Farnese all’epoca signore di Valentano che giunse in loro aiuto. Papa Clemente VII, fuggito ad Orvieto dopo il sacco di Roma, ordinò al Farnese di restituire Castro. Pier Luigi abbandonò la città che, per punizione, su ordine del Papa, fu saccheggiata dal duca di Latera Gian Galeazzo Farnese, cugino di Pier Luigi, il dicembre dello stesso anno. Dai racconti del notaio castrense Domenico Angeli, Gian Galeazzo era riuscito ad entrare a Castro, grazie al tradimento di alcune guardie mercenarie, tramite la porta di Santa Maria che gli abitanti usavano per raggiungere una vicina sorgente , unica fonte d’acqua della città. Castro, sempre secondo l’ Angeli, prima del saccheggio era una città ricca e la più forte tra le città del patrimonio di San Pietro.
  • nel 1534 il Cardinale Alessandro Farnese diventa Papa con il nome di Papa Paolo III.
  • nel 1537, il 31-10-1537, Paolo III riuniti una trentina di feudi di proprietà della sua famiglia costituisce il Ducato di Castro in favore del figlio Pier Luigi. L’anno successivo Castro fu scambiata con la città di Frascati ed entrata nelle proprietà dei Farnese fu eletta a capitale del Ducato. Iniziò così un grandioso progetto di ricostruzione urbanistica sul modello di Pienza. L’operazione fu affidata all’architetto toscano Antonio da Sangallo il Giovane architetto di fiducia dei Farnese.

In pochissimo tempo tutta la città di Castro diventò un grande cantiere, molti nobili vi si trasferirono e vi fecero costruire, anche da architetti come il Vignola, le loro sfarzose residenze per entrare nelle grazie del Papa Paolo III. Chi ebbe modo di vedere Castro prima della sua distruzione, tra questi lo storico e letterato Annibal Caro, rimase colpito dalla sua bellezza che potremmo definire un trionfo di arte rinascimentale.

  • nel 1545 Papa Paolo III riesce a far assegnare ai Farnese il Ducato di Parma e Piacenza. La dimensione, ben più grande del Ducato di Castro, spostò gli interessi della famiglia in Emilia Romagna. Ciò determinò l’interruzione dei lavori a Castro.
  • nel 1623 divenuto Papa Urbano VIII questi iniziò un duro scontro con i Farnese per il mancato pagamento di numerosi debiti da parte di questi e che portò allo scoppio della prima guerra di Castro (1641) ed alla sua occupazione da parte delle truppe pontificie . La mediazione della Francia sancì la restituzione di Castro ma lasciò irrisolta la questione dei debiti.
  • nel 1649 scoppia una nuova crisi tra la famiglia Farnese e lo Stato Pontificio. Il duca Ranuccio II, oppostosi alla nomina di Cristoforo Giarda a nuovo vescovo di Castro, fu accusato da Papa Innocenzo X di essere il mandante dell’omicidio di questi  mentre da Roma si recava a Castro per prendere possesso della nuova sede. Il 19 luglio le truppe pontificie invasero nuovamente il territorio del Ducato. Castro, assediata, capitolò il 2 settembre. In base al trattato di resa, avrebbero dovuto essere distrutte soltanto le fortificazioni, ma Papa Innocenzo X, istigato dalla cognata, Donna Olimpia Maidalchini Panphili Principessa di San Martino al Cimino, ordinò la deportazione degli abitanti nei comuni limitrofi e la distruzione totale di Castro, che fu rasa al suolo  sotto i colpi di piccone di ottocento demolitori aquilani appositamente assoldati.
  • Il 3 dicembre del 1649 Castro fu dichiarata distrutta, sui resti fu posta una lapide con la scritta :     “Qui fu Castro”.

Motivi a favore dell’esistenza del pozzo:

  1. Opera Necessaria:       i Farnese erano sicuramente al corrente dell’ingresso proditorio di Giangaleazzo attraverso la “Porta di Santa Maria”, della conseguente chiusura di questa e quindi della necessità di trovare un’alternativa, individuata nella costruzione del pozzo, per poter procurare acqua alla popolazione.
  2. Opera Strategica:  il pozzo non soltanto era necessario per procurare , in sicurezza, acqua alla popolazione, evitando il ripetersi di quanto accaduto nel 1527, ma anche per avere a disposizione una riserva d’acqua che consentisse alla popolazione ed alla guarnigione di resistere agli assedi, proprio come il pozzo di San Patrizio ad Orvieto. Il pozzo era inoltre, come vedremo, una possibile via di fuga.

    In altre parole, per quanto detto sopra, se i Farnese volevano fare di Castro la capitale del ducato, e come tale soggetta ad attacchi, erano costretti, volenti o nolenti, a risolvere, prima di tutto, il problema dell’approvvigionamento idrico. Il pozzo di San Patrizio, ideato proprio dal loro architetto di fiducia, e le similitudini tra Castro ed Orvieto ( entrambi arroccati su una rupe, entrambi  con problemi di risorse idriche ), fornivano la soluzione. Non dobbiamo infatti dimenticare che Paolo III era molto legato ad Orvieto e non è improbabile che il pozzo di San Patrizio e le similitudini di Orvieto con Castro abbiano incoraggiato i Farnese ad istituire l’omonimo ducato.

  3. Il Nome : anche il fatto che la popolazione avesse dato un soprannome al pozzo chiamandolo “pozzo di Santa Lucia”, per la sua vicinanza all’omonima chiesa, sta a testimoniare che la popolazione lo utilizzava e quindi che il pozzo è stato realizzato.
  4. Progetto già pronto:  non era necessario redigere un nuovo progetto perché era sufficiente riutilizzare quello di San Patrizio ad Orvieto e quindi immediatamente cantierabile. Ciò contribuirebbe anche a spiegare perché, tra i disegni del Sangallo, non si trovano disegni del pozzo per Castro.

 Motivi contrari all’esistenza del pozzo:

L’unico motivo che depone a sfavore della realizzazione del pozzo, sta nel fatto che, nel 1545, la creazione del Ducato di Parma e Piacenza determina il disinteresse dei Farnese nei confronti di Castro.

Per costruire il pozzo di San Patrizio, opera innovativa, furono necessari 10 anni. Dal 1538, anno dell’acquisizione di Castro da parte dei Farnese, al 1545, sono trascorsi 7 anni, perciò i lavori del pozzo erano già in avanzato stato di realizzazione, anche in considerazione del fatto che si poteva contare sull’esperienza maturata con il pozzo di San patrizio. Perciò che senso avrebbe avuto non terminarli?.

Infatti come abbiamo già detto, il pozzo di Santa Lucia non era soltanto un’opera necessaria dal punto di vista strategico per la difesa di Castro, ma era anche necessaria per la popolazione dopo la chiusura di porta Santa Maria e quindi, sicuramente, è stata anche una delle prime opere ad essere iniziata.

Il Funzionamento di un pozzo a due rampe elicoidali:

Prima di passare alla fase d’individuazione del pozzo, è bene sapere come funziona un pozzo a due rampe elicoidali come il pozzo di San Patrizio. Si tratta di due rampe, due spirali concentriche,  che si avvolgono  l’una sull’altra senza mai incontrarsi. Esse sono a senso unico, completamente autonome e servite da due diverse porte in superficie. Ciò permette di trasportare con i muli l’acqua estratta senza ostacolarsi. Perché il pozzo possa funzionare come descritto, è necessario però che in fondo ad esso sia posta una passerella che, posta poco sopra il pelo dell’acqua, colleghi le due scale. Affinché la passerella non sia però invasa dall’acqua è necessario un “ troppo pieno “, un tunnel scavato nella roccia, che consenta all’acqua in eccesso di fuoriuscire dal pozzo senza allagare la passerella. E’ chiaro che la lunghezza di questo tunnel, tutto scavato a mano con il piccone e di larghezza sufficiente a far passare un uomo, dipende dall’ubicazione del pozzo nell’ambito dell’abitato. La caratteristica di essere percorribile da una persona in piedi, fa di questo tunnel,  e di conseguenza del pozzo, anche una possibile via di fuga, sottolineando, ancora una volta, il carattere strategico di quest’opera.

IL CISTERNONE DI TORINO:

 Esiste o meglio è esistito anche un terzo pozzo simile a quello di San Patrizio ed era Il “pozzo grande della cittadella di Torino”, soprannominato Il “Cisternone”, costruito tra il 1565 ed il 1567 su progetto di Francesco Paciotto da Urbino , anch’esso dotato di due rampe elicoidali, molto probabilmente ispirato da quello di San Patrizio, meno profondo di questi, 16 metri, ma più grande, il suo diametro era di venti metri ed all’esterno era alto due piani fuori terra. Esso faceva parte della cittadella fortificata della città. Come quello di San Patrizio era stato costruito per rendere autonoma idricamente la città in caso di assedio.

INDIVIDUAZIONE DEL POZZO:

Per l’individuazione del pozzo, l’unico riferimento è la vicinanza alla chiesa di Santa Lucia che, dalle notizie da me raccolte a suo tempo era, a sua volta, non molto distante dalla chiesa di San Savino. Altro riferimento, potrebbe venire dal confronto con Orvieto, dove il pozzo di San Patrizio è stato realizzato nelle vicinanze della “Rocca Albornoz “, tanto da chiamarlo, inizialmente, “ pozzo della rocca”, o dal confronto con il “Cisternone” di Torino realizzato all’interno della cittadella fortificata della città. Ciò è coerente con il fatto che, all’epoca, la resistenza armata al nemico avveniva in corrispondenza delle fortificazioni ed era quindi lì, soprattutto, che serviva l’acqua.  Se ora prendiamo la planimetria della città di Castro, possiamo notare che la chiesa di San Savino, nostro primo riferimento, è nelle vicinanze del castello, quindi, anche il pozzo di Santa Lucia sarebbe vicino al castello, ipotesi questa che verrebbe confermata da quanto detto, poc’anzi, circa il pozzo di San Patrizio con la rocca Albornoz ed il Cisternone di Torino all’interno della cittadella fortificata. Ora, sempre dalla planimetria di Castro, l’unico edificio più prossimo all’area fortificata in grado di contenere un pozzo di 13 metri di diametro, sia per forma che per dimensioni,  è quello che, nella planimetria allegata, ho contraddistinto con la lettera “P”. La posizione da me individuata, sarebbe coerente con la necessità di una galleria per il troppopieno. Infatti, come si può notare, l’edificio si trova nella parte più stretta della rupe, quella, per intenderci, che consentirebbe di realizzare la galleria più corta, in particolare in direzione Sud-Est( vedi tratteggio in rosso).

Le possibili condizioni del pozzo:

La domanda che sorge spontanea a questo punto riguarda le condizioni attuali del pozzo. Come sappiamo, dopo la resa del 2 settembre del 1649, Innocenzo X diede ordine di deportare gli abitanti e di distruggere la città. Dopo alcuni tentativi deludenti con le mine, si decide di reclutare 800 demolitori aquilani che saranno pagati a cottimo per demolire, a colpi di piccone, la città di Castro.  Come scrisse lo Stendardi, “…… Tutto era stato raso al suolo, le opere pregevoli del Sangallo, quelle del Vignola, le chiese e i conventi, la zecca e il castello, palazzi ed umili abitazioni, tutto era stato abbattuto e distrutto”. Perciò anche il pozzo di Santa Lucia, dovrebbe, uso il condizionale, aver subito la stessa sorte. Se è stato distrutto, però, molto probabilmente lo è stato per ultimo. Infatti sarebbe stato da sciocchi ordinare per prima la distruzione dell’unica risorsa d’acqua presente a Castro. Certo c’era la sorgente vicino a porta Santa Maria, ma questa era fuori le mura della città e, molto probabilmente, alla base della rupe perciò non facilmente fruibile come, invece, il pozzo di Santa Lucia il quale, aveva il pregio, grazie alla doppia scala elicoidale, una per la discesa ed una per la risalita, di consentire un “rifornimento a catena” tramite squadre di muli che avrebbero, poi, distribuito l’acqua tra gli ottocento demolitori all’opera nelle strade di Castro, i quali, lavorando di piccone dalla mattina alla sera, dovevano avere sicuramente una gran sete e pochissimo tempo per procurarsi da bere.

Il pozzo di S. Lucia era perciò troppo prezioso e troppo utile per essere distrutto per primo. Ma, una volta distrutto tutto l’abitato, cioè ciò che era visibile, che necessità c’era di distruggere ciò che visibile non era perché in gran parte sottoterra  e che , ormai, non serviva più a niente e a nessuno?

Infatti, del pozzo di Santa Lucia, essendo il gemello di quello di SanPatrizio, l’unica cosa visibile all’esterno doveva essere l’ingresso.

L’ipotesi che sia stato distrutto non soltanto contrasta con la considerazione fatta sopra, ma anche con considerazioni pratiche ed economiche:
1) La prima, che gli ottocento demolitori aquilani erano pagati si a cottimo, ma, in pratica, per una quantità di lavoro definito in partenza, cioè, la città di Castro. Perciò avrebbero ricevuto un massimo e non più. Quindi che motivo c’era di rompersi la schiena rischiando anche la vita?. Infatti, demolire una struttura interrata è sicuramente più complesso di una emersa, perciò  anche più pericoloso oltre che richiedere più tempo. Ed il tempo era una componete importante perché la demolizione di Castro doveva essere ultimata prima che iniziasse l’inverno, fatto che avrebbe costretto a sospendere i lavori.
2) La seconda, che si sarebbe potuto fare ricorso alle mine, all’epoca fatte con la polvere da sparo che però non ha l’effetto dirompente degli esplosivi moderni, come il tritolo o il plastico.
Tenuto conto di questo e del fatto che parliamo di un’opera profonda circa 40 metri (in pratica un edificio di 13 piani), sarebbe stata necessaria una grande quantità di esplosivo e quindi una grande spesa per distruggerla, infatti, all’epoca, la polvere da sparo non era prodotta  industrialmente e quindi disponibile in quantità ed a poco prezzo. Sicuramente in un periodo dove si faceva spesso la guerra si sarebbe preferito destinare la polvere da sparo al cannone piuttosto che al pozzo.

L’ipotesi più probabile:   
La cosa più semplice e più economica da fare era perciò demolire il volume dell’ingresso e farlo rovinare verso l’interno del pozzo, in tal modo le due scale sarebbero rimaste ostruite impedendone l’accesso, mentre il cilindro centrale del pozzo sarebbe stato interrato riempiendolo di macerie, reperibili in abbondanza in loco.
In queste condizioni il pozzo potrebbe essere considerato praticamente integro e quindi recuperabile e restaurabile.

Come trovare il pozzo sul posto:

Una volta individuata in mappa la più probabile posizione del pozzo, come fare per trovarlo sul posto?. Bisogna considerare innanzitutto che, essendo stato tutto distrutto e ricoperto, ormai da secoli, di vegetazione, l’individuazione in loco non sarebbe certo facile. Potrebbero esserci, però, in relazione a quanto detto sopra, due soluzioni:


la prima
, in superficie, facendo ricorso alla topografia con GPS, la cui precisione verrebbe però messa a dura prova dal dettaglio della cartografia e dalla mancanza di punti di riferimento, i così detti “ punti fiduciali ” ai quali appoggiarsi.
La seconda, se vogliamo meno tecnologica, ma più avventurosa, sarebbe quella di trovare sulla rupe l’uscita del troppopieno. Sempreché, i demolitori non ne abbiano fatto crollare, con le mine o con i picconi, l’ingresso esterno. In questa seconda ipotesi, trovato l’ingresso, si tratterebbe di percorrere la galleria sino al pozzo.

Conclusioni:

Sulla base delle ipotesi di cui sopra, ritrovare il pozzo non è impossibile come non sarebbe difficile restaurarlo. L’importanza del suo ritrovamento è facilmente intuibile soprattutto per le sorti di Castro che non verrebbe più visto come un semplice cumulo di rovine, fatto questo che renderebbe più facile il reperimento di finanziamenti per il suo recupero. Anche il flusso turistico sull’Alto Lazio ne risentirebbe positivamente portando benefici economici a tutta l’area.   Spero che queste mie considerazioni possano essere utili a chi ha a cuore Castro che rappresenta una parte importante della storia del nostro territorio.

Concludo questo mio scritto con una riflessione: l’uomo è l’unico essere di questa terra che non soltanto fa la storia, ma ha il concetto di storia. Noi sappiamo di avere un presente, un passato ed un futuro. Quest’ultimo dipende, in gran parte, dal rispetto che, nel presente, avremo avuto per il passato.