Panunzi conferma l’Intervento di Franceschini per la tutela e la valorizzazione della Torre di Chia

di Stefano Stefanini

Nella recente intervista concessaci e visibile su NEWTUSCIA TV, il   vice presidente della commissione regionale Urbanistica, Enrico Panunzi ci ha confermato  che, su sollecitazione della regione Lazio, il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, e’ intervenuto  nella procedura  della vendita per 800 mila euro del complesso della Torre Chia, appartenuta a Pier Paolo Pasolini, decisa dagli eredi.

Secondo quanto riportato da  RadiocorIl Sole 24 Ore nei giorni scorsi,  il ministro ha affidato ai suoi tecnici una ricognizione di tutti gli elementi relativi allo stato conservativo, al valore economico e culturale, utili per potere assumere un eventuale decisione di acquisto per conto dello Stato.

Dopo gli appelli da parte di molti esponenti del mondo della politica, della cultura e degli organi di stampa, nei giorni scorsi era stata avviata un’azione concreta da parte del  presidente della regione Lazio  Nicola Zingaretti e del consigliere Enrico Panunzi per la valorizzazione del sito da parte del Ministero di Beni Culturali, al   fine di   scongiurare la vendita della Torre di CHIA, attraverso un progetto per la fruizione pubblica dei luoghi che ispirarono le opere di  Pier Paolo Pasolini.

Questa la dichiarazione del vice presidente della Commissione Urbanistica del Consiglio regionale del Lazio, Enrico Panunzi : “E’ stato avviato un percorso dinterlocuzione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, per un iter condiviso di tutela e valorizzazione della torre di Chia”.

Il ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Dario Franceschini

Il castello di Colle Casale, appartenuto a Pier Paolo Pasolini, a Vitorchiano ha uno straordinario valore storico e culturale. L’azione da parte della regione Lazio ha preso il via a seguito della messa in vendita del complesso monumentale da parte degli eredi di Pasolini, che hanno manifestato l’impossibilità di sostenerne i costi di gestione.

“Già parte della Rete delle Dimore storiche del Lazio dal 2017 per il suo indiscutibile valore culturale e di memoria storica, la Torre di Chia è di proprietà della famiglia di Pasolini che, intorno al 1960, durante le riprese del suo film Il Vangelo secondo Matteo, visitò la torre medievale in stato di abbandono e ne rimase affascinato.

Nel 1970, Pasolini riuscì ad acquistare Colle Casale con la sua torre e, con Dante Ferretti, progettò una residenza a ridosso dei ruderi dell’antico castello, iniziando il lavoro di recupero dell’intero complesso, il cui valore storico abbraccia un arco temporale che va dal medioevo e arriva fino al XX secolo”.

Abbiamo accolto con soddisfazione questo opportuno intervento del ministro Franceschini, sollecitato  dalla  regione Lazio per  scongiurare che la ”Torre di Chia” – in cui Pier Paolo Pasolini ha trascorso gli ultimi anni della sua vita, eleggendola a luogo di arte e cultura in cui raccogliersi per trovare lispirazione – possa essere venduta  come un qualsiasi immobile su un sito di vendite immobiliari.

Riassumiamo  la cronistoria  della vicenda.

Definito tecnicamente ( e per questo  degradato a) “Casale, in  ottimo stato, 185 mq, in Soriano nel Cimino”. Il prezzo: 800.000 euro, dotato di 5 locali e 185 metri quadrati di superficie”.

Lannuncio della vendita descrive :

Il breve sentiero circondato da una vigorosa vegetazione, arriva al grande piazzale di terreno erboso di circa 12.000 mq sul quale insistono le mura di cinta dellantico Castello con lalta Torre di Chia delimitanti l’intera proprietà.

Dalla parte opposta, l’altra piccola Torre e la dimora pasoliniana che si compone di un blocco centrale – l’abitazione – e di una dependance (di circa 55 mq, dotata di servizi) con una superficie totale coperta di circa 185 mq.

Un piccolo ponte in legno porta all’ingresso dell’abitazione che si sviluppa nell’ala destra e di sinistra.

L’ala sinistra si compone di un grande salone con camino e finestre vetrate, la cucina a vista, la camera da letto e il servizio.

L’ala destra comprende l’anticamera, il servizio e il disimpegno fa da ingresso all’ampio studio anch’esso fornito di vetrate che rendono gli ambienti molto luminosi.

Dall’atrio della dimora, le scale a chiocciola portano al primo e secondo piano della Torretta con due piccole camere e finestre panoramiche verso le colline.

Tutt’intorno alla casa, c’è uno spazio di terreno utilizzato come giardino da poter perciò attrezzare secondo le proprie necessità e gusti.”

Nella Torre, il maestro riceveva persone da tutto il mondo, era il suo rifugio nella bellezza, tra i paesaggi che amava della Tuscia. Vi sono state girate scene del Vangelo secondo Matteo, Uccellacci e Uccellini, il Decameron e lo stesso Pasolini vi stava scrivendo “Petrolio”, rimasto incompiuto per la prematura scomparsa, forse legata proprio ai contenuti di quel testo…

L’ultima dimora artistica di Pier Paolo Pasolini dovrebbe essere acquistata dallo Stato o da un Ente di Cultura per trasforma in un Museo e un Centro di promozione culturale e artistico

Tempestivamente l’on. Panunzi ha sollecitato il presidente Zingaretti per la tutela di Bene Culturale dello Stato di questo sito della Memoria, fondamentale anche per la promozione culturale ed artistica della Tuscia.

Va ricordato che un recente passato si era avviato il progetto della  creazione di  un Parco Letterario, dedicato  allo scrittore e regista, che comprendesse i comuni della Tuscia in cui Pasolini opero’ in vita, per cui occorrerebbe riprendere in mano il progetto, sensibilizzando la regione Lazio.

Ripercorriamo insieme uno degli itinerari artistici  più significativi di Pier Paolo Pasolini nella Tuscia: a quarantacinque anni dalla morte, e’ sempre attuale il messaggio di denuncia  contenuto nel suo cortometraggio  “La  forma della Città “dedicato dall’intellettuale ad Orte nel 1974, che ci porta a rileggere la straordinaria attualità del  messaggio di  tutela del Paesaggio, dell’Ambiente e del Territorio nella sua integrità contro la speculazione edilizia e le brutture urbanistiche ed estetiche poste in essere negli anni al patrimonio culturale ed estetico di molte città .

Consultando le “Teche” sul sito internet della RAI possiamo facilmente rivedere il cortometraggio “Io e: La forma della Città”.

Nell’autunno del 1973 Pier Paolo Pasolini setaccia con la macchina da presa il paesaggio di Orte, uno dei primi documenti filmati d’autore sulla tutela del paesaggio in Italia.

Trasmessa per la prima volta il 7 febbraio 1974 dalla RAI, La forma della città, filmata nell’autunno del 1973 è firmata da Paolo Brunatto, ma costituisce uno di quei casi “impuri”, tutt’altro che rari nel cinema, in cui l’apporto di chi è filmato assume un rilievo così forte da assorbire, in un certo senso, la paternità del film: infatti, in questo cortometraggio, Pasolini, oltre ad assegnare al film il respiro della propria dialettica, scelse e decise numerose inquadrature. Non a caso, inserì nella versione definitiva di Le mura di Sana’a alcune sequenze girate a Orte in quell’occasione e, in un’intervista a Gideon Bachmann (La perdita della realtà e il cinema inintegrabile, 13 settembre 1974), si attribuì la paternità del cortometraggio.

Nel cortometraggio La forma della Città” il regista e poeta decise di parlare di Orte e Sabaudia, due città che amava molto e che appartenevano alla sua vita, perché da qualche anno possedeva unantica torre e unabitazione nel bosco del fiume Chia, vicino a Orte, e la sua casa al mare si trovava proprio a Sabaudia.

In realtà, la scelta di quei due luoghi, così legati all’esistenza di Pasolini, divennero il pretesto per denunciare la speculazione edilizia, che stava devastando il paesaggio di Orte, ossia l’armonia fra le colline e la natura circostante e l’antica cittadina medievale.

Un’armonia che aveva resistito per secoli, ma che venne deturpata nell’arco di pochi anni da alcune recenti abitazioni, costruite nel modo più arbitrario e senza rispettare il disegno del paesaggio. Fu lo stesso Pasolini a dirigere la mdp per mostrare lo scempio mentre la sua voce dolorosa e assorta esprimeva un’indignazione profonda.

In particolare commentando le immagini di Orte, Pasolini precisò che “mentre per Orte si può parlare soltanto di un lieve danneggiamento – badate bene nel 1974 –  di un difetto, per quello che riguarda, invece, la situazione dell’Italia, delle forme delle città nella nazione italiana, la situazione è decisamente irrimediabile e catastrofica”.

Il poeta e regista esaltò, poi, la bellezza umile di un’antica stradina di Orte – presso Porta S. Cesareo – e insistette sull’importanza di difendere e preservare un patrimonio artistico di urbanistica e edilizia popolare che aveva una grazia estetica mai più ripetuta.

Percorrendo un selciato sconnesso e antico” presso Porta San Cesareo, Pasolini lo definisce come unumile cosa, non si può nemmeno confrontare con certe opere darte, dautore, stupende, della tradizione italiana. Eppure io penso che questa stradina da niente, così umile, sia da difendere con lo stesso accanimento, con la stessa buona volontà, con lo stesso rigore, con cui si difende lopera darte di un grande autore. […]

Nessuno si batterebbe con rigore, con rabbia, per difendere questa cosa e io ho scelto invece proprio di difendere questo. […] Voglio difendere qualcosa che non è sanzionato, che non è codificato, che nessuno difende, che è opera, diciamo così, del popolo, di un’intera storia, dell’intera storia del popolo di una città, di un’infinità di uomini senza nome che però hanno lavorato all’interno di un’epoca che poi ha prodotto i frutti più estremi e più assoluti nelle opere d’arte e d’autore. […]

Con chiunque tu parli, è immediatamente d’accordo con te nel dover difendere […] un monumento, una chiesa, la facciata della chiesa, un campanile, un ponte, un rudere il cui valore storico è ormai assodato ma nessuno si rende conto che quello che va difeso è proprio […] questo passato anonimo, questo passato senza nome, questo passato popolare”.

Insomma, è la continuità fra le andature, la cadenza, il ritmo del discorso e dei gesti di Pasolini, e il suo sguardo, ovvero le sue inquadrature sulla deturpazione inflitta a Orte, al “profilo della città”, alla sua “massa architettonica”, al paesaggio circostante avvolto dalla “bruma azzurro-bruna della grande pittura nordica rinascimentale”, le sue inquadrature sul guasto causato da alcune costruzioni che hanno compromesso “il rapporto fra la forma della città e la natura”.

Ora il problema della forma della città e il problema della salvezza della natura che circonda la città, sono un problema unico”. E, appunto, Orte “appare in quanto tale perché è sulla cima di questo colle bruno, divorato dall’autunno […] contro il cielo grigio”.