La messa in vendita della Torre di CHIA. Il rischio di perdere alla fruizione pubblica dei luoghi che ispirarono le opere di Pasolini

Un appello per un intervento di Vittorio Sgarbi

di Stefano Stefanini

NewTuscia – SORIANO NEL CIMINO – Abbiamo letto con sorpresa e rammarico la notizia che la ”Torre di Chia, in cui Pier Paolo Pasolini ha trascorso gli ultimi anni della sua vita, eleggendola a luogo di arte e cultura in cui raccogliersi per trovare lispirazione, e’ stata posta  vendita come un qualsiasi immobile su un sito di vendite immobiliari.

Definito tecnicamente ( e per questo  degradato a) “Casale, in  ottimo stato, 185 mq, in Soriano nel Cimino”. Il prezzo: 800.000 euro, dotato di 5 locali e 185 metri quadrati di superficie”.

L’annuncio della vendita descrive :

“Il breve sentiero circondato da una vigorosa vegetazione, arriva al grande piazzale di terreno erboso di circa 12.000 mq sul quale insistono le mura di cinta dell’antico Castello con l’alta Torre di Chia delimitanti l’intera proprietà.

Dalla parte opposta, l’altra piccola Torre e la dimora pasoliniana che si compone di un blocco centrale – l’abitazione – e di una dependance (di circa 55 mq, dotata di servizi) con una superficie totale coperta di circa 185 mq.

Un piccolo ponte in legno porta all’ingresso dell’abitazione che si sviluppa nell’ala destra e di sinistra.

L’ala sinistra si compone di un grande salone con camino e finestre vetrate, la cucina a vista, la camera da letto e il servizio.

L’ala destra comprende l’anticamera, il servizio e il disimpegno fa da ingresso all’ampio studio anch’esso fornito di vetrate che rendono gli ambienti molto luminosi.

Dall’atrio della dimora, le scale a chiocciola portano al primo e secondo piano della Torretta con due piccole camere e finestre panoramiche verso le colline.

Tutt’intorno alla casa, c’è uno spazio di terreno utilizzato come giardino da poter perciò attrezzare secondo le proprie necessità e gusti.”

Nella Torre, il maestro riceveva persone da tutto il mondo, era il suo rifugio nella bellezza, tra i paesaggi che amava della Tuscia. Vi sono state girate scene del Vangelo secondo Matteo, Uccellacci e Uccellini, il Decameron, a due passi; lo stesso Pasolini vi stava scrivendo “Petrolio”, rimasto incompiuto per la prematura scomparsa, forse legata proprio ai contenuti di quel testo…

Credo che il mondo della cultura e della politica della Tuscia debba reagire a questa operazione. L’ultima dimora artistica di Pier Paolo Pasolini dovrebbe essere acquistata dallo Stato o da un Ente di Cultura per trasforma in un Museo e un Centro di promozione culturale e artistico.

Mi appello all’on. Vittorio Sgarbi, anche in qualità di Responsabile dei Beni Culturali dell’Associazione dei Comuni Italiani Anci, affinché lanci un appello per un’acquisizione al patrimonio dello Stato di questo sito della Memoria, fondamentale per la promozione culturale ed artistica della Tuscia. 

Lancerei una campagna di sensibilizzazione anche verso il mondo accademico e degli Isrituti di Cultura  affinché il Complesso e la Torre di Chia non vengano privatizzati, perdendo in tale modo la caratteristica originaria del genius loci, di luogo fonte di ispirazione artistica di molte opere di Pier Paolo Pasolini.

Ricordo che un recente passato si era avviato il progetto della  creazione di  un Parco Letterario, dedicato  allo scrittore e regista, che comprendesse i comuni della Tuscia in cui Pasolini opero’ in vita, occorrerebbe riprendere in mano il progetto, sensibilizzando la regione Lazio.

Mi rivolgo anche ai colleghi giornalisti delle altre testate di Viterbo e del Lazio, affinché avviino una campagna di stampa sull’importanza del carattere pubblico del sito di CHIA.

Muoviamoci, prima che sia troppo tardi e si perda anche questa occasione per promuovere luoghi e storia della nostra Terra.

Ripercorriamo insieme uno degli itinerari artistici  più significativi di Pier Paolo Pasolini: a quarantacinque anni dalla morte, e’ sempre attuale il messaggio di denuncia  contenuto nel suo cortometraggio  “La  forma della Città “dedicato dall’intellettuale ad Orte nel 1974, che ci porta a rileggere la straordinaria attualità del  messaggio di  tutela del Paesaggio, dell’Ambiente e del Territorio nella sua integrità contro la speculazione edilizia e le brutture urbanistiche ed estetiche poste in essere negli anni al patrimonio culturale ed estetico di molte città.

Consultando le “Teche” sul sito internet della RAI possiamo facilmente rivedere il cortometraggio “Io e: La forma della Città”.

Nell’autunno del 1973 Pier Paolo Pasolini setaccia con la macchina da presa il paesaggio di Orte, uno dei primi documenti filmati d’autore sulla tutela del paesaggio in Italia.

Trasmessa per la prima volta il 7 febbraio 1974 dalla RAI, La forma della città, filmata nell’autunno del 1973 è firmata da Paolo Brunatto, ma costituisce uno di quei casi “impuri”, tutt’altro che rari nel cinema, in cui l’apporto di chi è filmato assume un rilievo così forte da assorbire, in un certo senso, la paternità del film: infatti, in questo cortometraggio, Pasolini, oltre ad assegnare al film il respiro della propria dialettica, scelse e decise numerose inquadrature. Non a caso, inserì nella versione definitiva di Le mura di Sana’a alcune sequenze girate a Orte in quell’occasione e, in un’intervista a Gideon Bachmann (La perdita della realtà e il cinema inintegrabile, 13 settembre 1974), si attribuì la paternità del cortometraggio.

Nel cortometraggio La forma della Città” il regista e poeta decise di parlare di Orte e Sabaudia, due città che amava molto e che appartenevano alla sua vita, perché da qualche anno possedeva unantica torre e unabitazione nel bosco del fiume Chia, vicino a Orte, e la sua casa al mare si trovava proprio a Sabaudia.

In realtà, la scelta di quei due luoghi, così legati all’esistenza di Pasolini, divennero il pretesto per denunciare la speculazione edilizia, che stava devastando il paesaggio di Orte, ossia l’armonia fra le colline e la natura circostante e l’antica cittadina medievale.

Un’armonia che aveva resistito per secoli, ma che venne deturpata nell’arco di pochi anni da alcune recenti abitazioni, costruite nel modo più arbitrario e senza rispettare il disegno del paesaggio. Fu lo stesso Pasolini a dirigere la mdp per mostrare lo scempio mentre la sua voce dolorosa e assorta esprimeva un’indignazione profonda.

In particolare commentando le immagini di Orte, Pasolini precisò che “mentre per Orte si può parlare soltanto di un lieve danneggiamento – badate bene nel 1974 –  di un difetto, per quello che riguarda, invece, la situazione dell’Italia, delle forme delle città nella nazione italiana, la situazione è decisamente irrimediabile e catastrofica”.

Il poeta e regista esaltò, poi, la bellezza umile di un’antica stradina di Orte – presso Porta S. Cesareo – e insistette sull’importanza di difendere e preservare un patrimonio artistico di urbanistica e edilizia popolare che aveva una grazia estetica mai più ripetuta.

Percorrendo un selciato sconnesso e anticopresso Porta San Cesareo, Pasolini lo definisce come unumile cosa, non si può nemmeno confrontare con certe opere darte, dautore, stupende, della tradizione italiana. Eppure io penso che questa stradina da niente, così umile, sia da difendere con lo stesso accanimento, con la stessa buona volontà, con lo stesso rigore, con cui si difende lopera darte di un grande autore. []

Nessuno si batterebbe con rigore, con rabbia, per difendere questa cosa e io ho scelto invece proprio di difendere questo. […] Voglio difendere qualcosa che non è sanzionato, che non è codificato, che nessuno difende, che è opera, diciamo così, del popolo, di un’intera storia, dell’intera storia del popolo di una città, di un’infinità di uomini senza nome che però hanno lavorato all’interno di un’epoca che poi ha prodotto i frutti più estremi e più assoluti nelle opere d’arte e d’autore. […]

Con chiunque tu parli, è immediatamente d’accordo con te nel dover difendere […] un monumento, una chiesa, la facciata della chiesa, un campanile, un ponte, un rudere il cui valore storico è ormai assodato ma nessuno si rende conto che quello che va difeso è proprio […] questo passato anonimo, questo passato senza nome, questo passato popolare”.

Insomma, è la continuità fra le andature, la cadenza, il ritmo del discorso e dei gesti di Pasolini, e il suo sguardo, ovvero le sue inquadrature sulla deturpazione inflitta a Orte, al “profilo della città”, alla sua “massa architettonica”, al paesaggio circostante avvolto dalla “bruma azzurro-bruna della grande pittura nordica rinascimentale”, le sue inquadrature sul guasto causato da alcune costruzioni che hanno compromesso “il rapporto fra la forma della città e la natura”.

Ora il problema della forma della città e il problema della salvezza della natura che circonda la città, sono un problema unico”. E, appunto, Orte “appare in quanto tale perché è sulla cima di questo colle bruno, divorato dall’autunno […] contro il cielo grigio”.