Ad Orte pubblicata la raccolta di Vincenzo Cherubini “Io de stornelli ne so na’ brocca”

Stefano Stefanini

“Io de stornelli ne so na’ brocca”, con questo titolo Vincenzo Cherubini riassume piacevolmente i contenuti essenziali del suo nuovo lavoro di ricerca, studio e recupero del linguaggio dialettale con strumenti nuovi e coinvolgenti.

Il testo è stato edito dalla Casa Editrice S.ED. di Viterbo del prof. Luigi Ceppari, che ormai da anni cura la pubblicazione dei testi di Vincenzo Cherubini.

Gli “Stornelli, le canzoncelle, le rimette, gli aneddoti” recuperati dall’Autore  contribuiscono  a delineare brani di storia e di valori comunitari, le radici del presente, conducendoci in un’operazione collettiva di riappropriazione dell’identità culturale, delle tradizioni popolari e delle radici della storia e della tradizione popolare, mettendo in luce personaggi, luoghi, eventi, tradizioni e leggende altrimenti destinati all’oblìo.

Questi elementi sono le nostre radici, un codice genetico che i nostri padri ci hanno tramandato come testimonianza da recuperare nel presente e conservare per le generazioni future.

Personaggi, aneddoti, quotidianità sentimenti, vizi e virtù di generazioni di uomini e donne di personaggi che rivivono negli angoli,  nei palazzi, nelle catapecchie, nelle viuzze e nelle piazzette più caratteristiche della città, come nelle campagne del nostro territorio.

 La peculiarità di questo nuovo lavoro di Vincenzo Cherubini sta nel calare storie ed aneddoti che risuonano nell’itinerario dei luoghi più suggestivi  della città,  in un “racconto poetico dialettale itinerante” con un susseguirsi di immagini, personaggi, racconti spesso irriverenti, percorrendo le stradine, fermandosi nelle incantevoli piazzette, liberate dalle macchine, affacciandosi dai terrazzi naturali sulla Rupe, godendo i dolci panorami della Valle del Tevere.

Le pagine del libro di Vincenzo Cherubini. Il diploma assegnato nel 1911 dal Comitato Organizzatore dell’Esposizione Industriale di Firenze a Leonildo Crocoli per l’invenzione delle macchine irroratrici. Il testo della canzone “A spasso per la Città “ scritta da Giovanni Zuppante.

Seguendo il racconto dinamico a spasso per il Centro Storico prendono vita brani di vita vissuta, l’amore tra giovani, tra madri e figli descritto come “amore di zucchero”, le strofe dedicate ai vizi popolari, all’infedeltà, ai litigi tra comari, a personaggi caratteristici e stravaganti, ai prodotti “tipici” che vengono oggi riscoperti, come la produzione del carciofo, in dialetto “carciòfino”.

 La tradizione popolare che questo lavoro intende preservare  rispecchia i tratti storici, politici, culturali e religiosi della  comunità cittadina.

Sulla scorta delle antiche esperienze si tramanda la forza conservativa e valoriale del folklore popolare, che fortunatamente  la società contemporanea non considera più come volgare espressione  di “letteratura dialettale”, ma come mezzo di promozione per svincolare l’uomo dall’ignoranza e dalla superstizione, recuperando e valorizzando in tal modo l’identità e l’autenticità della “cultura popolare”.

La storia locale e la tradizione popolare riscoperte e tramandate da questo testo di Vincenzo Cherubini  cristallizzano e preservano dall’oblìo del tempo, la cultura secolare di una popolazione, nelle sue  tradizioni e nei suoi brani di vita, tramandati dalle generazioni attraverso la tradizione verbale.

Questo testo si conferma in tal modo un efficace strumento di riscoperta e valorizzazione della “cultura popolare”. E disponibile presso le librerie di Orte, in attesa di essere presentato quando la pandemia lo permetterà in piena sicurezza.

Il testo di Vincenzo Cherubini costituisce dunque un “ciotolo di brani di vita” di quel  “selciato sconnesso e antico” che Pier Paolo Pasolini volle difendere nel 1974 presso Porta San Cesareo, nel documentario “Io e… la Forma della Città”.  La  difesa “di qualcosa che non è sanzionato, che non è codificato, che nessuno difende, che è opera, diciamo così, del popolo, di un’intera storia, dell’intera storia del popolo di una città, di un’infinità di uomini senza nome che però hanno lavorato all’interno di un’epoca che poi ha prodotto i frutti più estremi e più assoluti nelle opere d’arte e d’autore. […]

Con chiunque tu parli, è immediatamente d’accordo con te nel dover difendere […] un monumento, una chiesa, la facciata della chiesa, un campanile, un ponte, un rudere il cui valore storico è ormai assodato ma nessuno si rende conto che quello che va difeso è proprio […] questo passato anonimo, questo passato senza nome, questo passato popolare”.