On. Vittorio Sgarbi, intervento alla Camera dei Deputati

NewTuscia – SUTRI – Riceviamo e pubblichiamo.

“Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, riprendendo l’attività in quest’Aula dopo una sospensione non dovuta alla malattia, ma dovuta alla libertà di pensiero, il cui spazio si restringe, vorrei esortare il Governo e il Parlamento a una posizione diversa da quella che, pur con convincenti argomentazioni relative alla salute individuale, ha indicato la collega che ha appena concluso. Io vorrei chiedere un disimpegno del Governo: mi pare che il Governo si è impegnato molto, con grande convinzione, con grande passione e con modesti risultati. Non lo dico sulla base di un giudizio legato alla mia posizione, naturalmente antagonista, soprattutto in questa materia, a un appello fatto al Presidente della Repubblica per salvaguardare le libertà costituzionali che sono state non solo minacciate, ma interdette in modo perentorio per tre mesi, inutilmente, impedendo ai bambini di stare all’aperto, impedendo alle persone di camminare nei boschi, impedendo alle persone, anche in solitudine, di muoversi nella libertà che dovrebbe essere consentita, al di là degli assembramenti, al di là di quella prudenza che è inevitabile che le persone, così come hanno mostrato nell’avvedutezza dei voti per le regionali, hanno mostrato perché c’è una forma di autoconservazione che guida la nostra vita dalla buona educazione, anche sanitaria, che abbiamo avuto dai nostri genitori e nella formazione nelle scuole, nel corso degli anni, anche le generazioni più vicine.

Io so come tutelare la mia salute e non credo che ci debba essere nessuno che, trattandomi come un bambino, mi impone di fare alcune cose a mio vantaggio, così come una imponente campagna di persuasione alla malattia, alla pandemia è stata, ed è tuttora, messa in atto dalla televisione, dai mezzi di comunicazione e dai giornali. Non c’è giornata che non si parli di epidemia, non c’è aula che si riunisca se non per parlare di epidemia; siamo qui per l’ennesima volta a dirci le stesse cose, con le stesse maschere e con le stesse finzioni. Ogni giorno, per almeno quindici ore, i programmi televisivi e di attualità ci dicono lo stato dei malati, dei convalescenti, dei guariti, dei morti, in numeri sempre più esigui e sempre meno emergenziali, ma noi siamo in un incubo costante di informazione obbligatoria, costante, determinata a convincerci di essere tutti i malati e che quella malattia è come la peste e può riguardare chiunque di noi. E chi più si preoccupa del male, chi più prende misure di sicurezza – abbiamo visto alcune personalità anche importanti del mondo politico -, tanto più, poi, si ammala perché è predisposto a farlo, è proprio quella debolezza psicologica che lo induce a essere più fragile rispetto al rischio.

Io ho partecipato, nel corso di questi mesi, anche quelli di clausura, a infiniti incontri via Skype, collegati a televisioni sedicenti e, poi, anche a quelle nazionali, essendo pure nelle mie competenze specifiche legato ai temi dell’arte, della bellezza, dei monumenti, della civiltà, sempre e solo interrogato sul Coronavirus. Mi pare una forma maniacale, la mia esperienza in questo caso dice di qualcuno che preferirebbe parlare d’altro e che, anche qui, oggi, è chiamato a parlare di questo perché alcune mozioni insistono nell’accrescere la presenza del Governo, la necessità che sempre di più ci accudisca.

Ebbene, non parlerò, dunque, dalla mia posizione di combattente sul fronte avverso in nome della salute e del buonsenso e della capacità di autotutelarci, ma con le parole di uno dei più eminenti sociologi italiani, Luca Ricolfi.

Persona moderata, persona prudente, persona che non dà mai giudizi né affrettati né infondati, che, prima, l’8 agosto e poi l’8 settembre, in interventi su Il Messaggero e su Il Giornale ci dà un’indicazione precisa dei dati dal punto di vista sociologico, non propagandistico, valutando rispetto per esempio alla Svezia. Io ho lungamente parlato con la prima emittente televisiva, sono venuti a cercarmi per chiedermi perchè io fossi così anomalo della mia posizione e mi hanno detto che i dati di normalità consentono, come tutti sanno, un’economia non perdente e dei dati di malattia inferiori – inferiori, inferiori! – ai Paesi che hanno scelto la clausura. A giudicare dai risultati, dice Ricolfi, sconsiglierei qualsiasi Paese di seguire il modello italiano – che ha riempito, come dire, di felicità il Presidente del Consiglio e i suoi seguaci – fatto di ritardi – vediamo le scuole – disorganizzazione, leggerezza nel far rispettare le regole, incapacità di far ripartire l’economia. Siamo – ve lo comunico, così siete tranquilli delle difese che ci hanno imposto e avete assunto – al quarto posto in Europa come numero di morti per abitante: con tanta prudenza, con tanta potenza del Governo, siamo al quarto posto e all’ultimo come andamento del PIL 2020. Quindi, i morti per abitanti non danno il segno che le misure prese con tanta solerzia siano state efficaci. Come si fa a parlare di modello italiano? Modello grillino? Modello contino? Modello piddino? Modello conformistico? Modello di salvezza del nostro corpo?

Rinunciando a qualunque ipotesi, non dico miracolistica, ma di fede nel senso più alto del sacro, che vuol dire credere che Dio guardi quello che gli uomini fanno: si è sostituito Dio con il vaccino. Improvvisamente Dio non c’è più, si è dissolto; sono state interrotte funzioni religiose, chiuse le chiese; i carabinieri sono arrivati a impedire ai preti di fare le funzioni per 12 o 13 persone, perché è inutile pregare Dio. Il dottor Burioni ci dice che Dio – lui sa, lui sa, lui sa – vuole che noi stiamo in casa e ci proteggiamo: inutile pregare; non lo dico perché pregare porti risultati, ma certamente porta conforto nell’idea che qualcosa possa accadere, ma Dio si chiama vaccino. Se dovessi additare dei modelli, citerei piuttosto quello della Germania, che non si dibatte nelle nostre difficoltà, o quello della Corea del Sud, due Paesi che molti media stanno descrivendo come attualmente inguaiati anch’essi, ma che in realtà si stanno comportando meglio; anche considerando il solo mese di settembre, il numero di morti per abitante dalla Germania è poco più della metà di quello dell’Italia – poco più della metà di quello dell’Italia – che pure è molto ribassato, mentre quello della Corea del Sud è circa un sesto; solo Belgio, Spagna e Regno Unito hanno un bilancio complessivo di morti per abitante peggiore di quello dell’Italia. Se poi guardiamo solo al mese di settembre, le cose vanno un po’ meglio per noi: l’Italia è intorno a metà classifica e, fra i grandi Paesi, solo Germania, Giappone e Corea del Sud presentano tassi di mortalità più bassi dei nostri. È necessario anche ripensare il sistema dell’istruzione, impedendo che, rispetto al rapporto formativo, prevalga l’insegnamento a distanza, perché la qualità della possibilità di apprendere con la distanza, che facilita per un verso ma che distrae per l’altro, ha portato a un abbassamento (…)

Chiedo, quindi, in linea generale, di revocare immediatamente lo stato di emergenza nazionale, con i dati che ho fornito, su un punto: che siamo in Europa, abbiamo tutti lo stesso problema e siamo l’unico Paese in stato di emergenza; ciò è grottesco e ci isola sia rispetto ai risultati contro la epidemia, sia rispetto alla dignità di una risposta contro il male da parte di un Paese in Europa”.