di Stefano Stefanini

NewTuscia – ORTE – Occorre  «non sprecare» l’occasione di una crisi che «sta determinando forti cambiamenti nel modo di pensare e di agire in ampi strati della società italiana ed europea». Questo «offre un’opportunità storica per affrontare le fragilità esistenti. Le risorse rese disponibili dall’Unione Europea sono senza precedenti, ma pur sempre non illimitate né gratuite. Se sapremo sfruttarle al meglio orientandole a progetti chiari e ben articolati, avremo un’occasione unica per trasformare in profondità il nostro Paese». «Per questo si devono ora pianificare e lanciare con celerità azioni concrete che aumentino la velocità e la portata della ripresa economica nel biennio 2021–22, e che pongano le basi per un robusto sviluppo di medio–lungo periodo».

In questa crisi, occorre un forte investimento in resilienza come capacità di risposta dei territori all’emergenza coronavirus : impegno e responsabilità del sistema sanitario ,flessibilità imprenditoriale, sperimentazione di nuova organizzazione del lavoro, senso di comunità e ruolo della società civile organizzata.

Al termine dell’emergenza sanitaria e al momento della Ripartenza  le azioni più adeguate  che tutti insieme, cittadini, responsabili di amministrazione e politica a livello centrale e territoriale, operatori sanitari, imprenditori e lavoratori, mondo ecclesiale e del volontariato, dobbiamo contribuire a costruire si riassumono nel concetto di “resilienza”.

Resilienza intesa come concreta e vigorosa capacità di risposta dei nostri sistemi socioeconomici.

L’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile ASVIS ha chiarito il concetto di resilienza accanto a quello di vulnerabilità, in quanto  fondamentale per uscire dalla crisi determinatasi, non “rimbalzando indietro”, cioè tornando alla precedente situazione di impreparazione e precarietà una volta finita la paura, ma con un “salto in avanti” che si avvalga di questa esperienza per evitare in futuro conseguenze peggiori.

Come suggerito da Donato Speroni su www.asvis.it, possiamo  applicare le  categorie di vulnerabilità e resilienza all’analisi di questa infezione da coronavirus in Italia.

Foto l’altracultura.com

Le vulnerabilità. Quali sono i punti di debolezza rivelati in Italia da questa crisi?

  • I tagli alla spesa sanitaria applicati in questi anni, in particolare nel Lazio. Anche in presenza degli stringenti vincoli di bilancio che vigevano fino a ieri, la spesa sanitaria è crollata al 6,5% del Pil, tre punti sotto Germania e Francia, come confermato giovedì da Carlo Cottarelli sulla Stampa. Insufficienti anche i fondi per la ricerca scientifica e per la scuola. Anche senza entrare nel merito di scelte specifiche, è evidente che queste voci dovevano essere collocate più in alto nella scala delle priorità di finanza pubblica.
  • La farraginosità del nostro sistema di decisione. la delega ai territori, Regioni ed enti locali, in situazioni di emergenza deve cedere il passo a decisioni centralizzate ottenute per quanto possibile con il consenso di tutti i soggetti, ma comunque rapide e vincolanti. È opinione diffusa che ci siano stati troppi ritardi, anche se gli altri Paesi europei stanno facendo molto peggio, per non parlare degli Stati Uniti.
  • L’approccio della politica, pieno di incertezze, di decisioni di facciata, di voglia di protagonismo e di falle comunicative. Su questo non insisto, ma chi ha seguito le cronache di questi giorni capisce bene che c’è qualcosa che non funziona, senza per questo buttare la croce addosso soltanto al Governo, ai leader della maggioranza e a quelli della riflessione su scelte collettive basate su sondaggi, interazioni social e quant’altro, come accade in questa fase storica, deve essere ben più profonda.
  • La difficoltà di essere credibili di fronte all’opinione pubblica. Nonostante il profluvio di comunicazioni è apparso chiaramente che la popolazione, tranne quella più direttamente toccata nelle “zone rosse” finché queste esistevano, ha faticato a capire la gravità della situazione e quando finalmente l’ha percepita, ha reagito inizialmente in modo confuso e spesso totalmente sbagliato. Inoltre c’è un diffuso scetticismo nei confronti del sistema politico.
  • Il lavoro precario e irregolare. Ora il governo assicura che nessuno perderà il lavoro per questa crisi e che anche le partite Iva verranno risarcite. Varrà anche per i giovani in situazione di precariato? E che dire dei tanti irregolari, non certo per colpa loro? Il pensiero va per esempio ai manovali senza contratto che lavorano in cantieri collocati in altri comuni di un’area metropolitana. E anche agli immigrati e ai rider dei ristoranti chiusi ma autorizzati alle consegne a domicilio. Certamente meritano più tutela. Si profila la emersione del lavoro nero con la sanatoria in corso.
  • Le gravi diseguaglianze. Nessun Paese, neppure la Germania riunificata, ha situazioni economiche e di funzionamento dei servizi sociali così diverse da regione e regione. L’Italia non può davvero rimettersi a correre se questo divario gradualmente non si riduce, altrimenti il Mezzogiorno diverrà una terra arida e spopolata, una palla al piede per il resto dell’
  • La situazione delle carceri. Conoscevamo da tempo il sovraffollamento dei penitenziari, ma tutti i tentativi di ridurre il numero dei reclusi si è regolarmente infranto contro la percezione da parte dei politici che questo tema fosse sgradito all’opinione pubblica. Meglio lasciare i colpevoli (e magari anche gli innocenti) “marcire in galera”. Peccato però che gli istituti di pena siano parte del corpo sociale.

Immagine  dell’Italia  illuminata per il flash mob “Uniti nella speranza”.

La resilienza, Su che cosa invece possiamo contare sulla base dell’esperienza dei giorni del Coronavirus?

  • Innanzitutto, dobbiamo riconoscere l’abnegazione dimostrata da alcune categorie professionali,in particolare quelle sanitarie, le forze dell’ordine;
  • L’appartenenza all’Unione europea. È sembrato che la nuova Commissione guidata da Ursula von der Leyen rispondesse con ritardo, anche perché finora gli Stati nazionali hanno difeso in tutti i modi i loro poteri in materia di politiche sanitarie. Ma questa esperienza può contribuire a cambiare l’ Finalmente, di fronte al blocco dell’economia, la reazione di Bruxelles c’è stata, con l’autorizzazione all’Italia ad andare al di là dei limiti di bilancio pattuiti.
  • Il senso di comunità, una volta compreso il problema. Non c’è da stupirsi che ci sia voluto un po’ di tempo, per un popolo così attaccato alle libertà individuali, dedito secondo i sociologi al “familismo amorale”. Tuttavia, le strade vuote delle città ci raccontano di una collettività che (almeno per ora) riesce a raggiungere un punto di coesione. Con qualche denuncia e qualche multa, certo, ma senza bisogno di ricorrere al riconoscimento facciale e al taser contro chi esce di casa come avveniva in Cina nel picco della crisi.
  • La voglia di sperimentare soluzioni nuove. I numerosi casi positivi nel campo dello smart working dimostrano che queste soluzioni, se gestite con intelligenza, possono alleggerire il peso del traffico, dell’inquinamento, aumentare la produttività e, potenzialmente, migliorare la qualità della vita collettiva e individuale. Davvero c’è da sperare che le numerose esperienze di questo periodo consentano di ragionare su un modo nuovo di lavorare e anche di gestire le nostre città.
  • La flessibilità del nostro sistema imprenditoriale. Se si riuscirà a evitare che questa crisi lo ridimensioni fortemente, il sistema delle imprese è capace di metterci di fronte a un nuovo “miracolo” a partire da questi mesi di fine Da sottolineare anche l’impegno specifico in questa crisi: le donazioni da parte delle aziende più importanti, i miracoli concretizzati per moltiplicare la produzione da parte dei nostri produttori di attrezzature sanitarie e strumentazioni di necessità immediata
  • La sensibilità della società civile organizzata di fronte alle nuove sfide. Il Paese dispone di importanti strutture di volontariato che hanno già percepito chiaramente i rischi di uno sviluppo non sostenibile e che sono pronte a fare tutto quello che serve per sensibilizzare l’opinione pubblica verso scelte utili per evitare il ripetersi di crisi globali.

Per affrontare le vulnerabilità e costruire sulle resilienze ci vuole un soggetto capace di guardare avanti, dotato del potere per prendere le decisioni necessarie. Nelle conclusioni dellarticolo scritto da Enrico Giovannini sull’Espresso suggerisce una via.

… le “unità di crisi” italiana ed europea, “unità di resilienza “ dovrebbero usare un approccio sistemico al problema, mobilitando le tante intelligenze di cui dispone il nostro Continente e il nostro Paese nei vari campi e decidendo i singoli interventi anche in funzione del futuro che vogliamo costruire, non solo dell’emergenza che dobbiamo affrontare oggi. Sarebbe un segnale forte per una popolazione disorientata e spaventata.

Sempre il  portavoce dell’ASviS prof. Enrico Giovannini  sull’Espresso ha così riassunto le azioni da intraprendere ora e nel dopo coronavirus:

“Proprio gli scienziati che finalmente l’Italia sembra disponibile ad ascoltare, ci dicono che con il cambiamento climatico la diffusione di nuovi virus ed eventi imprevisti saranno  più frequenti, per cui bisogna investire oggi per essere più capaci di gestire situazioni analoghe in futuro. Inoltre, si dovrebbe usare il tempo del rinvio delle decisioni di consumo e di investimento per preparare strumenti che orientino la futura ripresa nella direzione del green new deal, così da trasformare il nostro sistema economico in senso ecologico e ridurre i rischi sanitari derivanti dalla crisi climatica.

Così come dovremmo ripensare alla divisione di compiti tra regioni e Stato e tra Stato e Unione europea in tema di politiche sanitarie, come da molti già segnalato.”

Il mondo è cambiato, all’improvviso”, si legge in apertura del  documento della regione Veneto, una delle capofila della resilienza territoriale, sottolinea come, anche a seguito dell’emergenza sanitaria innescata dalla Pandemia, sia sempre più importante un cambio di paradigma su tutti i livelli.

Solo una “lungimirante visione di lungo periodo”, viene specificato, “può far recuperare gli spazi persi a causa di un arretramento generale”. Obiettivo è quello di costruire una regione più resiliente, capace di tornare sulla scena nazionale e internazionale “più forte di prima” grazie al perseguimento dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Per andare dunque oltre la crisi, che sta danneggiando nel Veneto soprattutto i settori del turismo, delle costruzioni, del commercio e dei servizi (si stima che Pil Veneto quest’anno segnerà un -7%), l’attenzione dovrà essere focalizzata su tre temi cardine: lo sviluppo tecnologico, i sistemi socio-sanitari e di protezione civile, la sostenibilità ambientale e le energie rinnovabili.

Tenendo conto dei punti di forza e delle criticità emerse negli ultimi anni, la strategia regionale per lo sviluppo sostenibile (Srsvs) individua sei “macroaree strategiche” dove migliorare la qualità delle politiche per la sostenibilità economica, sociale e ambientale, attraverso altre 38 linee di intervento (che vengono definite tramite piani, programmi e azioni).

La prima “per un sistema resiliente” punta a rendere il sistema più forte e autosufficiente, la seconda “per l’innovazione a 360 gradi” vuole mettere al centro l’economia regionale per farla diventare protagonista della competizione globale. L’obiettivo di creare prosperità diffusa tra la popolazione deve essere garantito dalla macroarea “per il benessere di comunità e persone”, mentre la tutela dell’ecosistema socio-ambientale sarà lo scopo dell’area “per un territorio attrattivo”.

Infine si mira a ridurre l’inquinamento atmosferico, del suolo e dell’acqua attraverso la macroarea “per una riproduzione del capitale naturale”, mentre “per una governance responsabile” intende ripensare il ruolo dei governi locali anche grazie all’uso di nuove forme di tecnologie.