Liberazione: l’Associazione dei Partigiani d’Italia di Orte “Tito Bernardini” invita alla riflessione

di Stefano Stefanini

NewTuscia – ORTE – Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella così riassumeva nel suo discorso del 25 aprile 2019 lo spirito della ricorrenza della Liberazione.

La Resistenza, con la sua complessità, nella sua grande attività e opera, è un fecondo serbatoio di valori morali e civili.

Ci insegna che, oggi come allora, c’è bisogno di donne e uomini liberi e fieri che non chinino la testa di fronte a chi, con la violenza, con il terrorismo, con il fanatismo religioso, vorrebbe farci tornare a epoche oscure, imponendoci un destino di asservimento, di terrore e di odio.

A queste minacce possiamo rispondere con le parole di Teresio Olivelli, partigiano, ucciso a bastonate nel lager di Hersbruck: «Lottiamo giorno per giorno perché sappiamo che la libertà non può essere elargita dagli altri. Non vi sono liberatori. Solo uomini che si liberano».

Abbiamo ricevuto e pubblichiamo il Comunicato dell’Associazione Anpi  di Orte Sezione intitolata al martire delle Fosse Ardeatine Tito Bernardini.

“Per la prima volta, i cittadini festeggeranno il 25 Aprile nelle proprie case, costretti da una situazione straordinaria. Succede proprio nel 75° Anniversario, quando le celebrazioni locali e nazionali avrebbero potuto rappresentare un momento anche più intenso rispetto agli altri anni. Ma con questa situazione dobbiamo fare i conti, e non possiamo non iniziare ringraziando tutti coloro che si stanno adoperando affinché essa sia il meno gravosa e drammatica possibile. Torneremo a incontrarci molto presto, riprenderà la nostra vita «normale». Ma questa è appunto una condizione eccezionale, e mai e poi mai può essere usata come «cavallo di Troia» per tentativi oppurtunisti di rilettura della storia se non di ridenominazione della festa, come qualcuno, in modo strumentale, sta cercando di fare. Ma ci siamo abituati, e non abbasseremo certo la guardia.

Il 25 Aprile è il giorno nel quale culminò la durissima guerra di Liberazione, dopo i venti sanguinosi mesi nei quali il popolo italiano ebbe finalmente il suo moto di sdegno e di orgoglio. A fronte delle istituzioni in fuga, Partigiani, Militari e popolazione si seppero piano piano organizzare fino a sconfiggere, anche grazie all’aiuto degli Alleati, due eserciti spietati: quello di occupazione tedesco e quello della Repubblica sociale, stato fantoccio nello Stato, alla mercè degli invasori. Solo quella straordinaria reazione popolare riscattò il nostro Paese da decenni di dittatura, massacri coloniali e una guerra mondiale costata al mondo oltre 60 milioni di morti!

Il 25 Aprile è soprattutto una festa, certo, ma anche un impegno: a tramandare il significato profondo che seppe spingere i giovani di allora a donare la propria vita per gli ideali di libertà e giustizia. Oggi più che mai facciamo nostre le parole del povero Luis Sepùlveda, al quale rivolgiamo un affettuoso pensiero: «Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro».

Associazione Nazionale Partigiani dItalia.

Sezione di Orte Tito Bernardini

Con le parole del Capo dello Stato richiamiamo i significati “unificanti” della festa della Liberazione.   Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella così riassumeva nel suo discorso del 25 aprile 2019 lo spirito della ricorrenza della Liberazione. La Resistenza, con la sua complessità, nella sua grande attività e opera, è un fecondo serbatoio di valori morali e civili.

Ci insegna che, oggi come allora, c’è bisogno di donne e uomini liberi e fieri che non chinino la testa di fronte a chi, con la violenza, con il terrorismo, con il fanatismo religioso, vorrebbe farci tornare a epoche oscure, imponendoci un destino di asservimento, di terrore e di odio.

A queste minacce possiamo rispondere con le parole di Teresio Olivelli, partigiano, ucciso a bastonate nel lager di Hersbruck: «Lottiamo giorno per giorno perché sappiamo che la libertà non può essere elargita dagli altri. Non vi sono liberatori. Solo uomini che si liberano».

Festeggiare  il 25 aprile significa celebrare il ritorno dellItalia alla libertà e alla democrazia, dopo ventanni di dittatura, di privazione delle libertà fondamentali, di oppressione e di persecuzioni. Significa ricordare la fine di una guerra ingiusta, tragicamente combattuta a fianco di Hitler. Una guerra scatenata per affermare tirannide, volontà di dominio, superiorità della razza, sterminio sistematico.

Se oggi ricordiamo il 25 aprile  è perché non possiamo, e non vogliamo, dimenticare il sacrificio di migliaia di italiani, caduti per assicurare la libertà a tutti gli altri. La libertà nostra e delle future generazioni.

A chiamarci a questa celebrazione sono i martiri delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema e di tanti altri luoghi del nostro Paese; di Cefalonia, dei partigiani e dei militari caduti in montagna o nelle città, dei deportati nei campi di sterminio, dei soldati di Paesi stranieri lontani che hanno fornito un grande generoso contributo e sono morti in Italia per la libertà.

Il nazifascismo aveva significato combattere e uccidere, per conquistare e per soggiogare. Intere generazioni di giovani italiani furono mandate a morire, male armati e male equipaggiati, in Grecia, in Albania, in Russia, in Africa per soddisfare un delirio di dominio e di potenza, nell’alleanza con uno dei regimi più feroci che la storia abbia conosciuto: quello nazista.

Non erano questi gli ideali per i quali erano morti i nostri giovani nel Risorgimento e nella Prima Guerra Mondiale.

La storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva.

L’8 settembre 1943 e gli eventi che ne susseguirono rappresentarono, per molti italiani, la fine drammatica di una illusione. Con la dissoluzione dello Stato, i morti, i feriti, le gravissime sconfitte militari.

L’Italia era precipitata in una lenta e terribile agonia. Il Re era fuggito a Brindisi abbandonando Roma al suo destino, le truppe germaniche avevano invaso il territorio nazionale, seminando ovunque terrore e morte, a Salò si era insediato un governo fantoccio, totalmente nelle mani naziste.

Fu in questo contesto che molti italiani, donne e uomini, giovani e anziani, militari e studenti, di varia provenienza sociale, culturale, religiosa e politica, maturarono la consapevolezza che il riscatto nazionale sarebbe passato attraverso una ferma e fiera rivolta, innanzitutto morale, contro il nazifascismo.

Nacque così, anche in Italia, il movimento della Resistenza. Resistenza alla barbarie, alla disumanizzazione, alla violenza: un fenomeno di portata internazionale che accomunava, in forme e modi diversi, uomini e donne di tutta Europa.

Alla barbarie si poteva resistere in tanti modi: con le armi, con la propaganda, con la diffusione di giornali clandestini, con la non collaborazione, con l’aiuto fornito ai partigiani, agli alleati, agli ebrei in fuga. Ma ci voleva forza d’animo e grande coraggio, perché ognuna di queste azioni poteva comportare la cattura, la tortura e la morte. Accadde, in forme e gradi diversi, in tutto il territorio nazionale soggetto all’occupazione nazista.

Contadini, operai, intellettuali, studenti, militari, religiosi, costituirono il movimento della Resistenza: tra loro vi erano azionisti, socialisti, liberali, comunisti, cattolici, monarchici e anche molti ex fascisti delusi. Non fu un esercito compatto, non poteva esserlo, ma piuttosto una rete ideale, che operava, in montagna o nelle città, in ordine sparso e in condizioni di grande difficoltà e pericolo.

Vi erano i partigiani, capaci di coraggio, di spirito di sacrificio e di imprese audaci; i soldati italiani che combatterono fianco a fianco con l’esercito alleato, coprendosi di valore. Accanto a essi, come componente decisiva della Resistenza italiana, vanno ricordati i tanti militari che, catturati dai tedeschi dopo l8 settembre, rifiutarono lonta di servire sotto la bandiera di Salò e dell’esercito occupante e preferirono l’internamento nei campi di prigionia nazisti.

La Resistenza, con la sua complessità, nella sua grande attività e opera, è un fecondo serbatoio di valori morali e civili.

Ci insegna che, oggi come allora, c’è bisogno di donne e uomini liberi e fieri che non chinino la testa di fronte a chi, con la violenza, con il terrorismo, con il fanatismo religioso, vorrebbe farci tornare a epoche oscure, imponendoci un destino di asservimento, di terrore e di odio.

Se oggi ricordiamo il 25 aprile  è perché non possiamo, e non vogliamo, dimenticare il sacrificio di migliaia di italiani, caduti per assicurare la libertà a tutti gli altri. La libertà nostra e delle future generazioni.

Questo doveroso ricordo ci spinge a stringerci intorno ai nostri amati simboli: il tricolore e linno nazionale.