42anni fa il rapimento Moro: una lezione per la democrazia, a cui gli italiani seppero reagire con una risposta di unità e legalità

Stefano Stefanini

NewTuscia – ORTE – Non possiamo dimenticare. Oggi ricorre il 42  anniversario  dal rapimento dell’on. Aldo Moro e dell’eccidio della sua scorta:  a bordo dell’auto di Moro  i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci  ed i tre poliziotti che viaggiavano sull’auto dI scorta: Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.

La Storia, più si allontana dalla cronaca e dall’immediatezza dei fatti, più fornisce dati, circostanze e prove, prima nascoste e ricostruzioni attendibili e forse più vicine alla verità dei fatti, per i quali ancora non e’ stata fatta piena luce.

Anche in questi giorni di grande prova collettiva  per l’Italia,  i lettori ci permettano una riflessione sulla testimonianza politica e ideale di Moro che segnò  l’ingresso nell’impegno politico di tanti giovani  (diciottenni) come chi scrive, che decisero di impegnarsi in politica,  dopo il sacrificio del martirio di Aldo Moro.

Aldo Moro venne rapito il 16 marzo 1978 e fu ucciso il 9 maggio  dalle Brigate Rosse.

Lo Statista martire delle BR era  stato due volte Presidente del Consiglio dei ministri, e segretario politico e presidente del consiglio nazionale della Democrazia Cristiana.

“L’immagine del corpo di Aldo Moro nella Renault 4 parcheggiata in via Caetani accese i più reconditi e oscuri timori della nostra nazione. Fu forse il giorno più buio della “notte della Repubblica”: ci scoprimmo fragili davanti alle insidie del furore ideologico degli anni di piombo. Trovammo la forza di reagire e alla fine abbiamo vinto perché le forze migliori del Paese si sono unite nel comune obiettivo di difendere la nostra democrazia. Aldo Moro è stato un grandissimo italiano e uno statista illuminato: la sua eredità è ancora una fonte preziosa di insegnamento e di ispirazione”.

Il barbaro assassinio di Aldo Moro resta una delle pagine più tragiche e oscure della storia repubblicana. Il ricordo del sacrificio di Moro  deve unire il Paese nella memoria di tutte le vittime del terrorismo politico.

A sottolinearlo fu  Rosy Bindi: “Quella stagione di cieca violenza non risparmiò nessuna categoria e segnò profondamente la coscienza degli italiani che seppero respingere la sfida alla nostra democrazia senza cedere alla paura, ma facendo leva sui valori e i principi della Costituzione”, ricorda Bindi.

Il  16 marzo 1978, giorno del rapimento dello Statista sarebbe passato alla storia per la votazione parlamentare  di fiducia ad un governo nuovo, appoggiato dall’esterno dal Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer, governo presieduto da Giulio Andreotti, ma frutto della paziente e acuta  tessitura e della lungimiranza di Aldo Moro – troppo anticipatorie di novità istituzionali per quella stagione politica –  che nelle “convergenze parallele” del Governo di Unità Nazionale   aveva  individuato un passaggio cruciale, quanto delicatissimo, di salvaguardia e difesa della Repubblica democratica, minacciata dal terrorismo di varia matrice.

Come nella  tradizione costituzionale, i momenti delicatissimi  di crisi politico-istituzionale ed economica, un “Governo di Unità Nazionale” tra tutte le forze responsabili della politica – protagoniste scaturite dalla Rinascita democratica post bellica e fondate sulla Costituzione repubblicana –  rappresentava e rappresenta un baluardo di  recupero delle condizioni  di normalità istituzionale, per poi riconsegnare, finita l’emergenza istituzionale,  l’azione di governo al responso  elettorale di una maggioranza che governa efficacemente  e di una opposizione che controlla  e denuncia eventuali storture di chi amministra il mandato popolare.

Il ricordo dello smarrimento e di sgomento misti alla voglia di reagire in modo democratico al vulnus, allattacco portato al cuore della democrazia italiana dai brigatisti rossi, sentimenti e reazioni  provati da noi diciottenni, prima il 16 marzo e poi, ancora più dolorosamente, il 9 maggio del 1978.

Ricordo che la notizia del rapimento  e poi del ritrovamento del presidente Moro in Via Caetani a Roma  fu diffusa negli istituti scolastici e nei luoghi di lavoro da radio e televisione, causando un’onda di  grande reazione emotiva: uscimmo tutti dalle scuole, molti impiegati e operai lasciarono i luoghi di lavoro per riversarsi e concentrarsi nelle piazze delle varie città.     Io frequentavo l’ultimo anno del Liceo Scientifico Galileo Galilei di  Terni e ricordo che ci trovammo spontaneamente,  tutti insieme in piazza studenti e operai, in un grande abbraccio solidale tra bandiere bianche e rosse, che rividi poi  come  un mare immenso a Piazza San Giovanni in Laterano  il maggio 1978, ai funerali “pubblici”  dello Statista, celebrati da Papa Paolo VI. Non dimenticherò mai l’esperienza di aver partecipato ai funerali di Aldo Moro.    In una  indimenticabile omelìa il Pontefice pronunciò delle  parole scolpite nella storia e nella memoria del popolo italiano, mentre al di fuori della Basilica lateranense un mare mai visto di bandiere bianche e rosse testimoniavano la fede incrollabile nella Democrazia che sarebbe sopravvissuta all’attacco delle br.

Nel suo intervento Paolo VI pronunciò uno dei testi più alti mai pronunciati in una omelìa,  un’invocazione, un rimprovero, un grido di dolore creaturale che il vicario di Cristo rivolgeva direttamente al Padre per interrogarne il silenzio in cui lo stesso pontefice sembrava faticare a scorgere un disegno provvidenziale e che vale la pena rileggere.

“ Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il “De profundis”, il grido, il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. Signore, ascoltaci! E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita!… ”

Come aderenti al Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana, insieme alle altre forze democratiche convocammo dei momenti di  riflessione  e di presidio sulla gravità del momento che stavamo vivendo da giovani, ricordo le dichiarazioni sincere e commosse, non riscontrabili in altri politici, del segretario nazionale della Democrazia Cristiana, Benigno Zaccagnini, per non lasciare nulla di intentato per la salvezza del prigioniero, pur nella fermezza delle istituzioni  democratiche di fronte ai brigatisti, sino al drammatico epilogo della morte di Moro il 9 maggio 1978 .

Ricordo che dal rapimento e dal sacrificio di Aldo Moro, al di là delle azioni e speculazioni più o meno chiare che aleggiarono sulla vicenda, scaturì la decisione di tanti giovani a proseguire, nel loro ambiente, limpegno politico a servizio della collettività. 

Oggi che si intravvedono le responsabilità più nitide di persone, gruppi e apparati, bande armate di  estrazione ideologica,  dobbiamo comunque ricordare e affermare che l’Italia seppe superare con sacrificio e fiducia in se stessa  anche quella prova  dolorosamente  collettivamente vissuta.

Davvero il sacrificio ed il sangue di Aldo Moro fu seme e testimonianza per tanti giovani che nei vari partiti  e movimenti  – tra cui chi scrive – vollero testimoniare la fiducia nella democrazia rappresentativa e nei principi della Costituzione repubblicana.

Tutti gli italiani, provati oggi dall’emergenza sanitaria senza precedenti,  dovranno  tenere alta lispirazione, la vigilanza e la difesa quotidiana della democrazia e della sovranità del Popolo: solo così il Sacrificio di Aldo Moro, degli uomini della sua scorta e di tanti altri Martiri della Democrazia non sarà stato vano, per noi, giovani di allora che vivemmo quel dramma,  e, soprattutto  per il futuro  dellItalia .