Le nostre città al tempo del coronavirus: sapranno essere “resilienti” ad epidemie ed emergenze sociosanitarie?

di Simone Stefanini Conti

NewTuscia – Nell’ambito delle Politiche di coesione, le sfide urbane di questi giorni e degli anni a venire richiedono sempre più risposte integrate e complesse, che diano luogo a politiche in grado di affrontare tanto gli shock quanto le pressioni cui le città sono sottoposte. Si tratta di sfide che spaziano oggi dall’epidemia del coronavirus e relative emergenze sanitarie, al cambiamento climatico,  dall’invecchiamento della popolazione e dalla crisi economica sino ai flussi migratori.

Sfide globali la cui risposta non può che essere urbana, in un mondo in rapida urbanizzazione e nel quale si prevede che al 2050 sei miliardi di esseri umani, su una popolazione complessiva di nove, vivrà nelle città e nelle metropoli.

I fenomeni di vulnerabilità urbana sempre più frequenti: ai cambiamenti climatici, invecchiamento della popolazione e flussi migratori, a cui si è recentemente associata l’epidemia del coronavirus.

Da questo dato ha origine una generazione di “politiche pubbliche basate sulla resilienza come «metafora-guida per la pianificazione e le policy”,  come indicato dallo studioso Rolf Pendall in un suo contributo sul tema. Per resilienza si intende la capacità delle città e delle aree metropolitane di rispondere con efficacia alle tensioni esterne determinate da fattori sanitari, strutturali, naturali e socioeconomici.

Quello di “resilienza” è un concetto che gli studi urbani mutuano dalla fisica e che sta a indicare la capacità di adattamento a shock e pressioni. Scrive Pendall che «un ricercatore che studi l’adattamento di una metropoli alla deindustrializzazione, o un altro che studi una rapida crescita di flussi migratori misurerebbe la resilienza sulla base, ad esempio, di una graduale riduzione nel tasso di disoccupazione o nella pronta integrazione dei migranti nell’economia territoriale».

Il “Programma 100 resilient cities” fu  elaborato nel 2016 da Studi e Ricerche delle Autonomie Locali  dei Comuni Italiani Anci  per affermare tra gli amministratori ed i cittadini la consapevolezza dei rischi e individuare le politiche per affrontare i vari casi di vulnerabilità urbana di origine climatica, socio economica, migratoria e demografica. 

Nell’ambito del  “Programma 100 resilient cities”  – ha specificato Massimo Annulli dell’Area Studi, Ricerche, Banca Dati delle Autonomie Locali Anci – da tempo il paradigma della resilienza ha iniziato a diffondersi nelle politiche urbane al livello globale.

Le città, consapevoli di cambiamenti in atto, tendono a pianificare non tanto la resistenza al cambiamento quanto la resilienza ad esso. Le principali agenzie internazionali per lo sviluppo, le reti di città, le organizzazioni non governative hanno adottato il concetto di resilienza per definire la propria agenda di policy.

L’agenzia Onu per le città, Un Habitat, ha attivato il City Resilience Profiling Programme, con lo scopo di offrire alle città strumenti di misurazione del proprio grado di resilienza.

La Banca Mondiale ha attivato un proprio Resilient Cities Programme, facilitando l’accesso a strumenti finanziari finalizzati a ridurre la vulnerabilità urbana.

La rete delle città sostenibili ICLEI organizza periodicamente un Annual Global Forum on Urban Resilience Adaptation. Ma è una fondazione privata ad aver dato avvio da qualche anno ad uno dei più ambiziosi programmi globali sulla resilienza urbana, si tratta della Rockefeller Foundation, che a partire dal dicembre 2013 ha attivato il programma 100 Resilient Cities.

Il programma sta finanziando un processo di dimensioni e rilevanza inedite, consentendo a cento tra le principali metropoli globali di realizzare un proprio piano per la resilienza, sulla base di un approccio e di strumenti comuni.Lo staff del programma ha prodotto uno strumento di analisi complesso, il Resilient City Framework, che consente la rilevazione di dati e informazioni sulle quattro dimensioni individuate come cruciali per la resilienza urbana:salute e benessere, infrastrutture e ambiente, economia e società, leadership e strategia.

Per ciascuna di queste dimensioni sono stati selezionati diversi indicatori che spaziano dalla dotazione infrastrutturale alla manutenzione del territorio, dall’inclusione sociale all’erogazione di prestazioni sanitarie pubbliche.

L’analisi del grado di resilienza rappresenta la base per la formulazione di un piano che, a differenza della pianificazione settoriale, sia in grado di rappresentare una guida per politiche integrate di lungo periodo.

Nell’ambito del “Progetto100 Resilient Cities” del 2016 fu presentato il “Progetto Roma resiliente”.

Le città italiane che hanno preso parte al progetto 100 Resilient Cities sono Roma e Milano. Nel caso di Roma, dove il progetto Roma Resiliente è più avanzato perché attivato con il primo bando aperto dalla Fondazione, il Programma ha consentito la formulazione di una Valutazione Preliminare di Resilienza.

La valutazione è frutto di un processo che ha visto il coinvolgimento di 400 stakeholders in workshop partecipativi, il raggiungimento di 1.500 abitanti della città raggiunti tramite un questionario, la realizzazione di otto eventi pubblici. Il progetto ha consentito di mettere a sistema altri strumenti di partecipazione la cui realizzazione è stata parallela al processo, tra cui la realizzazione delle conferenze urbanistiche municipali.

Roma ha evidenziato rischi per eventi climatici estremi oltre che per carenze infrastrutturali, di governance e di capitale sociale e punti di forza e opportunità poco valorizzate quali la presenza di importanti istituzioni della ricerca e della formazione la nascita di nuova imprenditorialità giovanile.

Il risultato è l’individuazione di cinque «aree prioritarie di resilienza»: territori e connessioni, persone e capacità, risorse e metabolismi, sistemi e infrastrutture, governance e partecipazione. Per ciascuna area prioritaria il documento individua i fattori (shock, stress, punti di forza e debolezza), le azioni e le politiche da intraprendere, le domande aperte e gli attori il cui coinvolgimento è necessario.

Dall’analisi di Roma emerge un quadro complesso, costituito tanto da criticità importanti sia in termini di shock (eventi climatici estremi) che di stress (carenze infrastrutturali, di governance e di capitale sociale) quanto da punti di forza e opportunità poco valorizzate quali la presenza di importanti istituzioni della ricerca e della formazione, o l’emergere di nuova imprenditorialità giovanile.

Al di là dei risultati specifici relativi al progetto Roma Resiliente, però, è rilevante osservare come il programma 100 Resilient Cities offra strumenti e metodi utili a tutte le città, consentendo al contempo la comparazione dei risultati, in quanto ottenuti tramite metodi analoghi, l’apprendimento e lo scambio di pratiche.

Questo è vero in particolare per quanto riguarda le città metropolitane italiane impegnate nel percorso di pianificazione strategica indicato dalla legge 56/2014, che possono trovare nel Resilient City Framework spunti importanti per l’innovazione tanto dei metodi quanto dei contenuti dei piani.