di Serena Biancherini

NewTuscia – SAN LORENZO NUOVO – Si è svolta nella sala Consiliare di San Lorenzo Nuovo la conferenza intitolata ”La conoscenza rende consapevoli. Il Lago di Bolsena come risorsa da studiare, tutelare e valorizzare per creare opportunità di sano sviluppo”.

Il delicato tema della salute ambientale affrontato da prospettive sociali, economiche e dello sviluppo industriale con gli interventi dei Dottori, Bengasi Battisti dell’associazione Comuni Virtuosi, Georg Wallner, Associazione Bolsena e Angelo Bertea, e delle Professoresse Rossella di Stefano della scuola media di Grotte di Castro (che ha partecipato con un progetto) e Carla Carsetti, dell’Associazione Lago di Bolsena.

La sala, piena di attenti spettatori, ha affrontato con serietà il parere di esperti nel campo della geologia, vulcanologia e limnologia, accompagnando le spiegazioni sulle peculiarità del Lago di Bolsena con domande per acquisire una maggiore consapevolezza.

Il nostro lago ha origine vulcanica, è il più grande di questo tipo in Europa e come tale oggetto di Interesse Comunitario, con caratteristiche particolari che lo differenziano dagli altri siti lacustri.

Sembrerebbe una grande massa d’acqua a disposizione dell’agricoltura e delle esigenze umane senza che lo stato della salute della sua salute ne esca danneggiato, ma allo stato dei fatti non è così.

Tanto per cominciare intorno al lago si sono sviluppate colture che necessitano di apporto idrico, per le quali è stata fissata una quota di prelievo annuale che non può essere aumentata, dato che il bacino è alimentato essenzialmente dalla pioggia, diretta e ruscellare, che filtra anche nel terreno circostante e raggiunge il sito. Questo significa che se si accumulano sostanze tossiche nell’area limitrofa, esse finiranno per riversarvisi. Tenendo conto poi dell’acqua che evapora per effetto del clima, il livello rimane appena stabile durante l’anno tra siccità e stagione fredda caratterizzata spesso da una prosciugante tramontana.

Poi c’è il delicato problema della depurazione delle acque. Il fiume Marta, che determina il ricambio, è molto piccolo e ne porta via una quantità relativamente povera per garantire una veloce decontaminazione naturale: attualmente occorrono indicativamente 300 anni. Se una sostanza inquinante finisse in grandi quantità nel lago vi rimarrebbe per tre secoli.

Nel corso degli anni, affermano gli esperti, lo stato ecologico certificato dall’Arpa è passato da buono a sufficiente: la quantità di nutrienti è aumentata richiedendo un maggiore apporto di ossigeno per la decomposizione delle spoglie che mano a mano vanno a depositarsi sul fondo. Sarebbe utile ridurre l’apporto di fosforo nel lago, migliorando la rete fognaria e la conduzione agricola, e limitando lo sviluppo della geotermia in un territorio definito tra l’altro zona sismica. I profondi pozzi che si scaverebbero porterebbero alla risalita di fluidi contenenti sostanze dannose, tra cui l’arsenico.

Una delle soluzioni sicuramente attuabili è la la presa di coscienza dei problemi del sistema lacustre da parte della cittadinanza oltre che delle amministrazioni, già più consapevoli e avvezze nell’affrontare giorno dopo  giorno le difficoltà che si presentano. Il riciclo dei rifiuti, un sistema di agricoltura che non implichi l’utilizzo di fitofarmaci da parte dei coltivatori e soprattutto l’astensione dal gettare sostanze inquinanti nei terreni e nel lago stesso, sicuramente rappresentano una parte attiva che il cittadino può svolgere. Una variante più a lungo termine è la realizzazione di un biodistretto.